Politica
Oltre TikTok, per Limes è il tempo della Cina mentre l’America non sogna più
Ma questo è davvero “Il tempo della Cina”, come recita il titolo dell’ultimo numero di Limes, la rivista italiana di geopolitica? E il panorama globale segnala l’ineluttabilità di un confronto sempre più serrato a ogni livello per il predominio tra gli Usa divisi da Trump e il colosso orientale pronto a insediarsi al centro del mondo?
In entrambi i casi la risposta è sì. L’America già nel 2017 designava ufficialmente la Cina come principale contendente, l’attuale amministrazione Maga ha calcato la mano e alzato la voce (un po’ verso tutti, in verità) con il documento strategico per la sicurezza nazionale dello scorso novembre, ma Xi Jinping sembra possedere le carte migliori.
Senza contare che Usa e Cina oggi hanno gli uni bisogno dell’altra e che la seconda gioca su una programmazione economico-strategica dirigista (il XV piano quinquennale approvato dal CC del Partito comunista cinese non è una liturgia, traccia una road map per nulla facoltativa), puntata su modernizzazione industriale, autosufficienza tecnologica anche per l’industria bellica, energie alternative con mobilitazione negli ultimi anni di 21,5 miliardi di euro di finanziamenti legati al clima e fornitura del 70% dei pannelli solari e del 60% delle strumentazioni per l’eolico utilizzati nel mondo. Mentre il ridisegno destabilizzante di Trump, se pur basato su un potenziale, militare ed economico, immenso spesso si ferma ai proclami.
Vedi il segretario al Tesoro Scott Bessent, quando diceva: “Noi esportiamo verso di loro (i cinesi, ndr) un quinto di quanto loro esportano verso di noi, dunque abbiamo il coltello dalla parte del manico”.
Mica tanto. L’America, spiega nel suo saggio Fabrizio Maronta, non compra merci cinesi “per beneficenza ma perché ne ha bisogno dato che non le produce più”.
L’80% degli iPhone e dei condizionatori e il 50% degli ingredienti degli antibiotici arriva dall’ex Impero di mezzo, “per tacere di terre e metalli rari, senza i quali il caccia F-35 – pilastro dell’U.S. Air Force – non volerebbe, in quanto non esisterebbe”.
La Cina, con una crescita del 5-6% prevista per quest’anno, inietta sussidi strategici massicci nel settore dei computer quantistici e delle biotecnologie, nel programma spaziale (satelliti a orbita bassa per fare concorrenza a Space X di Musk), nell’automazione dei processi industriali, dove è prima al mondo per densità di robot nelle aziende. E sta provando a colmare il divario con gli Usa nella produzione di chip, dove l’alfiere a stelle è strisce è Nvidia, fondata e guidata da un taiwanese, Jensen Huang.
Nella spesa aggregata, cioè pubblica e privata, per ricerca e sviluppo la Cina è passata dai 136 miliardi di dollari del 2007 ai 781 del 2023, contro gli 823 degli Usa. Nello stesso periodo i suoi centri di ricerca sono triplicati, da 50 a 150 mila.
Senza dimenticare la potenza militare e la relativa industria, che punta su nuovi sistemi d’arma costruiti in patria e basati sulla fusione di meccanizzazione e informatizzazione fin dal progetto. La Repubblica Popolare, scrive Giorgio Cuscito, curatore del numero “cinese” di Limes, ha superato l’America nel numero totale di navi da guerra, 370 contro 300.
Il divario “aumenterà visto che la capacità della cantieristica navale cinese è 200 volte superiore a quella americana”. Basi solide (e minacciose) che però devono confrontarsi con una tendenza alla sovrapproduzione.
Pechino stenta a controllarla o forse non può, visto che il manuale dell’industriale cinese spesso non deflette dalle solite regole: copia in fretta, produci in massa e straccia i prezzi. La mission di Xi Jinping è complessa, deve contrastare la disoccupazione giovanile (ammette il ricercatore Wang Zichen che oscilla nei ventenni, tra il 17 e il 20%) e una domanda interna debole.
C’è insomma da diradare la nebbia di una possibile “involuzione”, parola molto diffusa attualmente in Cina davanti al fenomeno di tante aziende e lavoratori che lavorano sempre di più guadagnando di meno. Dietro le mozioni roboanti sulla missione equilibratrice della Cina in un mondo zeppo di guerre in nome del “datong”, la “grande unità” armonica di impronta confuciana, dietro gli ingegneri sfornati dalle università d’élite c’è una forza lavoro poco istruita, il 60% dei cinesi non va oltre all’equivalente della nostra terza media, gap difficile da ridurre sensibilmente anche in decenni.
E una classe media di 400 milioni di individui è più che doppiata dai 900 milioni di cittadini che continuano a vivere con circa 10 dollari al giorno. Dal made in China al created in China La via è obbligata, passare da fabbrica del mondo a incubatrice di innovazione, dal “made in China” al “created in China”.
Via già ben aperta con le auto ibride, come quelle prodotte da Byd, marchio che i consumatori italiani conoscono e apprezzano sempre di più, con l’intelligenza artificiale nelle tecnologie per le telecomunicazioni e nei social media (Huawei, ByteDance, la DeepSeek di Hangzhou specializzata in modelli linguistici), col soft power, dai videogiochi dedicati alla guerra sino-giapponese o ispirati a un classico della letteratura cinese, “Viaggio in Occidente” al fenomeno mondiale delle bambole Labubu prodotte da Pop Mart. Secondo le statistiche, negli Usa il 70% delle persone non crede più nel “sogno americano” (del resto, cosa può sognare, per dire, la gente di Minneapolis davanti alle scorrerie criminali degli agenti Ice?), il momento per la Cina è propizio.
Pechino, racconta Cuscito, cavalca il trend e mira all’irrobustimento delle capacità tecnologiche, aprendo le porte a studiosi, accademici e scienziati stranieri. Approccio opposto a quello di Washington, chiuso, in ossequio a un neo-tradizionalismo ottuso e dai connotati razzisti.
Un harakiri considerando il contributo degli ingegneri cinesi al progresso americano nel campo dell’intelligenza artificiale. Alessandro Aresu in “Le carte di Pechino nella partita per l’AI”, parla di grande incidenza qualitativa e quantitativa negli Usa del talento asiatico, soprattutto cinese, dai dipartimenti universitari ai laboratori aziendali.
La leadership americana si basa sull’ingegno cinese, particolarmente nella ricerca sul deep learning, reti neurali artificiali per apprendere autonomamente una mole enorme di dati. Passa di lì il tentativo di simulare il cervello umano, obiettivo anche della computer vision nell’ambito della recezione e interpretazione di immagini e video.
Non possono farci niente Trump, Vance e compagnia, la marcia della tecnologia è possente e liquida, scorre e non conosce confini. I leader dell’ecosistema taiwanese, che con i semiconduttori in silicio e germanio di Tsmc, Foxconn, Wistron tiene in piedi la baracca dell’intelligenza artificiale, possono ad esempio tranquillamente partecipare a meeting con il capo della statunitense Nvidia e col cinese Chen Tao, fondatore di Victory Giant Technology (circuiti stampati) con sede a Huizhou.
Un altro esempio: l’informatico e matematico cinese Song-Chun Zu, pioniere dell’AI e pilastro dell’accademia americana, ha diretto centri di ricerca finanziati dal Pentagono e nel 2020 è tornato a Pechino per fondare e consolidare il Beijing Institute for General Artificial Intelligence. L’AI per gli Usa è il Sacro Graal.
Che però, sostiene Huang, non esiste come meta che qualcuno può raggiungere conquistando l’intelligenza artificiale generale o la superintelligenza ed escludendo gli altri. Insomma, la competizione corre sui binari di mercati in trasformazione più o meno connessi.
Dove conteranno le capacità industriali, le catene dei fornitori, le capacità finanziarie e per la Cina la dipendenza e relativa vulnerabilità rispetto alle esportazioni. Ma se Xi Jinping si preoccupa dell’insoddisfazione giovanile e in un futuro più lontano il suo Paese dovrà affrontare la tagliola demografica, Donald Trump, cavalcando in bilico tra la vocazione imperialistica reale e la sua negazione virtuale alimentata dagli isolazionisti Maga, immagina molto americanamente di poter invertire la rotta di disperazione-divisione-deculturazione su cui marcia il suo Paese con sopraffazioni unilaterali all’estero e conflittualità in patria.
Una delle ultime crociate, se ne occupa su Limes Giuseppe De Ruvo, è contro TikTok, piattaforma cinese di condivisione per video, fondata da Zhang Yiming e di proprietà di ByteDance, un social letteralmente dilagato negli Stati Uniti, dove ha almeno 150milioni di utenti, tra cui moltitudini di ragazzi dipendenti dall’app cinese. Al punto che negli ambienti trumpiani TikTok è stato definito il Fentanyl digitale, una minaccia per le giovani generazioni oltre che uno strumento per manipolare le elezioni manovrato dalla Cina.
Come se il suo successo e la sua penetrazione fossero la causa e non l’effetto della preesistente solitudine, dell’edonismo mercificante e del disseccamento ideale di tanti adolescenti e ventenni, che vedono, scrive De Ruvo, “nelle forme digitali di riconoscimento e di autorealizzazione l’unica strada per dare un senso alla loro vita”. L’algoritmo cinese non fa che stressare una tendenza, rendendo virali video prodotti da utenti con pochi follower, una pura illusione di notorietà, all’insegna del “posso farcela anch’io” senza far sudare la fronte.
O proponendo ricette, libri scadenti e sessualmente espliciti, contenuti wokisti o di fonte schiettamente reazionaria, tipo Charlie Kirk, l’influencer ucciso sul palco della Utah Valley University nel settembre scorso. Pechino non fa propaganda con TikTok, assiste solo alla “autoconsunzione del nemico”.
Ma Trump sa, vede, provvede lancia in resta. E si è posto l’obiettivo di forzare la vendita dell’app cinese a un consorzio di imprenditori americani, lasciando a ByteDance una quota di proprietà inferiore al 20% tramite una legge dal titolo fantasmagorico e delirante, il Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act.
Una legge che nessuno rispetterà, pur tralasciando i passati inceppi legali dovuti a un ricorso vincente di TikTok. Intanto questo parto di una scelta politica slegata dal mercato, non regola in alcun modo la procedura di selezione dei nuovi proprietari e il motivo è chiaro, TikTok deve finire nelle mani di Oracle e quindi di Larry Ellison, fidato tecnovassallo e membro del progetto Stargate, finanziato con 500 miliardi di dollari per creare negli Stati Uniti un’infrastruttura nazionale dell’AI.
E comunque Elon Musk, ex beniamino del Capo, non ci deve mettere zampa. La disinvoltura di King Donald va però a sbattere contro il muro più pericoloso e letale per un narcisista: il principio di realtà.
Perché se il 20% di TikTok rimarrà alla Cina, il nuovo consorzio guidato da Oracle ne acquisirà solo il 35%. il restante 45% dell’app, maledetto mercato, è infatti già di proprietà di diversi fondi di venture capital americani. E tra gli azionisti di TikTok e dell’astronave madre cinese ByteDance figura il gruppo Susquehanna International, stimato al 15%.
Uno dei due cofondatori della finanziaria basata in Pennsylvania è Arthur Dantchik, membro del consiglio di amministrazione di ByteDance. E l’altro, Jeffrey Yass è uno dei maggiori donatori del partito repubblicano e di Truth, la piattaforma social di Trump.
Oops! Nella migliore delle ipotesi l’affaire TikTok rimarrà sospeso e resterà un’arma di condizionamento, nulla di più.
Al fondo del duello stellare Cina-Usa, una domanda: il sogno cinese e quello di rendere l’America Great Again sono davvero perfettamente compatibili, come auspicato da Xi Jinping? O dobbiamo aspettarci qualche brutta sorpresa, magari dal fronte indopacifico e dal nervo sempre scoperto di Taiwan?
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