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Cast spaziale e un Leone d’oro discusso per la “desolandia” familiare di Jarmusch

Domenica 28 dicembre 2025 ore 16:34 Fonte: Strisciarossa
Cast spaziale e un Leone d’oro discusso per la “desolandia” familiare di Jarmusch
Strisciarossa

Desolandia, come una contemporanea Waste Land, la terra guasta e sterile di Eliot, è il luogo plurimo in cui si dipanano le sottili, graffianti storie di incomunicabilità familiare di Father Mother Brother Sister, finemente ordite da Jim Jarmusch, alfiere settantaduenne del cinema indie americano ormai giunto allo stadio di venerato maestro, con tutti i rischi del caso. Ad esempio quello di venir abbastanza generosamente celebrato col Leone d’Oro a Venezia – presiedeva la giuria il connazionale Alexander Payne -, premio discusso soprattutto per la mancata assegnazione a La voce di Hind Rajab della regista tunisina Kaouther Ben Hania, ritenuto da non pochi critici più meritevole.

Succede e può perfino spiacere per Jarmusch, artista multiverso capace stavolta di riversare e accordare lungo 110 minuti una somma di talenti, visivi e fotografici, musicali e attoriali, vedasi un cast spaziale, strepitoso nel giocare per lunghi tratti con un deadpan humor, un umorismo dell’impassibilità, molto all’inglese e felicemente straniante e congruo visti i “cuori d’inverno” sulla scena. Diviso in tre episodi, intercalati da brevi liriche visive con oniriche fluttuazioni di particelle cromatiche, il film parte con “Father” e la visita di due fratelli sulla quarantina, Jeff (Adam Driver) ed Emily (Mayim Bialik, ben nota agli affezionati della serie The Big Bang Theory) al padre (Tom Waits, capelli tinti senza vergogna), vedovo e auto-relegato in una solitaria villetta del New Jersey.

Una Desolandia non certo del paesaggio, bellissimo. Piuttosto severa Emily, restia a perdonare il passato “vivace” del genitore, dedito con fervore, s’immagina, a sostanze e alcol, più concessivo Jeff, sempre pronto a evadere le richieste, anche di denaro, del padre, che ostenta una dimora trasandata.

In silenzi imbarazzati e sguardi d’intesa tra i figli e piccoli cenni a eventi del comune passato si consuma una visita rapida e urticante, perché i tre sono divisi da quel vuoto che cresce coi distacchi, ma permane in Emily e Jeff un latente bisogno, una nostalgia immedicabile della famiglia. Tom Waits, noto diavoletto dalla voce roca (meglio evitare la versione doppiata del film), per contro se ne fotte e, partiti i figli, si reimmerge in una vita gaudente, grazie alle banconote scucite da Jeff.

Il primo affondo di Jarmusch, dà il tono ai seguenti, tutti contrappuntati da particolari e “segni” ricorrenti. Un gruppetto di ragazzi in skateboard che passano al ralenti, quasi a isolare meglio in un altro tempo le microstorie, un vecchio Rolex, le foto di famiglia, una domanda ripetuta a sigillare il tentativo di rompere il silenzio: al “Si può brindare con l’acqua?”, seguirà nel secondo episodio, “Mother”, il “Si può brindare con il tè?” nel salotto dublinese di una specie di Sveva Casati Modignani irlandese (Charlotte Rampling) educatissima, algida padrona di casa.

Ha allestito una sontuosa tavola, colma di golosità acquistate in una gastronomia di lusso, per il rendez-vous annuale (vivono nella stessa città!) con le figlie, l’inappuntabile Timothea (Cate Blanchett) e Lilith dalla chioma lilla (Vicky Krieps), impegnate infantilmente a esibire al cospetto della genitrice i propri successi professionali, veri per Timothea, presunti per Lilith, matura ragazza lesbica e del tutto “marziana” rispetto alla madre. Lei i suoi libri evanescenti li vende alla grande.

E ne è gelosa, non vuole che le figlie li sfoglino. Vince pure qui, dopo dialoghi misurati e vacui, la voglia di tornarsene il prima possibile nel proprio guscio e la porta blu che si chiude appena partite le figlie riconsegna la madre alla sua fortezza, alla sua egolatria.

Cade il velo di una sofferta ospitalità, come in “Father”. Con l’asciuttezza di un racconto di Carver, Jarmusch ci conduce, immersi in una lentezza che incanta e ipnotizza, dentro la vera Desolandia, cioè dentro di noi.

Lilith, sollecitata dalla madre racconta una “storiella divertente”: “Due pianeti stanno chiacchierando quando ne arriva un terzo che inizia a tossire e dice: ‘Ho preso l’umanità’. ‘Non ti preoccupare’, ribattono i due pianeti, ‘sparisce in fretta’”.

In “Brother Sister” due gemelli ventenni iniziano a elaborare il lutto per l’improvvisa morte in un incidente dei genitori: il piccolo aereo pilotato dal padre è precipitato. “Si può brindare con il caffè?” Dopo l’incontro in un bar parigino, Skye (Indya Moore) e Billy (Luka Sabbat), sdraiati sul pavimento di una delle stanze vuote dell’appartamento di famiglia, guardano vecchie foto.

E cadono, ci risiamo, altri veli. Rovistando in una vecchia scatola scoprono alcune carte d’identità con la foto dei genitori rilasciate da diversi Stati americani.

Il perché rimane un mistero, mentre la portinaia (cameo di Françoise Lebrun, celebre volto del cinema d’autore francese) gli ricorda che padre e madre non avevano pagato l’affitto da tre mesi. Quantomeno passa tra i gemelli una bella corrente d’affetto in mezzo ad altri Segreti e bugie, per citare il film di Mike Leigh del ’96, racconto del complesso riavvicinamento tra una figlia adottiva e la madre naturale, una mirabile Brenda Blethyn.

Vite familiari abrasive Father Mother Brother Sister chiede allo spettatore un certo abbandono al suo tempo tripartito, senza mettersi troppo a scandagliare in corso d’opera significati più o meno reconditi. È il modo migliore per entrare appieno in una rappresentazione levigata di vite familiari intimamente abrasive, pizzicate da un efficace minimalismo surreale e scortate dalle musiche dello stesso Jarmusch, e di Anika, che offre, tra l’altro, una formidabile, intensa cover di Spooky di Dusty Springfield.

Una carezza arriva con la fotografia di Fred Elmes e Yorik Le Saux, due di quelli bravi, a sottolineare la buona riuscita del film, con Jarmusch anche sceneggiatore e produttore esecutivo, insieme a Efe Çakarel, il fondatore di MUBI, e ad Anthony Vaccarello, direttore creativo di Yves Saint Laurent e guida della relativa branca cinematografica. Indie sì, ma de luxe.

I tempi di Stranger than paradise, un bianco e nero dell’84 che aveva imposto il regista per l’autenticità di sguardo nell’ordinaria follia americana, sono lontani, com’è ovvio che sia. E lo stesso si potrebbe dire per gli undici episodi di Coffee and cigarettes o per Daunbailò.

Il passo di Father Mother Brother Sister è meno anarchico, più vicino allo splendido Broken Flowers del 2005, con Bill Murray vagante, attraverso un’indagine tra i suoi vecchi amori, alla ricerca del figlio diciannovenne mai accudito. Un altro padre latitante, molto simile, benché finalmente consapevole, a questi Father e Mother, genitori afoni, infastiditi dai loro eredi.

Non in grado di consegnare, appunto, un lascito morale e d’affetti. L'articolo Cast spaziale e un Leone d’oro discusso per la “desolandia” familiare di Jarmusch proviene da Strisciarossa.

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