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Dal divieto al Santo Sepolcro alla pena di morte, Netanyahu annienta il diritto uguale per tutti

Martedì 31 marzo 2026 ore 10:14 Fonte: Strisciarossa
Dal divieto al Santo Sepolcro alla pena di morte, Netanyahu annienta il diritto uguale per tutti
Strisciarossa

ISTANBUL – Gerusalemme non è più la stessa. Lo Status Quo dei Luoghi Santi, formalizzato in epoca ottomana e consolidato nel XIX secolo, non era un compromesso fragile: era un dispositivo di prevedibilità, un meccanismo che trasformava il conflitto in immobilità regolata.

Dal 29 marzo 2026, giorno in cui la polizia israeliana ha impedito l’accesso al Santo Sepolcro al Patriarca dei Latini di Gerusalemme, cardinal Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, Francesco Ielpo per celebrare i riti della Domenica delle Palme, quel diritto riconosciuto si è liquefatto. Non è stato sottolineato abbastanza da nessuno, ma oltre ad essere un fatto senza precedenti nella storia dello Status Quo, la sua violazione sancisce un principio irreversibile: da garanzia di stabilità lo Status Quo è diventato oggetto di “dialogo continuo”, come recita, ammettendolo senza dirlo, il comunicato ufficiale del Patriarcato.

Ciò che prima era consolidato, da domenica è e sarà materia di trattativa permanente: ogni diritto può essere revocato, ogni regola può diventare concessione negoziata. E la prova è nel fatto che, quando la crisi è rientrata, è Tel Aviv ad aver dato il via libera alle Celebrazioni pasquali al santo Sepolcro.

Non il ricorso allo Status Quo, che nessuno, né il patriarca, né il Papa, hanno nominato. In una parola: la stabilità è finita.

La discrezionalità sarà la norma, con tutto quel che ne segue. Netanyahu e Trump (Foto di Jim LoScalzo – Pool via CNP/Shutterstock (15510189s)   Se il diritto può essere revocato non esiste giustizia E in questo contesto, ieri, con 62 voti favorevoli – compreso quello di Netanyahu – e 48 contrari, la Knesset ha approvato una legge che non introduce semplicemente la pena di morte: introduce un sistema giuridico differenziale, una sorta di geografia della pena capitale.

La formulazione chiave, nella versione finale, è sostanzialmente questa: in Cisgiordania, dove c’è una giurisdizione militare che giudica anche i bambini, fatto unico al mondo, “un residente che intenzionalmente causa la morte di una persona, e l’atto è classificato come terrorismo, sarà punito con la morte (pena obbligatoria), salvo circostanze eccezionali.”. In Israele, dove c’è una giurisdizione civile, “chi uccide con intento di danneggiare l’esistenza dello Stato di Israele può essere condannato a morte o all’ergastolo.” Già solo in queste poche righe si coglie la frattura: obbligatorietà in un sistema, discrezionalità nell’altro.

Nella Cisgiordania occupata, i palestinesi vengono processati da tribunali militari e condannati obbligatoriamente a morte se accusati di terrorismo. In Israele, gli stessi reati, commessi da coloni israeliani, finiscono davanti a tribunali civili: la pena di morte è facoltativa, l’ergastolo è l’alternativa.

La stessa azione non produce la stessa conseguenza: non è il crimine a determinare la pena, ma l’identità del soggetto. Infatti, nel testo non è citata esplicitamente una categoria etnica, bensì una categoria giuridica.

La legge non dice mai “palestinesi” in senso etnico. Definisce invece “residenti” della Cisgiordania sottoposti a tribunali militari accusati di atti classificati come “terrorismo”.

E chi è sottoposto ai tribunali militari? Solo i palestinesi.

I coloni israeliani nello stesso territorio non lo sono. Quindi gli “alcuni” non sono nominati: sono costruiti e corrispondono ai palestinesi sotto giurisdizione militare.

Punto. Cisgiordania, arresto di un giovane palestinese   La Knesset dà il via a una feroce normalizzazione Questa è la vera crudeltà: la legge codifica l’illegalità in forma istituzionale.

È in conflitto con il diritto internazionale, viola le Convenzioni di Ginevra e annulla i principi più elementari del giusto processo. I tribunali militari non garantiscono equità: il tasso di condanna è altissimo, la pena di morte obbligatoria è strutturalmente arbitraria.

Non è un incidente: è un progetto. E il progetto è stato festeggiato da Ben Gvir, che ne è stato il promotore, insieme alla maggioranza con vistosi brindisi in aula, champagne in mano, mentre gli alleati occidentali e alcuni partner arabi continuano ad osservare, silenziosi o compiacenti.

Non è folklore, è normalizzazione della radicalità più feroce e barbarica, all’interno della quale l’approvazione della selettività della morte è solo l’ultimo di una lunga serie di abomini dei quali Israele e la sua società militarizzata e gravemente afflitta da forme collettive di psicopatia si è macchiata. Non si tratta più solo di legge o di violenza isolata.

Questo è un laboratorio Palestina: un esperimento di discriminazione giuridica, di applicazione selettiva della pena di morte, di controllo attraverso il diritto. Un modello che, se accettato impunemente, è destinato a diventare riferimento altrove esattamente come lo è diventata quella che ho chiamato “Dottrina Gaza”.

Tutto quello che stiamo permettendo a Israele di fare, un domani potrà accadere a chiunque di noi. Tenetelo bene a mente.

Alla Knesset la legge ridefinisce la giustizia, altrove, come nel Santo Sepolcro, lo stesso movimento si manifesta sotto forma di negoziazione continua: il diritto diventa materia di trattativa, il diritto riconosciuto diventa revocabile. Non sono due piani separati: la stabilità si sgretola in entrambi i casi.

La violenza non segna più la soglia: è la sua formalizzazione, la sua legittimazione giuridica e politica. È la nuova normalità che Israele con la complicità di USA e Europa, e l’inseparabile ausilio dell’AI, sta ridisegnando a livello globale.

Chiunque abbia ancora autonomia di giudizio sa bene che quando il diritto smette di essere uguale per tutti e diventa selettivo, non regola più il conflitto: lo organizza. E quando viene celebrato fra brindisi e gaudi scomposti, non è più solo una legge è una dichiarazione che più o meno suona così: noi decidiamo chi può morire e chi no.

Chi è cittadino e chi non lo è. Chi ha diritto e chi non lo avrà mai.

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