Cultura
Errori e filologia
da D. Alighieri, La Diuina Commedia di Dante Alighieri nobile fiorentino ridotta a miglior lezione dagli Accademici della Crusca. In Firenze: per Domenico Manzani, 1595 (In Firenze: per Domenico Manzani, 1595) , in-8; cors. e rom.
Quando copiamo un testo, è quasi inevitabile introdurre qualche modifica rispetto all’originale. Le ragioni possono essere molte: una lettura frettolosa, una parola travisata, la tendenza a scrivere ciò che pensiamo invece di ciò che leggiamo, o il suo contrario, come bianco anziché nero.
Oppure, distrazioni che ci portano a ripetere o dimenticare una sillaba, saltare un sintagma o una riga. Lo stesso accade quando siamo dall’altro lato della pagina: leggendo un giornale, un libro, un sito web, è facile imbattersi in quei piccoli errori che chiamiamo “refusi”.
Di solito, li correggiamo mentalmente senza troppa fatica, e anzi, a volte, sfuggono alla nostra attenzione. Se leggo, per esempio, “senza il mimo dubbio”, un’istintiva competenza filologica mi fa capire che in realtà il testo intendeva dire: “senza il minimo dubbio”.
Alcune condizioni rendono l’errore più probabile: la lunghezza del testo, la stanchezza di chi copia, la poca familiarità con la lingua o con l’argomento. E se il testo di partenza contiene già degli errori, è probabile che chi copia non li noti e li trasmetta – e ne introduca di nuovi.
Così, di copia in copia, gli errori si accumulano e si stratificano. Tradizione e innovazioni Il lavoro del filologo parte da questa situazione1.
Nel tentativo di ricostruire un testo, secondo il metodo stemmatico – che è spesso indicato, con una semplificazione, come “di Lachmann” – il concetto di errore assume un ruolo centrale. Il lavoro di edizione mira a ricostruire la storia della trasmissione di un testo.
Punto di partenza è l’analisi di tutti i testimoni noti di un testo, cioè di tutti i documenti materiali che lo tramandano: manoscritti, edizioni a stampa, e oggi, anche se sono un po’ meno “materialmente” presenti, i file digitali. Questi documenti possono essere molto diversi, per qualità e quantità.
Alcuni testi sono giunti in un solo o in pochi testimoni; altri, come la Commedia di Dante, in centinaia. Alcuni sono trascritti da copisti distratti o inclini a modificare il testo; altri sono autografi o controllati dall’autore, e così via.
Dalla lettura e, quando è possibile, dal confronto di questi testimoni si riescono di solito a individuare degli errori. Proprio sulla base di questi errori, il filologo cerca di ricostruire i rapporti tra i testimoni che ci sono arrivati.
Ogni copia, infatti, porta con sé delle innovazioni. Gli errori sono come delle “tare genetiche”: nel processo di copiatura si possono trasmettere da un testimone all’altro, diventando segni riconoscibili di una parentela (non sempre: alcuni restano isolati in un testimone).
È un aspetto interessante, dal punto di vista della conoscenza: i luoghi in cui il testo è “corretto”, privo di errore, non ci dicono nulla sulle relazioni tra i testimoni. Al contrario, è nei punti in cui emerge l’errore che suona il campanello d’allarme: sono gli errori gli indizi che permettono di capire quello che è successo, che aprono uno spiraglio sulla storia della trasmissione.
Usare gli errori Non tutti gli errori, tuttavia, hanno lo stesso valore, e non tutti sono funzionali al lavoro filologico. Errori banali, che possono essere facilmente corretti o che più copisti possono commettere indipendentemente, non offrono appigli per la ricostruzione.
Solo quelli “significativi”, gli “errori-guida”, possono dare informazioni sul processo di copia e tracciare le linee della tradizione. Alcuni accomunano due o più testimoni; altri ne separano uno dagli altri.
Semplificando di molto, si può dire che la filologia procede con un metodo logico, quasi poliziesco2. In alcuni casi, gli indizi sono in positivo: quando uno stesso errore si ritrova in due o più testimoni, e non sembra plausibile che sia stato commesso da più copisti indipendentemente, si può dedurre che quei testimoni siano collegati tra loro: ad esempio, che uno sia stato copiato dall’altro, o che entrambi derivino da un unico testimone.
In altri casi si deve invece ragionare al contrario: se un errore compare in un testimone e manca in un altro, si può ritenere, in certe circostanze, che questo testimone “pulito”, senza errore, non discenda direttamente dal primo, perché se derivasse da quello, avrebbe ereditato anche l’errore. Perché questo sia vero, l’errore deve essere un po’ insidioso, difficile da correggere: se l’errore è evidente, un copista attento può sanarlo facilmente (ad esempio, correggendo “senza il mimo dubbio” in “senza il minimo dubbio”)3.
Definire l’errore Se è relativamente semplice pensare in modo intuitivo che cosa sia un errore, definirlo e decidere di essere di fronte a un errore non è sempre facile. Alcune indicazioni al riguardo, ad esempio, ci dicono che l’autore «non può avere scritto una cosa apertamente assurda e contraria alla logica e al buon senso» e che «non può, in linea di principio, avere scritto una frase che violi le leggi della lingua che parlava»4.
In alcuni casi la valutazione è relativamente sicura: se in Dante incontriamo un endecasillabo metricamente sbagliato, è molto probabile (possiamo dire: “certo”) che l’errore non sia di Dante, ma del copista. L’esperienza sul campo, inoltre, ha permesso di elaborare una tipologia di errori comuni (dittologie, aplografie, salto da uguale a uguale, lapsus e così via) con indicazioni sul loro valore filologico, che orientano la valutazione.
Il procedimento filologico è complesso e richiede competenze in molti campi: anche per dare un giudizio sull’errore è necessario fare ricorso a paleografia, storia della stampa, storia della lingua e della letteratura, storia culturale. Alla fine, il giudizio resta in capo al filologo e «risulta quindi inevitabilmente (e pericolosamente) soggettivo»5, tanto è vero che diverse edizioni possono individuare o valutare gli errori in modo diverso.
È questo un altro dei requisiti della filologia: l’assunzione di responsabilità di fronte alle proprie scelte. Errori e varianti Il quadro è ulteriormente complicato perché in filologia non ci sono soltanto gli errori, ma anche le varianti.
In linea teorica, tutto quello che si trova in un testimone e non è stato scritto dall’autore è una innovazione, e può essere considerato un errore. C’è però una distinzione un po’ più sottile: «L’errore è una lezione che rende inaccettabile un passo nella sostanza o nella forma; le varianti sono lezioni alternative, tutte in linea di principio accettabili, anche se, in genere, non tutte allo stesso modo e allo stesso grado»6.
Se l’errore intacca effettivamente il testo, la variante no. In questo senso molto specifico – di varianti intese come «deviazioni dall’originale o dall’esemplare che non infirmano la correttezza formale del dettato»7 – si ammette che la variante «non è un errore, perché non guasta il testo»8.
Da un’analisi serrata, dalla valutazione di tutti gli errori che è riuscito a trovare, il filologo, alla fine, propone un’ipotesi per spiegare come sia stato trasmesso il testo, l’albero genealogico che descriva la sua tradizione. Sulla base di questa ricostruzione, elaborata a partire dagli errori, potrà poi decidere che cosa pubblicare, scegliendo la lezione da mettere a testo tra le “varianti” che non sono “errori”, e che restano in sospeso, in attesa della sua valutazione9.
Filologia a scuola Antologie e manuali scolastici, giustamente, non propongono edizioni critiche, con le note che spiegano gli errori e con gli apparati di varianti. Però, la filologia intesa non soltanto come disciplina settoriale, ma come attitudine all’analisi, può trovare spazio anche nella didattica del testo letterario.
Non si tratta di trasmettere un repertorio di tecniche, che raggiungono livelli di alta formalizzazione, quanto piuttosto di favorire un habitus critico, un atteggiamento di consapevolezza: un approccio che rivela una sensibilità recente per la filologia integrata nella didattica, e che si ritrova ad esempio nelle riflessioni di filologi come Giuseppe Noto e Pasquale Stoppelli10. Introdurre in classe concetti complessi, che se vengono semplificati rischiano di essere fuorvianti non è immediato.
Tuttavia, un’alfabetizzazione filologica di base può rivelarsi utile come orientamento alla lettura consapevole. Rendere familiari a una classe minimi spunti filologici consente infatti di aprire nuove possibilità di discussione critica.
Così, leggendo l’Inferno, al canto VIII, 63, in presenza di Filippo Argenti, il «fiorentino spirito bizzarro» che «in sé medesmo si volgea coi denti», alcuni codici, anziché volgea, leggono mordea: Dante avrà scritto l’una o l’altra lezione, mentre l’alternativa si è prodotta nel tempo – e si ritiene, per lo più, che mordea sia probabilmente una «glossa passata a testo»11.
In altri casi, quale sia l’errore e quale la lezione “giusta”, resta una questione più aperta e discussa: ma anche questa è interpretazione. Il valore dell’errore Capiamo così che il testo che leggiamo non è un monumento immutabile, bensì il prodotto di una storia, e che è determinato dalle persone che l’hanno letto e copiato, oltre che dalle scelte operate da chi l’ha allestito.
L’interpretazione stessa è un’ipotesi, e in quanto tale deve essere argomentata e fondata su dati ricostruibili. Per questo, la filologia ha sviluppato definizioni e categorie capaci di offrire strumenti di ordine e interpretazione anche per indagare l’errore: comprenderne le forme e le funzioni in prospettiva ecdotica significa interrogarsi su che cosa esso sia, sul ruolo che svolge nella trasmissione dei testi e nella ricerca.
L’edizione critica, infatti, nasce da scelte ragionate e giustificate, che mirano a restituire un testo nella forma ritenuta più autentica, uscita dalla penna dell’autore. D’altro canto, una volta pubblicato, un testo così stabilito acquista autorevolezza, ma rischia, al tempo stesso, di far dimenticare tutto ciò che lo circonda: gli errori, le varianti non accettate.
La filologia, e con essa la scoperta dell’errore, insegna a riconoscere la centralità e la storicità del testo12, ma anche dell’edizione, e dunque del modo in cui noi, oggi, lo leggiamo. È un esercizio di «acquisizione di competenza storico-culturale» che affina la capacità di mettere in relazione i dati, di comprendere i processi di ricezione dei testi (i meccanismi di trasmissione, ma anche le alterazioni intervenute nel tempo), di migliorare l’interpretazione13 e in generale di essere consapevoli delle criticità, delle difficoltà che presenta.
In questo senso, acquista valore euristico anche l’errore, che ha sempre una motivazione che deve essere capita. Tutti fanno errori Vi è infine un aspetto ulteriore che riguarda l’errore: anche l’autore può sbagliare.
Si parla allora di “errore d’autore”. Esempi noti sono Machiavelli che cita a memoria Dante, o Montale che nell’Elegia di Pico Farnese (Le occasioni, 1939) per indicare i cachi usa la parola diàsperi anziché la corretta diòsperi14.
Sul piano filologico, oggi si distingue: se un errore è un mero errore di copiatura, come spesso si trova in Boccaccio copista di sé stesso, si può decidere di intervenire e correggere. Ma se il testo rivela un problema che va più in profondità – un difetto di conoscenza o di memoria dell’autore – il filologo lo riconosce, lo segnala, ma non lo corregge, perché quell’errore è parte del testo e della sua storia.
Questa prospettiva trasmette un messaggio didatticamente rilevante: ci dice che tutti sbagliano, anche i poeti, i filosofi, e, probabilmente, anche i filologi. E ci dice che la coscienza dell’errore e il riconoscimento della natura ipotetica di ogni valutazione critica invitano alla cautela, al coraggio delle scelte e all’assunzione di responsabilità.
NOTE Per un’introduzione alla filologia ci sono molti ottimi manuali: vedi ad es. A. Stussi, Introduzione agli studi di filologia italiana, Sesta edizione, il Mulino, Bologna 2025;
B. Bentivogli, F. Florimbii, P. Vecchi Galli, Filologia italiana, Seconda edizione, Pearson, Milano-Torino 2021; e il collettivo Filologia della letteratura italiana, a c. di G. Ruozzi, G. Tellini, Le Monnier università, Firenze 2024. Paolo di Stefano ha messo in atto proprio la logica filologica nei gialli che ha firmato con lo pseudonimo di Nino Motta, La parrucchiera di Pizzuta (2017) e Ragazze troppo curiose (2022).
Osservazioni al riguardo anche in C. Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, in Miti emblemi spie.
Morfologia e storia, Einaudi, Torino 1986, pp. 158-209. Nella pratica questi due principi (gli errori congiuntivi e gli errori separativi) coesistono; uno stesso errore può essere congiuntivo per due (o più) testimoni, e separativo per altri.
F. Ageno, L’edizione critica dei testi volgari, Antenore, Padova 1975, pp. 51-59; vedi anche A. Balduino, Manuale di filologia italiana, Sansoni, Firenze 2001, pp. 136-144. A. Varvaro, Prima lezione di filologia, Laterza, Roma-Bari 2012, pp. 78-79.
F. Bausi, La filologia italiana, il Mulino, Bologna 2022, p. 32. d’A.
S. Avalle, Principî di critica testuale, Antenore, Padova 1978, p. 43.
Bausi, La filologia italiana, p. 43; la questione è molto complessa e ben descritta da Bausi, a cui si rinvia. La scelta segue criteri consolidati ben descritti in tutti i manuali, anche per l’allestimento dell’apparato che rende conto della selezione operata in sede di costituzione del testo.
G. Noto, Filologia e sistema formativo nella contemporaneità, in «Critica del testo», 23 (2020), pp. 57-71 e Competenze filologiche nella scuola e per la scuola, in «Radici digitali» (2021), consultabile all’indirizzo https://radicidigitali.eu/2021/04/30/competenze-filologiche-nella-scuola-e-per-la-scuola/; P. Stoppelli, La filologia a scuola.
Per una didattica filologica della letteratura, in Id., L’arte del filologo, a c. di A. Carocci e V. Guarna, Viella, Roma 2024, pp. 115-128. Rispondono a questa sensibilità anche le attività della sezione Didattica della SFLI-Società dei filologi della letteratura italiana: http://www.sfli.it/sfli-didattica/.
D. Alighieri, Commedia. Inferno, vol.
I. Edizione critica a c. di E. Tonello, P. Trovato, Libreriauniversitaria, Limena (PD), 2022, p. 84.
Si veda Stoppelli, La filologia a scuola cit. Cfr.
Noto, Competenze filologiche cit. Vedi ad es.
Bausi, La filologia italiana cit., pp. 34-39. Un bel contributo sull’errore d’autore è C. Lagomarsini, Il testo come un noir.
Sul tabù degli errori d’autore, consultabile in https://claudiogiunta.it/2013/11/il-testo-come-un-noir-sul-tabu-degli-errori-dautore/. L'articolo Errori e filologia proviene da La ricerca.