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Elezioni in Ungheria cruciali per il futuro dell’Europa

Sabato 11 aprile 2026 ore 01:20 Fonte: Valigia Blu
Elezioni in Ungheria cruciali per il futuro dell’Europa
Valigia Blu

L’attesa è finita. Mancano poche ore a quelle che molto probabilmente sono le elezioni più importanti del 2026.

Il voto ungherese del 12 aprile è uno snodo che indipendentemente dal risultato avrà ripercussioni decisive sul futuro dell’Europa, della guerra in Ucraina e più a largo raggio avrà delle conseguenze e a Washington. Le elezioni in Ungheria:

Orbán rischia grosso ma a sostenerlo c’è l’asse Washington – Mosca L’Ungheria ci arriva dopo una campagna elettorale sfibrante, costellata da scandali, accuse e colpi di scena. Una battaglia a distanza quella tra Viktor Orbán, alla ricerca del suo quinto mandato da premier consecutivo, e il suo sfidante Péter Magyar, senza esclusione di colpi.

Una sfida che ancora oggi si preannuncia dall’esito incerto. Da mesi i sondaggi condotti dagli istituti d’opinione indipendenti e da quelli vicini al governo mostrano discrepanze evidenti tra loro, ma negli ultimi giorni il pendolo sembrerebbe pendere di più dalla parte di Magyar.

Il trend aggregato di PolitPro attribuisce a Tisza, il suo partito, il 49% delle preferenze a fronte del 40,7% di Fidesz, un vantaggio che assegnerebbe al partito del leader dell’opposizione una maggioranza risicata (103 seggi su 199). Altri sondaggi sono particolarmente favorevoli, come quello di Medián che attesta a Tisza un vantaggio di 23 punti percentuali, tale da avvicinarlo alla fatidica soglia della maggioranza dei due terzi del parlamento.

Si tratta di un obiettivo tanto importante, perché consentirebbe le riforme costituzionali necessarie per scardinare il sistema Fidesz costruito in sedici anni di dominio quasi incontrastato, quanto difficile da realizzare a causa del vantaggio strutturale del sistema elettorale ungherese che favorisce il partito di Orbán. Sul fronte opposto, d’altra parte, gli istituti vicini al governo raccontano una storia diversa: il Centro per i Diritti Fondamentali dà a Fidesz il 50% contro il 42% di Tisza, lievemente inferiore la differenza attribuita dall'Istituto Nézőpont: intorno al 6%.

La grande incognita è rappresentata tuttavia dagli indecisi, stimata intorno al 20%, è lì che con ogni probabilità si giocherà il risultato del voto. Un altro fattore determinante sarà rappresentato dalla capacità o meno dell’estrema destra di Mi Hazánk di superare la soglia di sbarramento del 5%.

Gli attuali sondaggi lo danno appena sopra. Nel caso non dovesse farcela i seggi sarebbero ridistribuiti tra i due partiti che invece sicuramente ce la faranno, appunto Tisza e Fidesz.

Se invece lo superasse, e la situazione lo richiedesse, non è da escludere una collaborazione con Fidesz per la creazione di una maggioranza. Di cosa parliamo in questo articolo:

Scandali senza fine False flag: finte bombe e falsi attentati La destra internazionale in soccorso di Orbán Una data cruciale La lunga strada ungherese Scandali senza fine Le ultime settimane prima del voto sono state segnate da una serie infinita di scandali e colpi di scena, dando vita probabilmente alla campagna elettorale più brutale della storia di un membro dell’Unione Europea. Il filo conduttore che li unisce praticamente tutti è il Cremlino.

Linea diretta col Cremlino: così l’Ungheria ha lavorato in segreto per rimuovere le sanzioni contro oligarchi, aziende e banche russe Un paio di settimane fa il Washington Post ha riportato, citando fonti anonime di intelligence occidentali, che il ministro degli Esteri Péter Szijjártó faceva regolari telefonate al suo omologo russo Sergej Lavrov durante le pause dei consigli UE, riferendo in tempo reale quanto discusso nelle stanze di Bruxelles. Funzionari europei hanno dichiarato che ogni riunione degli ultimi anni ha avuto di fatto Mosca al tavolo.

Il 31 marzo, il consorzio investigativo VSquare ha pubblicato registrazioni audio e trascrizioni di telefonate tra Szijjártó e Lavrov nel periodo intercorso tra il 2023 e il 2025, documentando come il ministro ungherese abbia operato attivamente per far rimuovere dalle liste delle sanzioni UE la sorella di Alisher Usmanov, oligarca molto vicino a Putin. Szijjártó avrebbe anche offerto di inviare a Lavrov documenti riservati dell'UE durante la presidenza di turno ungherese.

A fronte di queste rivelazioni la Commissione Europea ha chiesto chiarimenti a Budapest sottolineando che le relazioni riservate tra Stati membri e istituzioni europee sono fondamentali per il funzionamento del blocco. Il governo ungherese ha respinto le accuse di aver commesso qualsiasi illecito e ha reagito in contropiede. aprendo un procedimento penale contro il giornalista Szabolcs Panyi di VSquare, accusato di aver intercettato illegalmente Szijjártó e collaborato con servizi segreti stranieri.

Panyi era stato tra le altre cose il giornalista che qualche settimana prima aveva rivelato l’arrivo a Budapest degli agenti russi del GRU specializzati in manipolazione dei social media per sostenere Viktor Orbán. Un ulteriore colpo per il primo ministro ungherese è arrivato il 7 aprile con la trascrizione da parte di Bloomberg, di una telefonata dello scorso autunno tra Orbán e Putin in cui il premier ungherese si offriva di aiutare il presidente russo "in qualsiasi modo", paragonandosi a un "topo" che aiuta un "leone" e proponendo di ospitare un vertice russo-americano a Budapest.

Nella telefonata Putin ha lodato la posizione "indipendente e flessibile" dell'Ungheria False flag: finte bombe e falsi attentati Quello che emerge è uno scenario inquietante in cui l'ombra del Cremlino non si limita alla diplomazia segreta. Oltre alla già citata operazione del GRU, alla campagna di disinformazione Doppelgänger e alla cosiddetta operazione Matryoshka, sono emersi ulteriori elementi configurabili in vere e proprie azioni di guerra ibrida.

Il 5 aprile — una settimana esatta prima del voto — le autorità serbe hanno annunciato il ritrovamento di esplosivi vicino al gasdotto Balkan Stream. Orbán ha convocato il Consiglio di Difesa e si è recato al confine, insinuando che si trattasse di un’operazione condotta dell’Ucraina, con la quale peraltro continua il contenzioso energetico relativo all’oleodotto Druzhba.

Il direttore dell'intelligence militare serba Đuro Jovanić ha tuttavia smentito pubblicamente ogni collegamento con Kyiv, definendo “disinformazione” le accuse e precisando che gli esplosivi recavano contrassegni di fabbricazione statunitense. Secondo le autorità ucraine si tratterebbe invece di un’“operazione sotto falsa bandiera russa”.

Qualche giorno prima l’esperto di sicurezza ungherese András Rácz aveva previsto un’azione del genere e lo stesso Magyar aveva avvertito i suoi sostenitori della possibilità che si verificasse una false flag. In precedenza un altro articolo del Washington Post aveva rivelato come un’unità del SVR (servizio di intelligence esterna russo) avesse proposto di mettere in scena un falso attentato ai danni di Orbán per aumentare le sue chance di vittoria.

Ungheria al voto, l’offensiva russa passa da bot, disinformazione e propaganda La destra internazionale in soccorso di Orbán A un Orbán in difficoltà è giunta in soccorso anche buona parte della politica internazionale che vede in lui un punto di riferimento e un modello da seguire. Il 22 marzo Budapest ha ospitato la quinta edizione del CPAC (Conservative Political Action Conference), versione magiara della conferenza conservatrice statunitense.

Nel corso dell’evento, a cui ha partecipato anche il presidente argentino Javier Milei, è arrivato l’endorsement a distanza di Donald Trump. Il presidente americano ha definito Orbán “un leader forte che ha mostrato al mondo intero cosa è possibile quando difendi i tuoi confini, la tua cultura, il tuo patrimonio, la tua sovranità e i tuoi valori”.

Il giorno successivo è stata la volta del primo “Grande Raduno Patriottico", organizzato dai Patrioti per l’Europa — il  gruppo europarlamentare di Orbán. Sono intervenuti sul palco praticamente tutti i leader della destra sovranista e populista europea.

Tra loro c’erano Marine Le Pen, Matteo Salvini, il premier ceco Andrej Babiš e l’olandese Geert Wilders. Al gruppo si può idealmente aggiungere anche il presidente polacco Karol Nawrocki in quei giorni in visita di stato a Budapest.

Una vera e propria internazionale sovranista. A poche settimane dalla visita del segretario di stato Marco Rubio anche gli Stati Uniti hanno offerto il loro supporto con la visita del vicepresidente JD Vance.

Vance si è detto sicuro della vittoria di Orbán alle prossime elezioni. Durante il suo intervento ha telefonato in diretta a Trump.

Al primo tentativo ha risposto la segreteria telefonica. Al secondo Trump ha dichiarato di amare "l'Ungheria e Viktor" e di essere "dalla sua parte fino in fondo".

Vance non è arrivato da figura imparziale. Dallo stesso palco in cui stava supportando uno dei due candidati, ha accusato Bruxelles e Kyiv di interferire nelle elezioni ungheresi riciclando molti cavalli di battaglia della campagna di Orbán.

Tra le altre cose ha definito "scandalose" le parole del presidente ucraino Zelensky che un paio di mesi fa, a fronte dell’ennesimo scontro verbale con Orbán, aveva suggerito di rivelare a suoi soldati l’indirizzo di residenza del premier magiaro. Secondo l’analista americana Olga Lautman l’intervento di Vance dev’essere confiugurato in un’operazione congiunta tra Russia e Stati Uniti, dove gli interessi MAGA e quelli del Cremlino coincidono perfettamente: l’Ungheria non può essere persa.

Una data cruciale Arrivati a ridosso del grande appuntamento si può dire di aver visto e sperimentato di tutto in questa campagna elettorale. Rimane l’attesa per un risultato che potrebbe cambiare il destino della storia europea e del capitolo dei sovranismi.

Se Orbán dovesse di nuovo avere la meglio, sarebbe un duro colpo per Bruxelles. La sua vittoria lancerebbe la volata a Le Pen in Francia e a PiS in Polonia verso le elezioni del 2027 con il rischio di spalancare una nuova ondata sovranista sul continente.

Al contrario, una vittoria di Magyar segnerebbe una piccola rivoluzione. Trarrebbe un sospiro di sollievo l'Ucraina, che nell'Ungheria ha trovato un avversario tenace pronto a bloccare ogni iniziativa europea in suo supporto.

Per Bruxelles un cambio sarebbe una notizia da salutare con sollievo: Robert Fico, attuale vice-Orbán nel club filorusso dell'UE, non ha il peso politico per sostituirlo, e anche in Slovacchia tra un anno si tornerà a votare.

Per tutta questa serie di motivi si può fare il ragionamento contrario e capire perché chi avrebbe da dispiacersi di una sconfitta di Orbán sarebbe prima di tutto Mosca — che perderebbe la sua testa d'ariete in Europa — e in seconda battuta Washington, che in Orbán ha trovato un alleato nel progetto trumpiano di ridefinizione degli equilibri transatlantici. Il 12 aprile è molto più di una normale elezione.

Sarà il giorno in cui le decisioni degli abitanti di un piccolo paese con nemmeno 10 milioni di abitanti avranno ripercussioni su tutti noi. La lunga strada ungherese La chiusura infine proprio sui primi interessati: gli ungheresi.

Una vittoria di Magyar sarebbe come detto una rivoluzione, nel contesto in cui segnerebbe una cesura con un preciso periodo storico e potrebbe aprire un rinnovato dialogo tra Budapest e l’Unione europea. I punti di domanda intorno alla figura di Magyar però sono tanti.

Innanzitutto non si può ignorare il suo passato all’interno di Fidesz, in cui per anni è stato parte del cerchio magico. Le circostanze della sua fuoriuscita e della sua ribalta politica sono state perlomeno rocambolesche.

Le idee di Magyar sono state definite da molti analisti una versione light di quelle di Fidesz. In questi anni il leader dell’opposizione non ha preso posizioni particolari sul restringimento dei diritti civili, sulla questione LGBTQ+, e si è dimostrato freddo nei confronti dell’Ucraina, sia per quanto riguarda il sostegno militare che per quanto concerne una veloce adesione all’UE.

Ragionando a più ampio respiro non si può non notare che l’ascesa politica di Magyar è stata resa possibile dalla disintegrazione delle forze progressiste e di sinistra, che nel prossimo parlamento non saranno presenti. Anche questa è una conseguenza collaterale del sistema Orbán, che ha cannibalizzato un intero spazio politico, lasciando a oggi la possibilità di un’alternativa solo a una sua emanazione.

Anche nel caso di una vittoria di Magyar, la strada verso il ritorno a una democrazia liberale sana in Ungheria sarà ancora lunga.  

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