Politica
Sigonella: incredibile la versione di Crosetto sul no ai bombardieri USA
Se mai vi sia capitato di vedere un film di guerra americano, sicuramente potete immaginare la scena. Prima di una missione della Air Force, i piloti vengono convocati a rapporto e l’ufficiale di turno, bacchetta in mano davanti a una grande carta, spiega dettagliatamente il programma del raid.
Al ministro della Difesa italiano Guido Crosetto di questi tempi mancherà il tempo, e forse anche la voglia, di andare al cinema. Però non si può certo pensare che non sappia come funzionino certe cose.
Dovrebbe perciò sapere anche che la ricostruzione dei fatti accaduti il 24 marzo tra l’America e Sigonella, così come l’ha proposta lui, non sta in piedi. Vediamo perché.
Intanto per i tempi: il ministro ha presentato la sua versione dei fatti accaduti venerdì 28 marzo soltanto tre giorni dopo, lunedì 31, dopo che con uno scoop di una sua brava giornalista il Corriere della Sera aveva rivelato l’incidente. Ci si può chiedere il perché di questo ritardo.
Se, come sostiene lui, il comportamento suo, del ministero e del governo, è stato perfettamente corretto tanto nei confronti delle autorità americane che dell’opinione pubblica italiana non si capisce proprio perché si sia taciuto finché la notizia è stata resa pubblica dal giornale. Se tutto era chiaro e “normale” infatti non ci sarebbe stato alcun motivo per tenerla nascosta.
Ma i dubbi più seri riguardano la sequenza dei fatti offerta dalla ricostruzione del ministro. Crosetto sostiene che il rifiuto dell’autorizzazione ad atterrare a Sigonella per “alcuni asset aerei USA” (leggi: i bombardieri americani B-1-B Lancet partiti dalla base di Dyess, nel Texas) il cui piano di volo prevedeva di atterrare nello scalo siciliano per poi dirigersi verso il Medio Oriente sarebbe stato motivato con la circostanza che nessuno aveva chiesto alcuna autorizzazione né aveva consultato i vertici militari italiani.
Il ministero della Difesa avrebbe ricevuto comunicazione del piano dal capo di Stato Maggiore Luciano Portolano “mentre gli aerei erano già in volo”. E poiché dalle verifiche era emerso che non si trattava di voli normali o logistici in quanto tali compresi nel trattato che regola l’uso americano dell’aeroporto di Sigonella il permesso non poteva essere concesso:
“Un ministro deve solo far rispettare gli accordi. Tertium non datur”.
Ipse dixit. Ma se le cose fossero andate veramente così, e cioè che gli aerei sarebbero partiti quando l’autorizzazione (italiana) dello scalo a Sigonella ancora non c’era, ci si chiede come fosse stato possibile formulare prima della partenza il piano di volo, cioè quello che nei film e presumibilmente anche nella vita vera viene spiegato ai piloti dai loro comandanti.
I piloti sarebbero decollati dalla loro base americana senza sapere per dove? Un po’ come qualcuno che gira per la città in cerca di un ristorante aperto o una farmacia notturna?
Difficile pensarlo. E allora?
Le possibili spiegazioni a questa incongruenza sono due. La prima: nessuno dagli Stati Uniti ha ritenuto di dover chiedere l’autorizzazione perché non ce n’era bisogno, lo scalo in Italia era considerato pacifico dai comandanti e dai piloti.
Checché ne pensino le autorità italiane, ci sono molti segnali, qualcosa più che sospetti, che gli americani del trattato che regola dal 1954 i rapporti tra Roma e Washington sull’uso delle basi USA nel Bel Paese diano un’interpretazione piuttosto elastica e che i loro comandi tendano un po’ troppo a pensare che le basi siano niente più che pezzi di America casualmente dislocati out of area. E non si tratta per niente di un’idea nuova: come tutti ricorderanno, propria la pretesa del presidente americano Ronald Reagan di fare come se a Sigonella valessero le leggi e il potere americano fu la causa, nel 1985, del famoso incidente che ora – visto quel che sta succedendo di nuovo – bisognerà chiamare “Sigonella 1”.
L’ipotesi che la mancanza di una formale richiesta agli italiani di permettere lo scalo dei bombardieri sia frutto di un illecito abuso di potere da parte americana potrebbe essere sostenuta dalle osservazioni di tanti militari e civili dell’area in cui si trova Sigonella i quali da qualche settimana – per la verità anche prima che cominciasse la guerra in Iran – segnalano particolari livelli di attività: atterraggi e partenze di aerei cargo, voli di elicotteri, arrivo di truppe. Va da sé che se fosse vera l’ipotesi di un uso “in proprio” e contro il trattato del ’54 da parte degli americani le affermazioni della presidente del Consiglio italiana in Parlamento e dello stesso ministro della Difesa secondo cui l’uso della base dovrebbe escludere operazioni “cinetiche”, ovvero funzionali ad azioni di guerra, sarebbero clamorosamente smentite dai fatti.
C’è poi, evidentemente, una seconda ipotesi. Gli americani avrebbero effettivamente comunicato per tempo i piani di volo che prevedevano lo scalo a Sigonella ma a Roma, ancor prima che gli aerei partissero, il governo (per iniziativa del ministero della Difesa o della presidente del Consiglio) avrebbe chiesto loro di soprassedere nel timore dei problemi che si sarebbero potuti creare nell’opinione pubblica.
È concorde infatti tra gli osservatori politici l’opinione che la sudditanza di Giorgia Meloni a Donald Trump sia stata una delle ragioni, e non certo l’ultima, della débâcle nel referendum. Se fosse stato consentito lo scalo dei bombardieri in Sicilia e l’ennesimo atto di sottomissione fosse venuto in qualche modo alla luce – ipotesi possibile se non addirittura probabile – la popolarità di Meloni e del governo, già in sofferenza, ne avrebbe risentito non poco.
Meglio evitare, perciò. Quest’ultima considerazione può aiutare, forse, anche a spiegare una certa divaricazione dei toni nelle reazioni di Crosetto e di Meloni allo scoop del Corriere della Sera.
Il primo è parso molto preoccupato a ridimensionare il possibile significato politico del contrasto con gli americani: “Qualcuno – ha scritto dopo aver banalizzato nella sua ricostruzione il più possibile i fatti – sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa.
Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato”. Una nota di Palazzo Chigi invece pur richiamando “i rapporti solidi e improntati a una piena e leale collaborazione” con gli Stati Uniti sottolinea che “l’Italia agisce nel rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal governo alle Camere” e che ogni richiesta” di Washington “è valutata caso per caso”.
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