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Breve storia del presunto “furto” del petrolio venezuelano lamentato da Donald Trump

Martedì 6 gennaio 2026 ore 15:00 Fonte: Altreconomia

Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Breve storia del presunto “furto” del petrolio venezuelano lamentato da Donald Trump generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

il presidente degli Stati Uniti ha affermato che la gestione del greggio venezuelano negli ultimi decenni costituisce un furto collegando l'attacco avvenuto il 3 gennaio alla rivendicazione di un presunto debito e sostenendo che il governo venezuelano avrebbe utilizzato le risorse petrolifere senza corrispettivo e in modo illegittimo
Breve storia del presunto “furto” del petrolio venezuelano lamentato da Donald Trump
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Nel discorso di inaugurazione del suo secondo mandato da presidente, Donald Trump ha fatto un annuncio chiaro al popolo americano: "L'età dell'oro inizia adesso".

A un anno da quel momento chiede agli elettori di tenere duro, di avere fiducia, perché l'età dell'oro sta arrivando. Le promesse sulla fine delle guerre, sulla rinascita dell'industria americana, sulla creazione di nuovi posti di lavoro e sull'abbassamento del costo della vita, non sono state mantenute.

Solo il 10% degli americani, i più ricchi, stanno godendo di quest' epoca luminosa. E intanto interi dipartimenti governativi vengono smantellati o svuotati di senso.

La brutale guerra all'immigrazione, una priorità per Trump, è forse l'unico "successo", anche se i risultati sono inferiori all'obiettivo di un milione di deportati in un anno. Insomma, al di là di una cronaca politica dirompente e incalzante, in che condizioni sono gli Stati Uniti d'America?

In attesa della golden age trumpiana, e in vista delle elezioni di midterm, quali sono le questioni che interessano la vita di milioni di americani? Con questo articolo la giornalista Francesca Berardi inaugura "L'età dell'oro", uno spazio di approfondimento sugli Stati Uniti su Altreconomia.

“Il più grande furto della storia americana”. Poche ore dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, Donald Trump ha descritto così la politica di gestione del petrolio in Venezuela degli ultimi cinquant'anni.

Nel corso di una conferenza stampa che avrebbe dovuto chiarire le ragioni del sequestro di Maduro, il presidente degli Stati Uniti ha nominato la lotta al narcotraffico ma ha insistito più che altro su un altro punto: la riscossione di un presunto debito. “Ci hanno portato via il nostro petrolio e le infrastrutture, che oggi sono marce e decadenti.

Le compagnie le ricostruiranno”, ha detto. Una dichiarazione essenziale e senza sfumature, in linea con lo stile di Trump, che nasconde però una lunga storia e una ancor più lunga serie di implicazioni e domande.

La storia possiamo dire che inizi circa un secolo fa, nel 1922. Siamo a La Rosa, un villaggio della parte occidentale del Venezuela, vicino alla città di Cabimas, sul lago Maracaibo.

La Rosa vive di una povera economia rurale ma da anni, nei dintorni, compagnie petrolifere straniere stanno scavando alla ricerca dell’oro nero. La presenza di petrolio in Venezuela era già nota ai coloni spagnoli del 1600 ma con la prima guerra mondiale -con la necessità di combustibile da parte dei Paesi in guerra- grandi compagnie iniziano a investire in esplorazioni approfondite.

Tra queste la Venezuelan oil concessions (Voc), una controllata dell’olandese Shell, che decide di trivellare in profondità in un sito conosciuto come "Los Barroros-2". I lavori iniziano nel luglio del 1922, e cinque mesi dopo, all’alba del 14 dicembre, un suono simile a quello di un’esplosione segna un punto di svolta nella storia economica e politica del Venezuela.

Un gigantesco giacimento petrolifero si manifesta al mondo con un getto che fuoriesce dalla terra per oltre 40 metri di altezza, facendo cadere su La Rosa e i suoi abitanti appena svegli una pioggia nera, densa e viscosa, una pioggia di petrolio. Ci vorranno giorni per riuscire a controllare quel getto.

Ma quello che noi oggi interpretiamo come un disastro ambientale, al tempo venne più che altro inteso come l’inizio di una nuova epoca. Lo racconta un articolo pubblicato da BBC in occasione del centenario di quell’evento.

Nel 1922 la produzione di greggio in Venezuela ammontava a circa 6.000 barili al giorno. Nei dieci giorni che seguirono “l’eruzione” di Los Barrosos -2, è stato stimato che quasi un milione di barili si siano riversati in modo incontrollato nei campi circostanti, per centinaia di ettari.

Intervistato da BBC, l’economista venezuelano Igor Hernández, riporta un dato eloquente: gli investimenti degli Stati Uniti in Venezuela passano da tre milioni di dollari nel 1912, a quasi 250 milioni nel 1930. Nel decennio successivo il Venezuela è al centro degli investimenti di compagnie straniere, europee e statunitensi, in particolare la Standard Oil della famiglia Rockefeller, e la Gulf della famiglia Mellon (futura Chevron).

Con quasi un quinto delle riserve mondiali di petrolio nel suo sottosuolo, il Venezuela diventa così il secondo produttore al mondo dopo gli Stati Uniti. Questo non significa che la popolazione benefici dei profitti: il dittatore dell’epoca, il generale Juan Vicente Gómez, si limita a favorire gli investimenti stranieri, lasciando che siano grandi compagnie estere a ricavare ricchezze.

Le cose cambiano dopo la morte di Gómez, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, quando il Venezuela diviene una democrazia, e pur mantenendo ottime relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, rivendica una fetta dei guadagni delle compagnie straniere. Prima il 40%, e poi, nel 1953, il 65%.

Ma la svolta nelle politiche della gestione del petrolio avviene alla metà degli anni Settanta, sotto la guida del presidente Carlos Andrés Pérez, quando viene avviato il processo di nazionalizzazione dell’industria petrolifera e viene fondata la Petróleos de Venezuela S.A. (Pdvsa), ovvero la compagnia petrolifera statale venezuelana. Le compagnie straniere, soprattutto quelle americane, subiscono un duro colpo: tra loro l’olandese Shell, e le americane Exxon e Mobil (fuse nel 1999) e Gulf Oil.

Un articolo del 1977 consultabile negli archivi del New York Times, racconta che vengono risarcite con un miliardo di dollari. Una somma inferiore alla perdita stimata ma l’interesse, anche degli investitori stranieri, non è quello di insistere e pressare il partner venezuelano, quanto mantenere buoni rapporti per l’esportazione di greggio.

La situazione inizia a precipitare negli anni Ottanta, con il crollo del prezzo del petrolio, le pesanti conseguenze sull’economia venezuelana, e violente proteste soppresse nel sangue. Nel 1999, dopo due tentativi di colpo di Stato, viene eletto Hugo Chávez che costituisce uno Stato socialista.

Nel 2007 Chávez completa il processo di nazionalizzazione dell’industria petrolifera, e negli anni successivi le compagnie costrette a lasciare definitivamente il Paese, come ExxonMobil e Orinoco Belt, intentano lunghe e complesse cause nei tribunali internazionali per ottenere un risarcimento, per un totale di 60 miliardi di dollari. Solo poche compagnie straniere, come Chevron e la spagnola Repsol, riescono a trovare nuovi accordi con lo Stato venezuelano e a restare operative sul territorio. [caption id="attachment_235191" align="alignnone" width="2560"] © Camilo Freedman/SOPA Images/Shutterstock / IPA[/caption] Ma il settore, prima con Chávez, e poi con il successore Maduro, è inesorabilmente entrato in crisi.

I tecnici specializzati, così come altri milioni di venezuelani, lasciano il Paese guidato da un regime autoritario e corrotto, colpito da una profonda crisi economica, un’inflazione insostenibile e pesanti sanzioni. Le infrastrutture si deteriorano.

Secondo le stime del Washington Post, durante il governo di Maduro, le esportazioni di petrolio sono passate da tre-quattro milioni di barili al giorno, a non più di 900.000. E la maggior parte è destinata alla Cina.

Ecco, in formato bignami, la storia dietro le rivendicazioni di Trump, a nome di compagnie petrolifere che però -dopo la cattura di Maduro- non hanno voluto pronunciarsi. Certo è che hanno eletto Trump portatore dei loro interessi, considerando che le aziende del settore dei combustibili fossili hanno investito più di 96 milioni di dollari per la sua rielezione nel 2024, e circa 245 milioni per fare lobby al Congresso.

A queste somme si aggiungono altri 80 milioni in campagne di comunicazione e una cifra imprecisata investita attraverso i cosiddetti “dark money groups”, ovvero gruppi di donatori che investono in politica senza rivelare la propria identità, grazie a buchi legislativi che di fatto lo consentono. Ma il più grande elefante nella stanza delle parole di Trump è la messa in pratica del suo piano di vendetta e rivalsa, difficilissimo da realizzare.

Lo spiega bene The Economist in un lungo articolo che sottolinea come in Venezuela la drastica carenza di capitali e la mancanza di manodopera qualificata, a fronte di sanzioni ancora in vigore e un mercato globale già saturo, siano ostacoli che richiedono anni e capitali astronomici per essere superati. Secondo la società di consulenza Rystad Energy, per riportare il settore petrolifero venezuelano agli antichi splendori sarebbero necessari circa 110 miliardi di dollari di investimenti: il doppio rispetto a quando le compagnie petrolifere statunitensi hanno investito nel mondo nel 2024.

A parte Chevron, l’unica americana ad aver mantenuto un piede nel Paese e quindi forse facilitata, queste aziende sono davvero pronte a investire così tanto? Sono davvero pronte a investire per ricostruire le infrastrutture venezuelane quando lo stesso futuro politico del Paese, nei piani di Trump, è totalmente subordinato al successo di questi investimenti?

In attesa di risposte, il presidente degli Stati Uniti guarda già alla Groenlandia, e minaccia Colombia e Messico. Ci attende un lungo anno.

Francesca Berardi lavora come giornalista dal 2010, ed è autrice per Chora & Will Media. I suoi lavori sono pubblicati da media italiani e stranieri, tra cui The Guardian, TIME, Pro-Publica, PRX, Internazionale, Domani, Rai Play Sound e Rai Radio 3.

Ha vissuto diversi anni negli Stati Uniti, dove ha lavorato come reporter e ha conseguito un MA in Politics alla Columbia Journalism School. Dopo aver preso parte a un programma di giornalismo investigativo, ha lavorato come fellow al Brown Institute for Media Innovation, una collaborazione tra la Columbia e Stanford.

Tra i premi ricevuti ci sono il Front Page Award for in-depth reporting, il Premio Lucia per le produzioni audio, il Pod e il premio Ondas. Nel settembre 2024 ha pubblicato il suo secondo libro, “L’invenzione dei tuoi occhi” (Terre di Mezzo). © riproduzione riservata L'articolo Breve storia del presunto “furto” del petrolio venezuelano lamentato da Donald Trump proviene da Altreconomia.

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