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Cile, sconfitta prevista per la candidata di sinistra

Mercoledì 17 dicembre 2025 ore 16:00 Fonte: Terzogiornale
Cile, sconfitta prevista per la candidata di sinistra
Terzogiornale

Non è stata una sorpresa, dato che i sondaggi avevano largamente preannunciato che José Antonio Kast avrebbe vinto facilmente queste elezioni presidenziali (vedi qui). Leader dell’estrema destra e fondatore del Partido republicano, Kast ha ottenuto il 58,16% contro il 41,84% di Jeannette Jara, candidata di Gabriel Boric e militante del Partido comunista.

Il suo discorso da pugno di ferro sui temi della sicurezza, della migrazione, e sulla riduzione della spesa pubblica, ha inflitto la più marcata sconfitta all’alleanza che raggruppava tutti i settori della sinistra e del centrosinistra dal 1990; così Jara, ex ministra del Lavoro di Boric – alla quale va il merito di aver fatto la riforma delle pensioni, ridotto l’orario di lavoro e alzato il salario minimo – ha ottenuto la percentuale peggiore mai raggiunta da un candidato di sinistra in un ballottaggio. A nulla è valso lo sforzo di Jara di distanziarsi dal governo di Boric, il cui scarso sostegno ha pesato sul risultato elettorale.

Un governo che, dopo la bocciatura referendaria della nuova Costituzione nel 2022, ha svoltato verso la socialdemocrazia, facendo di tutto per mostrarsi moderato, nell’intento di apparire accettabile ai poteri forti. Giungendo persino ad adottare politiche dichiaratamente di destra nei confronti della questione migratoria e di quella mapuche.

Assumendo sempre più i caratteri dei governi della Concertación de partidos por la democracia en Chile, che governarono dal 1990 al 2010, oggetto di critica dell’estallido social del 2019, la rivolta da cui nacquero le prospettive di governo di Boric. Così – lungi dall’avere mantenuto la promessa fatta nel 2021, quella che il Cile sarebbe stato la tomba del neoliberismo – Boric ha rinunciato a guidare un vero governo di trasformazione del Paese, e il risultato è stata la perdita della capacità di suscitare entusiasmo.

Esaurita la spinta popolare che lo aveva proiettato alla Moneda, il suo governo ha finito con lo spianare la strada all’estrema destra. Un governo che sarebbe ingiusto dire che ha sempre operato male, e che anzi può vantare qualche risultato.

Ma che in buona sostanza è sembrato non esistere. Essendo stato incapace di rispondere efficacemente su sicurezza, economia e migrazione, la conseguenza è stata l’erosione del suo rapporto con ampi settori sociali, mostrando così un’insufficienza delle proposte progressiste, che non danno risposte chiare ai timori e alle aspirazioni della gente.

Durante la campagna, Jara – la ministra di maggiore successo del governo, scelta dalle primarie, dopo l’inattesa rinuncia di Michelle Bachelet – si è posizionata più a destra del Boric del 2021, non parlando di diritti umani, ma del controllo dell’immigrazione illegale. La sua proposta ha significato la sconfitta culturale della nuova sinistra cilena, per il rifiuto di ogni wokismo e per il suo tono nazional-popolare.

Quanto alle accuse di comunismo da parte della destra, erano totalmente ingiustificate, perché nella sua proposta di comunista non c’era nulla. Kast ha ottenuto i voti dei candidati di destra sconfitti al primo turno, del “libertario” Johannes Kaiser e della rappresentante di Chile vamos, il partito della destra più tradizionale, Evelyn Matthei.

Ma ha incassato anche gran parte dei voti di Franco Parisi del Partido de la gente, il candidato antisistema che, un mese fa, al primo turno, aveva ottenuto il 20% dei voti. Vista l’obbligatorietà del voto, domenica scorsa non hanno potuto disertare i seggi i cinque milioni di cileni che erano soliti astenersi.

Ciò ha permesso a Kast di raggiungere la quota di oltre sette milioni di suffragi, diventando il presidente più votato nella storia cilena. A farlo apparire moderato, ha contribuito Johannes Kaiser, su posizioni ancora più a destra.

A tal punto, che l’apparente moderazione ha avuto un impatto significativo sul voto di domenica. Il suo trionfo – a capo di una formazione che non ha mai governato – segna il fallimento della politica tradizionale, di destra e di sinistra, che la maggioranza dei cileni non ha ritenuto in grado di offrire soluzioni adeguate al Paese.

Ed è così che, il prossimo 11 marzo, si insedierà per la prima volta alla Moneda, dove ha intenzione di trasferirsi a vivere con la famiglia, un presidente di estrema destra che non ha rotto con la dittatura di Augusto Pinochet. Tuttavia, nonostante l’ampia vittoria, Kast non avrà la maggioranza assoluta al Congresso, e dovrà cercare accordi per poter mantenere alcune delle sue promesse.

Con 76 deputati, lo schieramento pro-Kast manca per due seggi la maggioranza assoluta alla Camera, mentre al Senato c’è parità. Il neopresidente è sposato con l’avvocata María Pía Adriasola, con cui ha avuto nove figli, ed è vicino al movimento cattolico conservatore Schoenstatt.

Come tale, è dichiaratamente omofobo e antifemminista, anche se durante la campagna elettorale ha evitato di esprimere giudizi sul passato recente, e glissato sulle sue posizioni contrarie all’aborto e al matrimonio egualitario, o sulla sua proposta di eliminare, come ha fatto Javier Milei in Argentina, il ministero delle donne – posizioni che, nel 2021, avevano causato la sua sconfitta, grazie alla mobilitazione femminile e giovanile a favore di Boric –, ma pur senza rinunciare ai valori in cui crede: “Sono un uomo di convinzioni, difendo la vita dal concepimento alla morte naturale. (…) Parleremo di nuovo di Dio, della Patria e della famiglia”.

Alla fine degli anni Ottanta, quando era studente di diritto presso l’università cattolica, Kast aveva partecipato alla campagna a favore della continuazione della dittatura militare, che i cileni rifiutarono con un referendum. Poco dopo la sconfitta alle presidenziali del 2021, è stato a capo del Political Network for Values (2022-2024), una rete ultraconservatrice internazionale che si batte contro il femminismo radicale, l’ideologia di genere, gli omosessuali e l’aborto.

Ha anche partecipato alla Conferenza politica di azione conservatrice (Cpac) negli Stati Uniti, e alla convention di Vox a Madrid. Si considera vicino a Jaime Guzmán, uno dei principali ideologi della destra cilena, ispiratore della Costituzione del 1980, redatta sotto la dittatura, e fondatore della Unión demócrata Iindependiente (Udi), formazione in cui Kast ha militato a lungo, e che ha lasciato per fondare il suo partito, nel 2016.

Pur rifiutando di essere definito di estrema destra, Kast ha difeso il regime militare di Augusto Pinochet, e nel 2017 ha detto che se fosse stato vivo avrebbe votato per lui. Tuttavia, nel 2021, ha preso le distanze dal passato, e ha affermato di non poter giustificare le violazioni dei diritti umani.

Durante la sua vita politica, è stato coinvolto in casi di corruzione e frode fiscale, di finanziamento illegale del suo partito, ed è stato accusato di avere società a Panama. I suoi critici lo accusano anche di avere diffuso notizie false, e di essere amico e protettore di torturatori e agenti della Dina, la famigerata polizia segreta di Pinochet.

Kast è l’ultimo dei dieci figli di Michael, un tedesco con tessera del Partito nazista, che, come altri nazisti, era fuggito in America latina facendo fortuna in Cile. Nel 2021, è apparsa la tessera di suo padre: gli storici hanno chiarito che la militanza nazista era volontaria, e che, se gli era stato permesso di entrare nel partito mesi prima di compiere i 18 anni, era perché proveniva dall’esercito.

Dal canto suo, José Antonio ha affermato che il padre si era dovuto arruolare nell’esercito per evitare un possibile processo militare e la fucilazione. “La nostra storia familiare è la cosa più lontana che si possa immaginare dal nazismo”, ha affermato durante la campagna del 2021.

Michael Kast, diventato un agiato imprenditore di salumi in Cile, è stato un convinto oppositore di Salvador Allende, e ha celebrato il colpo di Stato di Pinochet. Risulta essere stato associato alla Central nacional de informaciones (Cni) per alcuni casi di desaparecidos.

Sta di fatto che, con la dittatura di Pinochet, la famiglia Kast ha molto prosperato, e alcuni dei figli del nazista sono diventati figure politiche importanti della dittatura, uno addirittura ministro. Nel 2015, i giornalisti Javier Rebolledo e Nancy Guzmán, facendo luce sul ruolo dei civili collaborazionisti con la dittatura di Pinochet, hanno rivelato la partecipazione di alcuni membri della famiglia Kast alla repressione nella zona di Paine, dove ci fu uno sterminio di massa di contadini poveri, favoriti dalla riforma agraria del governo di Unidad popular, la coalizione che portò Allende alla presidenza.

Come ha avuto modo di ricordargli Gabriel Boric, in un confronto televisivo, nel 2021, secondo il lavoro investigativo dell’avvocato per i diritti umani, Luciano Fouillioux, “la famiglia Kast conosceva fin dall’inizio” il caso della fucilazione di trentaquattro contadini su una collina, ed “è rimasta in silenzio per quarant’anni”. All’epoca, il neoeletto presidente era un bambino, e ovviamente di questo non gli si può fare una colpa.

Comunque sia, per le vittime del regime di Pinochet, la parabola ascendente di Kast ha ridato corpo ai fantasmi della dittatura. E la sua netta vittoria rappresenta una svolta radicale, dal ritorno della democrazia, nel 1990, a partire dal quale il centrosinistra e il centrodestra si sono alternati al potere.

Kast ha adottato l’espressione “Chilenos primero”, che imita il Trump di “America First”. Quello che si propone è di varare un governo di emergenza.

Per quanto riguarda il problema dei migranti, ha promesso di installare sbarre o fossati ai confini con la Bolivia e il Perù, al fine di impedire il passaggio degli irregolari, come ha fatto Trump al confine con il Messico. E, quando l’anno scorso ha visitato El Salvador, si è detto d’accordo con il modello concentrazionario di Bukele, nonostante le denunce di violazioni dei diritti umani.

Sul piano economico, è vicino a Milei, dato che propugna un taglio fiscale di sei miliardi di dollari in diciotto mesi, per limitare la “spesa politica” e attuare una riduzione del ruolo dello Stato; mentre, sul piano del carattere, è distante mille miglia dall’istrionismo narcisistico dell’argentino. “Avremo un anno difficile, molto difficile.

Perché le finanze del Paese non sono buone”, ha dichiarato nel suo primo discorso ai cileni, in cui ha confermato le tre priorità: sicurezza, immigrazione e progresso economico. E ha annunciato che, per mantenere le promesse fatte, dovrà prendere “decisioni difficili”, che non daranno risultati immediati.

“I cambiamenti inizieranno immediatamente, ma i risultati non si vedranno il giorno dopo, quindi chiedo forza, costanza, saggezza. Questa non è magia, quello che prometto è lavoro, ordine, carattere, decisione e convinzione, e lì inizia il cambiamento”.

Subito dopo la notizia della sua elezione, si è dimesso dal Partido republicano, volendo essere il presidente di tutti i cileni. E, con lo scopo di anticipare qualche prevedibile critica, ha aggiunto che “l’emergenza non significa affatto autoritarismo.

L’emergenza significa una cosa molto semplice: priorità, urgenza e adempimento. (…) Dobbiamo essere molto fermi contro la criminalità, il crimine organizzato, l’impunità e la mancanza di controllo. Ma dobbiamo anche avere molta grandezza per ricostruire la convivenza, il rispetto e la fiducia dei nostri compatrioti. (…) Non abbiamo alcun problema con i giovani che manifestano”, ma ha precisato che saranno perseguiti coloro che commettono crimini.

“Il Cile non può abituarsi alla paura. Il Cile non può abituarsi al fuoco”.

Sui migranti che commettono reati, Kast ha detto che non avranno posto nel Paese. “Vogliamo riceverli, ma rispettando la legge.

Chi non rispetta la legge deve andarsene. E se un amico straniero, che è residente, viola la legge, deve andarsene. (…) Il Cile ci ha dato un mandato, ci chiede un vero cambiamento che non ammette scuse”, ha concluso.

Nel Paese. ci sono circa trecentomila migranti irregolari, e il neopresidente li ha invitati a lasciare il territorio cileno, impegnandosi in caso contrario a espellerli. La vittoria di Kast aggiunge un nuovo tassello all’internazionale sovranista e conferma l’ondata di destra che sta interessando l’America latina.

Ma rispetto agli esempi di cui dispone in loco, è probabile che Kast sceglierà di ispirarsi piuttosto a quelli offerti da alcuni leader europei, primi fra tutti Viktor Orbán e Giorgia Meloni, che recentemente lo ha ricevuto con grande calore a palazzo Chigi, e a lui ha inviato un saluto per congratularsi (“al mio amico, per il suo gran successo…”). Un incontro che invece, negli stessi giorni, aveva negato a Boric, di passaggio a Roma per il vertice della Fao.

Rodolfo Carter, portavoce della campagna del neoeletto, ha affermato che, tra i leader della destra mondiale, Kast ha una maggiore affinità con Meloni. I due, infatti, sono entrambi underdogs: provengono cioè da minoranze politiche escluse a lungo dagli ambienti che contano.

Ed entrambi sono personaggi con alle spalle una lunga esperienza politica. Un altro aspetto avvicina Kast a Meloni, differenziandolo, invece, dalle destre di governo latinoamericane: l’avere messo al centro del programma le politiche anti-migratorie.

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