Politica
Russia-Ucraina: quali prospettive?
Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "Russia-Ucraina: quali prospettive?" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
Il 24 febbraio la guerra russo-ucraina entra nel suo quinto anno: dunque la sua durata ha già superato quella del conflitto tra la Germania hitleriana e l’Urss di Stalin (22 giugno 1941 – 9 maggio 1945) e, tra meno di quattro mesi, sarà pari a quella dell’intera Prima guerra mondiale (29 luglio 1914 – 11 novembre 1918), a meno di un cessate il fuoco, che in questo momento appare, però, molto improbabile. Prevedere quali saranno gli sviluppi futuri del conflitto è impossibile, anche per coloro che si presentano (a torto o a ragione) come esperti del campo.
Quello che si può fare è delineare un bilancio di quanto accaduto finora ed esaminare alcune possibilità di evoluzione, basandosi sull’atteggiamento delle parti in causa, che sono, oltre ai due Stati che direttamente si combattono, gli Usa e l’Europa, intesa non solo come Unione europea (equivoco comune), ma come l’Unione più altri Paesi, a cominciare dalla Gran Bretagna. Riassumiamo i momenti più significativi del conflitto.
All’inizio, l’impressione generale, anche dei principali Paesi occidentali, era che la Russia si sarebbe mangiata l’Ucraina in un solo boccone, portando i propri carri armati a Kiev nel giro di pochi giorni, o al massimo di qualche settimana. L’insospettata resistenza mostrata dagli ucraini ha indotto, poco dopo, a cambiare opinione non solo l’Occidente, ma anche la Russia, tanto che si sono intavolate trattative tra questa e l’Ucraina, trattative che, nell’aprile del 2022, sembravano dapprima vicine a una conclusione positiva, anche riguardo alle questioni territoriali, ma poi si sono arenate, per interrompersi definitivamente, a causa del mancato accordo sulle garanzie da offrire all’Ucraina in caso di nuovo attacco russo (vedi qui).
Non ci addentriamo nella questione di chi sia stato il responsabile di tale fallimento: l’unica cosa indiscutibile è che finora non si è più arrivati così vicini a un accordo. Nell’estate 2022, l’offensiva russa si arresta quasi completamente, e incomincia una graduale riscossa ucraina, con la riconquista di alcune importanti località già occupate dai russi.
Questa riscossa esalta non solo gli ucraini, ma anche gli Stati Uniti e soprattutto l’Europa, che arrivano addirittura a prevedere un rovesciamento delle sorti del conflitto, con la sconfitta della Russia. Anche Mosca, dal canto suo, si preoccupa seriamente di questa possibile evoluzione, tanto che Putin prende in considerazione l’ipotesi di ricorrere ad armi nucleari cosiddette “tattiche” (per intenderci: come le uniche finora utilizzate in guerra, cioè le bombe statunitensi su Hiroshima e Nagasaki dell’agosto 1945; si può solo immaginare cosa potrebbero fare le armi nucleari “strategiche”).
Questa intenzione di Putin non è una fantasia dei “pacifinti”: “Nell’autunno del 2022, gli atteggiamenti pubblici di Putin, insieme alle valutazioni dell’intelligence statunitense, hanno portato Washington a considerare l’uso del nucleare russo una possibilità autentica” (R.
Lissen & J. K. Warden, Ukraine and the New Way of War, “Foreign Affairs”, 17/2/26). La fiducia dell’Ucraina nella vittoria è provata, tra l’altro, dalla legge emanata da Zelensky nel settembre 2022, che vieta qualunque trattativa con la Russia (legge evidentemente disattesa negli ultimi mesi dallo stesso Zelensky).
Nell’estate 2023, la controffensiva ucraina, in cui l’Occidente (soprattutto tramite i suoi media) si dimostra molto fiducioso, sostanzialmente fallisce. Da allora in poi, il conflitto si trasforma in una sorta di versione moderna di quella che all’epoca della Prima guerra mondiale si chiamava “guerra di posizione” (vedi qui): le due parti si scambiano attacchi continui, sia con l’uso di droni sia con manovre sul terreno, ma la situazione rimane di sostanziale stallo, con qualche eccezione, come l’invasione ucraina dell’oblast di Kursk dell’estate 2024; ma anche questa operazione alla fine fallisce.
Negli ultimi due anni, è indiscutibile che la Russia abbia aumentato costantemente le proprie conquiste territoriali, ma a un ritmo talmente lento che, andando avanti di questo passo, le ci vorrebbero ancora molti anni prima di arrivare a conquistare l’intero Donetsk. Questo è sostanzialmente il motivo per il quale, da un lato, Zelensky ha capovolto il proprio atteggiamento e ha accettato di sedersi al tavolo dei negoziati promossi da Trump, e, dall’altro, Putin spera di ottenere rapidamente, con le trattative, ciò che finora non è riuscito a ottenere sul campo.
Lo stallo sul campo di battaglia si è riprodotto nei negoziati, ripresi nelle ultime settimane, prima ad Abu Dhabi e, da ultimo, a Ginevra. A parte qualche accordo sullo scambio di prigionieri, simile ad altri già stipulati in passato, non si è fatto alcun passo avanti su due questioni fondamentali: l’eventuale cessione di territori ucraini alla Russia e le garanzie per l’Ucraina di non subire nuove aggressioni.
Secondo quanto riferisce il “New York Times” del 18 scorso (vedi qui), “il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha indicato la sua disponibilità a scendere a compromessi sulla questione territoriale, suggerendo una zona demilitarizzata nel Donetsk […], ma ha anche chiarito che qualsiasi compromesso territoriale avverrà solo dopo che l’Ucraina avrà ottenuto solide garanzie di sicurezza dai suoi alleati occidentali, in primis gli Stati Uniti”. A quanto risulta, invece, la Russia considera la cessione dell’intero Donetsk come la condizione preliminare per discutere di future garanzie di sicurezza per l’Ucraina.
L’atteggiamento russo appare dunque più intransigente di quello ucraino. Altrettanto intransigente appare, tuttavia, l’atteggiamento dell’Europa, in particolare quello dell’Alto rappresentante della politica estera dell’Unione, l’estone Kaja Kallas, che invita l’Ucraina a resistere e l’Unione a continuare a sostenerla, asserendo che la Russia è in grave crisi, e quindi prima o poi dovrà cedere.
Queste affermazioni suonano un po’ propagandistiche, soprattutto in bocca alla rappresentante di un Paese in stato di continua tensione con la Russia, ma sono condivise anche da vari analisti presumibilmente più obiettivi. Per esempio M. Kofman, in un lungo e documentato articolo su “Foreign Affairs” del 17 febbraio, scrive che “la Russia mantiene i suoi vantaggi sul campo di battaglia, che però non si sono rivelati decisivi e il tempo gioca sempre di più a sfavore di Mosca” (vedi qui).
Può darsi che Kallas e Kofman abbiano ragione, ma ci sembra che trascurino entrambi un fatto fondamentale: la Russia, in caso di gravi difficoltà, può ricorrere all’arma nucleare, possibilità che, come si è visto, è già stata presa in considerazione da Putin. Forse uno scenario del genere è considerato possibile anche dall’Europa, ma in questo caso bisogna tenere presente quali ne sarebbero le conseguenze, alcune facilmente prevedibili (la distruzione completa di varie città ucraine, con centinaia di migliaia di vittime civili), altre solo ipotizzabili, ma spaventose, nel caso il conflitto si allargasse ad altre potenze nucleari.
Ancora una volta, dunque, sarebbe auspicabile che l’Europa abbandonasse la sua intransigenza e, anziché incitare l’Ucraina a continuare la guerra, la invitasse a sedersi al tavolo dei negoziati e a cercare un compromesso, che inevitabilmente comporta la cessione di territori, alcuni dei quali non ancora conquistati dai russi. Le obiezioni a una simile soluzione (che verrebbe inevitabilmente etichettata come “filoputiniana” da personaggi come Pina Picierno, Carlo Calenda & c.) sono soprattutto due, una di carattere storico e l’altra di carattere giuridico.
La prima è il noto paragone con lo “spirito capitolazionista di Monaco” (vedi qui), cioè il cedimento di Francia e Gran Bretagna alle pretese di Hitler, nel 1938, di annettere il territorio dei Sudeti, appartenente all’allora Cecoslovacchia. Che questo paragone sia difficilmente proponibile è stato sostenuto da molte parti e con molti argomenti, da ultimo da Rino Genovese, nell’articolo appena citato, a cui rimando per dettagli, limitandomi a citarne una frase:
“In tutto e per tutto quello di Putin è un particolarismo russo e non un universalismo: per questo le sue sono vedute limitate, e però meno globalmente aggressive di quelle di Hitler”. Vorrei aggiungere che il paragone non regge anche per un altro motivo: mentre nel 1938 la Germania hitleriana era al culmine della sua potenza o quasi, e non aveva dovuto ancora affrontare un solo giorno di guerra, la Russia del 2026 è evidentemente provata dai quattro anni di guerra precedenti.
Se Kallas, e, più autorevolmente, il collaboratore di “Foreign Affairs” citato sopra hanno ragione, è contraddittorio sostenere, da un lato, che la Russia è avviata a essere sconfitta nella guerra in corso e, dall’altro, che l’accettazione delle sue pretese territoriali sull’Ucraina la indurrebbe ad aggredire altri Paesi, in primo luogo quelli della Nato. Si può replicare che questo non avverrebbe subito, ma solo tra qualche anno: ma nel frattempo l’Europa, e anche gli Usa, avrebbero il tempo di prendere le opportune contromisure (che del resto stanno già prendendo, con i piani di riarmo su cui si è recentemente soffermato Paolo Andruccioli su “terzogiornale” (vedi qui).
L’obiezione giuridica è altrettanto nota: non si può ammettere che i confini di un Paese sovrano siano modificati con la forza. Che anch’essa sia confutabile è mostrato da un altro articolo uscito su “Foreign Affairs”, a firma di Peter Slezkine e Joshua Shifrinson, entrambi ricercatori residenti negli Stati Uniti, e quindi non facilmente sospettabili di simpatie filorusse (vedi qui).
I due autori osservano anzitutto che “l’ipotesi che l’ordine internazionale si basi su una norma forte e costantemente applicata contro la conquista territoriale non regge all’esame storico”. Infatti, proseguono, questa norma è stata violata in vari casi, tra cui citano quelli dell’annessione delle alture del Golan da parte di Israele, del Sud Vietnam da parte del Nord Vietnam e di Timor Est da parte dell’Indonesia (quest’ultima fortunatamente venuta meno nel 2002, con l’indipendenza ottenuta da Timor Est).
A questi esempi, se ne può aggiungere uno più vicino a noi, cioè il distacco del Kosovo dalla Serbia, ottenuto grazie all’intervento della Nato nel 1999. Il Kosovo era parte integrante della Serbia, come il Donbass è parte integrante dell’Ucraina: curiosamente, quelli che allora sostenevano il diritto del Kosovo all’indipendenza sono più o meno gli stessi che ora si oppongono alla cessione del Donbass alla Russia.
Gli autori dell’articolo si spingono però ancora più avanti, affermando che tale cessione non significherebbe affatto la capitolazione dell’Ucraina, ma anzi sarebbe un vantaggio per questo Paese: “Subito dopo l’invasione russa su vasta scala, la priorità per l’Ucraina e i suoi sostenitori internazionali era la conservazione dell’indipendenza e della sovranità del Paese.
In base a questo criterio, l’Ucraina ha già vinto. […] In effetti, l’Ucraina potrebbe avere maggiori possibilità di ulteriore integrazione con l’Occidente se rinunciasse a rivendicazioni legali su territori che non controlla a est”. E ancora:
“Nel caso specifico di Russia e Ucraina, il riconoscimento formale di un nuovo confine internazionale porterebbe probabilmente immediati benefici in termini di sicurezza. Una linea di demarcazione chiaramente definita renderebbe più semplice determinare la responsabilità di una ripresa delle ostilità”.
L’articolo di “Foreign Affairs” non accenna al problema delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, che sono state nel 2022, e sono tuttora, l’autentico ostacolo da superare per giungere a una soluzione negoziata del conflitto. Si può però ragionevolmente sostenere che la definitiva sistemazione delle questioni territoriali, proposta nello stesso articolo, rappresenti una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per arrivare a tale soluzione.
Al contrario, l’alternativa più probabile, se non inevitabile, ci sembra la prosecuzione della guerra, con tutti i possibili (e non auspicabili) sviluppi accennati sopra. L'articolo Russia-Ucraina: quali prospettive? proviene da Terzogiornale.