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Le relazioni tra Usa, Iran e Israele: una decennale e intricata matassa di interessi, rivalità e identità
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Questo articolo è stato pubblicato nello speciale della newsletter Estera dedicato all’operazione israelo-statunitense in Iran. Per leggere il numero clicca qui.
Per iscriverti alla newsletter invece clicca qui. Il 28 febbraio, le forze statunitensi e israeliane hanno condotto un’operazione congiunta contro l’Iran.
“Lion Roar” – ruggito di leone – è il nome dato all’offensiva che ha preso di mira le principali città iraniane, colpendo strutture militari ed edifici presidenziali ma anche aree civili, come nel caso della scuola a Qom, dove hanno perso la vita più di 100 bambine. L’attacco è avvenuto durante una fase negoziale (giovedì l’ultimo round di incontri mediati dall’Oman), a mercati chiusi, con la collaborazione di Israele e in contrasto con il diritto internazionale.
Contro il diritto internazionale L’uso della forza è infatti vietato dagli articoli 2(4) e 3 dello Statuto delle Nazioni Unite, di cui Stati Uniti e Israele sono firmatari, in quanto l’Iran è uno Stato sovrano, per quanto retto da un regime autoritario. Il richiamo alla legittima difesa, a cui Tel Aviv si è appellata, appare difficilmente sostenibile: secondo l’articolo 51 della Carta Onu, la difesa è legittima solo in presenza di un attacco armato reale o imminente.
La possibilità che l’Iran possa arricchire uranio a scopi bellici non soddisfa il criterio di imminenza richiesto dal diritto consuetudinario. A ciò si aggiungono i principi di proporzionalità e distinzione sanciti dalle Convenzioni di Ginevra del 1949, messi in discussione dalla scala dell’attacco e dal numero di vittime civili.
Anche la retorica della “liberazione del popolo iraniano”, spesso evocata da Trump, presenta evidenti contraddizioni. Accanto ai video circolati sui social, le notizie rilasciate da Reuters e Al Jazeera parlano di numerose vittime civili, mentre né Washington né Tel Aviv risultano aver avviato un coordinamento politico diretto con l’opposizione iraniana.
Nel frattempo, la risposta di Teheran non si è fatta attendere: sei Paesi che ospitano basi militari statunitensi – Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti – sono stati colpiti dalla reazione iraniana. Il rischio di un allargamento del conflitto è concreto, così come quello di una destabilizzazione prolungata dell’area.
La politica assertiva e intrusiva degli Stati Uniti Se si prova ad andare oltre la propaganda, diventa più semplice collocare l’attacco nel solco delle politiche assertive e intrusive degli Stati Uniti in un Paese ritenuto strategico, in continuità con una storia di relazioni tra Washington, Tel Aviv e Teheran che si è sviluppata nel corso di decenni: una matassa di interessi economici, rivalità geostrategiche e identità politiche intrecciate, in un contesto internazionale in cui il ricorso alla forza è diventato sempre più normalizzato. Già prima della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti guardavano all’allora Persia con interesse: il Paese era ricco di risorse e in una posizione chiave per il controllo dei traffici, ma in uno stato di debolezza che rendeva il potere locale inaffidabile anche se influenzabile.
Se da un lato gli Stati Uniti non mancarono di investire nel settore petrolifero, dall’altro guardavano con preoccupazione all’avvicinamento dello shah Reza Pahlavi alla Germania nazista. Tuttavia all’epoca la maggior parte dell’area del Golfo era sotto il controllo informale della Gran Bretagna, che custodiva gelosamente la propria posizione egemone.
Con l’entrata degli Stati Uniti in guerra, le forze armate statunitensi parteciparono all’occupazione anglo-sovietica dell’Iran (1941) per assicurarsi il controllo sulle rotte marittime e terrestri tra Medio Oriente, Urss e India. Fu la prima intromissione statunitense nel Paese.
La centralità del petrolio Nel dopoguerra, con la nascita dello Stato di Israele e l’indipendenza di diversi Paesi arabi, il Medio Oriente divenne un nodo centrale della competizione globale. L’Iran, integrato nel sistema occidentale anti-sovietico, acquisì un valore strategico ed economico crescente, anche per i suoi giacimenti petroliferi.
E fu proprio per l’oro nero iraniano che britannici e statunitensi si intromisero nuovamente negli affari di Teheran svelando, tra le altre cose, la vera natura del regime dello shah. A inizio anni Cinquanta, infatti, l’Iran era diviso sulla questione petrolifera.
La concessione alla britannica Anglo-Iranian oil company, voluta dall’ormai defunto Reza Shah, scadeva nel 1953 e il rinnovo sembrava tutto meno che scontato. Da un lato, lo shah considerava la riconferma della concessione uno strumento di sviluppo dei propri interessi, dall’altro le masse vedevano nella nazionalizzazione dell’oro nero il raggiungimento della piena indipendenza.
Nel 1950, Mohammad Reza Pahlavi (salito al trono nel 1941) nominò premier Ali Razmara, un generale molto rispettato, il profilo ideale per far digerire il rinnovo della concessione alla popolazione. Il generale fu però ucciso nel 1951 all’uscita di una moschea da un membro del Fedayn-i-Islam, un’organizzazione islamista anti-monarchica, e il Parlamento votò all’unanimità la designazione a premier di Mohammad Mossadeq.
Mossadeq era allora il leader del Fronte nazionale, una coalizione eterogenea, unita dall’obiettivo di nazionalizzare il settore petrolifero. Alla scadenza della concessione alla Anglo-Iranian oil company, nel 1953 annunciò ufficialmente la nazionalizzazione.
La risposta britannica fu immediata: blocco navale e congelamento dei capitali iraniani, con gravi ripercussioni sull’economia del Paese. Il colpo di stato e la rivoluzione islamica Si aprì una fase di profonda crisi interna.
Lo scontro tra il premier e la monarchia si inasprì; lo shah Mohammad Reza Pahlavi, indebolito anche dalle riforme promosse da Mossadeq – riduzione del bilancio militare, riforma agraria, aumento della pressione fiscale –, lasciò temporaneamente il Paese. In quel contesto di instabilità, e con il coinvolgimento dello stesso sovrano, l’esercito iraniano, sostenuto e coordinato dai servizi segreti statunitensi e britannici, rovesciò il governo.
Mossadeq fu arrestato e sostituito dal generale Fazlollah Zahedi, vicino agli ambienti occidentali. Il colpo di stato del 1953 segnò una frattura profonda tra una parte consistente della società iraniana e l’Occidente.
Mossadeq godeva di ampio consenso e la sua destituzione alimentò tanto le retoriche anti-occidentali della sinistra quanto quelle dei movimenti islamisti. Negli anni successivi, la Cia intensificò la cooperazione con i servizi dello shah per reprimere le opposizioni interne, contribuendo al consolidamento autoritario del regime.
In questo quadro maturò anche una collaborazione discreta tra Iran e Israele. Era un’intesa non dichiarata: pubblicamente sarebbe stata impopolare per entrambi, ma strategicamente era utile.
Teheran e Tel Aviv condividevano l’ostilità verso diversi regimi arabi della regione e vedevano nell’alleanza un modo per contenere minacce comuni. In questa logica, si inserisce anche la fornitura di petrolio a Israele (e indirettamente agli Stati Uniti) da parte dell’Iran durante la crisi energetica seguita alla guerra dello Yom Kippur del 1973.
La rivoluzione iraniana del 1979 ribaltò completamente gli equilibri. La caduta dello shah e la nascita della Repubblica islamica portarono alla rottura delle relazioni diplomatiche con Stati Uniti e Israele.
La crisi degli ostaggi del 1979-1980 – con l’occupazione dell’ambasciata americana e il sequestro del personale diplomatico – rese evidente la profondità della frattura. La rivoluzione islamica ebbe anche un forte impatto simbolico: per Washington e Tel Aviv rappresentava non solo la perdita di un alleato strategico, ma anche l’emergere di un attore apertamente ostile.
Le occasioni per colpire il nuovo regime non mancarono. Con lo scoppio della guerra tra Iraq e Iran (1980-1988), gli Stati Uniti sostennero l’Iraq di Saddam Hussein nel tentativo di contenere l’espansione iraniana.
Forniture militari, sostegno politico e appoggi indiretti contribuirono a definire un approccio che avrebbe caratterizzato i decenni successivi: isolamento, sanzioni economiche, operazioni coperte. In parallelo, Israele sviluppò una strategia di contenimento dell’Iran che, negli anni, avrebbe incluso azioni clandestine e sabotaggi sul territorio iraniano.
L’asse israelo-statunitense in Medio Oriente Il contenimento di Teheran e la tutela degli interessi economici e strategici nel Golfo rafforzarono progressivamente l’asse tra Stati Uniti e Israele, divenuto centrale nelle politiche mediorientali di Washington. Allo stesso tempo, l’Iran trasformò la sopravvivenza al conflitto con l’Iraq e la memoria della rivoluzione in strumenti di proiezione regionale.
Il sostegno a soggetti come Hezbollah in Libano, il governo siriano di Bashar al-Asad, Ansar Allah in Yemen, i sadristi in Iraq e, in tempi più recenti, Hamas, consolidò quella rete di alleanze nota come “Asse della Resistenza”. Per Teheran si tratta di un dispositivo di deterrenza e influenza geopolitica; per Stati Uniti e Israele, è la prova del ruolo iraniano quale sponsor di gruppi armati non statali.
La retorica della lotta al terrorismo è così divenuta uno dei principali argomenti utilizzati per giustificare sanzioni, pressioni diplomatiche e azioni di contrasto contro l’Iran, con la convinzione, a dir poco semplicistica, che basterebbe rovesciare il regime di Teheran per avere la pace regionale. L’accordo sul nucleare iraniano del 2015 (Jcpoa), promosso dall’amministrazione Obama insieme ad altre potenze occidentali, aveva temporaneamente ridotto le tensioni tra Washington e Teheran.
Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti deciso dall’amministrazione Trump nel 2018 ha però riacceso lo scontro, riportando al centro la narrativa dell’Iran come “Stato canaglia” e riaprendo una fase di forte instabilità. Le escalation degli ultimi anni – compresi i raid contro obiettivi iraniani e le crescenti operazioni di pressione militare, economica e politica – si inseriscono in questa continuità storica.
Pur con differenze di stile tra le diverse amministrazioni statunitensi, la linea di fondo resta coerente: contenere l’Iran, limitarne l’influenza regionale e impedire che consolidi una capacità militare percepita come minaccia strategica. Quella tra Stati Uniti, Israele e Iran è dunque una storia lunga, fatta di interventi, interessi energetici, alleanze variabili e profonde diffidenze.
Una storia in cui la retorica della sicurezza e della stabilità si è spesso intrecciata con logiche di potenza e competizione geopolitica, e in cui le popolazioni coinvolte hanno pagato un prezzo elevato. L'articolo Le relazioni tra Usa, Iran e Israele: una decennale e intricata matassa di interessi, rivalità e identità proviene da Lo Spiegone.