Cultura
Con gli occhiali degli antichi
Un magister romano con tre allievi. Bassorilievo rinvenuto a Neumagen- Dhron, presso Treviri (foto Wikicommons).
Homo sum. Il paradosso di Terenzio Basterebbero queste due parole, homo sum, perché chiunque abbia una minima confidenza con i classici prosegua idealmente con il celebre humani nihil a me alienum puto[1].
È un riflesso condizionato della nostra cultura, eppure nasce da un equivoco teatrale quasi paradossale. Nell’Heautontimorumenos di Terenzio, infatti, queste parole non sono un inno alla filantropia universale, ma la giustificazione che il vecchio Cremete rivolge al vicino Menedemo.
Accusato di essere un impiccione, Cremete usa l’appartenenza al genere umano per difendere la propria indiscrezione; come ricorda Maurizio Bettini, si tratta più di un elogio dell’eccesso di comunicazione[2] che di una professione di altruismo. Il nodo della questione però sta nel capire come un verso nato da un contesto così quotidiano, e persino ironico, sia potuto diventare per noi moderni il fondamento stesso della solidarietà.
Questa metamorfosi comincia molto presto, già nell’antichità, quando il senso del testo originale viene riletto e “nobilitato” da Cicerone e Seneca[3]. Per loro, l’affermazione di Cremete perde il valore contestuale e diventa un paradigma etico, un dovere morale che lega ogni uomo ai propri simili in una rete di responsabilità reciproca.
Ac latissime quidem patens hominibus inter ipsos, omnibus inter omnes societas haec est; in qua omnium rerum, quas ad communem hominum usum natura genuit, est seruanda communitas, ut, quae discripta sunt legibus et iure ciuili, haec ita teneantur, ut est constitutum legibus ipsis, cetera sic obseruentur, ut in Graecorum prouerbio est, amicorum esse communia omnia. Omnium autem communia hominum uidentur ea, quae sunt generis eius, quod ab Ennio positum in una re transferri in permultas potest: homo qui erranti comiter monstrat uiam, quasi lumen de suo lumine accendat facit.
Nihilo minus ipsi lucet, cum illi accenderit. Vna ex re satis praecipit, ut, quicquid sine detrimento commodari possit, id tribuatur uel ignoto.
Ex quo sunt illa communia: non prohibere aqua profluente, pati ab igne ignem capere, si qui uelit, consilium fidele deliberanti dare, quae sunt iis utilia, qui accipiunt, danti non molesta. Quare et his utendum est et semper aliquid ad communem utilitatem afferendum.
Sed quoniam copiae paruae singulorum sunt, eorum autem, qui his egeant, infinita est multitudo, uulgaris liberalitas referenda est ad illum Enni finem: “Nihilo minus ipsi lucet”, ut facultas sit, qua in nostros simus liberales[4].
Certo Cicerone ammonisce ad amministrare con cautela i beni che ci vengono richiesti affinché la nostra generosità non comporti un danno per quelli che ci sono più vicini (sine detrimento commodari possit) e crea un modello che si declina attraverso un andamento progressivo ed esclusivo dalla più ampia societas humana fino ai legami interni alla familia, ma sottolinea Gemma, «Cicerone in De officiis 3, 6 afferma che per natura l’uomo deve prestare aiuto al proprio simile: si tratta di un ordine naturale che prescrive di provvedere ad un altro uomo per il solo motivo che è anch’egli un uomo. Cicerone però va oltre questa affermazione allargando il carattere universale dell’humanitas intesa come senso di umanità da estendere anche agli stranieri (externi)».
E aggiunge Rachele: «Il dialogo a distanza tra gli autori rivela come l’antichità abbia saputo superare il particolarismo per approdare a un cosmopolitismo etico. Il messaggio rimane costante: l’ingiustizia verso il singolo è un vulnus all’intera umanità.
La solidarietà non dipende dalla cittadinanza, dalla parentela o dalla ricchezza, ma dalla comune appartenenza al genere umano». L’analisi degli studenti ha colto nel segno.
Cicerone prima, Seneca poi hanno compiuto un’operazione intellettuale trasformando una battuta in una legge universale. Orizzonte di senso Le vicende contemporanee però non lasciano leggere con occhi ingenui i testi antichi; essi hanno ormai perduto la propria innocenza.
Come ascoltare le parole di Ilioneo nell’Eneide senza pensare al nostro Mediterraneo attraversato da migliaia di migranti? Per aprire un vero orizzonte di senso attraverso i classici, non possiamo quindi limitarci a “usarli” come strumenti per suscitare una passeggera compassione o uno sdegno viscerale di fronte alle immagini di morte che affollano i nostri schermi.
Sentimenti nobilissimi, certo; la sympatheia e l’apertura verso l’altro sono presupposti fondamentali, ma ai classici dobbiamo chiedere qualcosa di più profondo, dobbiamo chiedere la capacità di trasformare l’emozione in una struttura di pensiero. Comprendere la ricezione del passo dell’Heautontimorumenos di Terenzio dunque allora permetterà una consapevolezza che va oltre la reazione istintiva, la costruzione di un’idea di “umano” frutto di una riflessione critica e non solo di un impulso sentimentale.
Communia. Diritti e doveri umani «Communia.
Diritti e doveri umani»[5] raccoglie l’esperienza dei ragazzi e delle ragazze a partire dall’esplorazione della categoria dell’alterità, in un percorso che ha permesso in primo luogo un esercizio di metodo. Le parole costituiscono dei signa culturae; non sono indicatori neutri.
Attraverso le parole descriviamo la nostra cultura, ci autorappresentiamo e diamo forma all’esperienza. Il lessico dell’alterità allora disegna un mondo di relazioni e determina un quadro di riferimento in termini di diritti e doveri.
La mappatura del lessico ha consentito agli studenti e alle studentesse di condurre una’operazione di confinamento, ma il territorio che ne deriva non esclude negoziazione e mobilità e soprattutto è tridimensionale (dentro/fuori in senso geografico secondo quella dimensione di crescente prossimità che anche Cicerone ha sperimentato nel De officiis e alto/basso secondo la stratificazione sociale). La costruzione dell’identità si rivela, infatti, come un rapporto di relazione e di reciprocità i cui equilibri cambiano seguendo variabili che non sono semplicemente cronologiche e geopolitiche.
Il lessico non è mai neutro; nominare le cose serve, infatti, a rappresentare la nostra idea del mondo e allo stesso tempo a autorappresentarci. La riflessione dei ragazzi e delle ragazze ha toccato quindi temi e questioni che mettono in discussione il nostro modo di vedere gli antichi.
Accanto alle affermazioni di uno humanum officium e di uno ius humanum “universale” rimangono questioni come la schiavitù o la condizione della donna sulle quali gli antichi non hanno niente da insegnare. Ma anche la cautela di Cicerone rimanda al dibattito attuale sull’ampliamento di alcuni diritti, non da ultimo quello della cittadinanza.
Greci e Romani si presentano nella loro irriducibile alterità, ma quello che i ragazzi e le ragazze chiedono è di provare a tracciare un ponte tra noi e gli antichi, un esercizio che, come afferma Maurizio Bettini, parla al presente. Che cosa significa guardare al presente con gli occhiali degli antichi?
Significa rifondare e allargare lo spettro dei diritti, creare nuove definizioni. Le migrazioni climatiche sono una realtà.
Clima, degrado ambientale e catastrofi naturali interagiscono sempre più con i fattori alla radice dei movimenti degli esseri umani (sociali, economici, politici e demografici); tuttavia la definizione di “rifugiato climatico” non trova fondamento in nessuna norma di diritto internazionale. Gli uomini però, ibridi e migranti secondo una definizione di Telmo Pievani, hanno fatto della propria mancanza di specializzazione una risorsa.
Migrare è strutturale alla natura umana. Greci, Fenici, Germani, tutti i popoli hanno cambiato sede per motivi diversi; tutto è commistione e innesto (permixta omnia et insiticia sunt) ci ricorda Seneca:
Nec omnibus eadem causa relinquendi quaerendique patriam fuit: alios excidia urbium suarum hostilibus armis elapsos in aliena spoliatos suis expulerunt; alios domestica seditio summouit; alios nimia superfluentis populi frequentia ad exonerandas uires emisit; alios pestilentia aut frequentes terrarum hiatus aut aliqua intoleranda infelicis soli uitia eiecerunt; quosdam fertilis orae et in maius laudatae fama corrupit. Alios alia causa exciuit domibus suis: illud utique manifestum est, nihil eodem loco mansisse quo genitum est.
Adsiduus generis humani discursus est[6]. Questo esercizio di confronto tra passato e presente spinge a ripensare i confini dei diritti umani di fronte a crisi globali inedite.
Emerge così l’urgenza di dare dignità giuridica a figure come il rifugiato climatico, una categoria resa necessaria dal riscaldamento globale e dalla crisi climatica. In definitiva, guardare al presente “con gli occhiali degli antichi” non significa rifugiarsi nel passato, ma scomporre la realtà per leggere la complessità e per trovare la spinta per definire nuovi diritti e superare i pregiudizi del nostro tempo.
La cura dell’altro da sé è l’orizzonte di senso nel quale il percorso si inscrive. Rileggere le discipline classiche in chiave orientativa, in coerenza con le Linee Guida per l’orientamento (DM 328/2022), e integrarle in modo strutturato con i percorsi di Educazione civica, ha l’obiettivo dichiarato di superare una visione frammentata dei saperi, favorendo l’interdisciplinarità, l’intersezione tra ambiti di conoscenza e la costruzione di connessioni significative tra mondo antico, contemporaneità e pluralità dei futuri possibili.
Note [1] Terenzio, Heautontimoroumenos, 77. [2] M. Bettini, Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, Torino, Einaudi 2019, pp. 103-105; già in Lo straniero ovvero l’identità culturale a confronto, a cura di M. Bettini, Laterza, Roma-Bari 1992, pp. 12-13. [3] Cicerone, De officiis, 1, 30;
Seneca, Epistulae ad Lucilium, 95, 50-53. I passi citati, come i successivi, costituiscono parte integrante del percorso e sono stati letti in lingua. [4] Cicerone, De officiis, 1, 51. [5] Le infografiche sono al link https://heyzine.com/flip-book/71a87dde7d.html.
Il percorso ha coinvolto le discipline – in particolare greco, latino, storia e filosofia – ha integrato il curricolo di Educazione Civica e dell’Orientamento. [6] Seneca, Consolatio ad Helviam matrem, VII. L'articolo Con gli occhiali degli antichi proviene da La ricerca.