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Cultura

The Diplomat, la figura femminile nella politica internazionale

Venerdì 12 dicembre 2025 ore 23:19 Fonte: ReWriters
The Diplomat, la figura femminile nella politica internazionale
ReWriters

The Diplomat è una serie televisiva statunitense ideata da Debora Cahn. La produzione, durata due anni, ha coinvolto esperti del servizio diplomatico e militare, consulenti di sicurezza nazionale e specialisti di politica estera, con l’obiettivo di costruire un impianto drammaturgico credibile e vicino alla realtà istituzionale americana.

Debuttata su Netflix il 20 aprile 2023, la serie è stata rinnovata quasi subito per una seconda stagione, a cui sono seguiti il rinnovo del 10 ottobre 2024 per una terza stagione e la conferma di una quarta. Le riprese si sono svolte principalmente a Londra, grazie ai permessi per girare all’interno dell’ambasciata americana di Nine Elms e del Foreign Office a Westminster.

Altre location includono l’Old Royal Naval College di Greenwich, il Gloucestershire, l’aeroporto di Cotswold, Wrotham Park nell’Hertfordshire e Ditchley Park nell’Oxfordshire. Alcune scene sono state girate anche a Parigi, sull’Île Saint-Louis, sul ponte Louis-Philippe e al Louvre.

The Diplomat, una lettura attraverso lo sguardo di Laura Mulvey Una protagonista che infrange la forma della “donna rappresentabile”. Kate Wyler (interpretata da Keri Russel) è presentata attraverso una costruzione audiovisiva che rifiuta le tipologie femminili più ricorrenti nei prodotti politici o geopolitici.

Non è la “donna eccezionale” che emerge come anomalia nel sistema, né la figura iper-competente pensata per compensare l’ambiente maschile in cui si muove. La sua caratterizzazione lavora invece sulla funzionalità del ruolo e non sulla sua “rappresentabilità”: è introdotta tramite azioni operative, problemi logistici, briefing e tensioni professionali, senza alcuna scena iniziale che cerchi di definirla attraverso un’immagine o un “profilo” estetico.

La serie costruisce Kate come un soggetto che esiste prima del giudizio dello spettatore: non è stilizzata, non è semplificata in un tratto dominante, non è tradotta in un archetipo facilmente riconoscibile. Le sue fragilità, come la fatica o l’irritazione sociale, non sono presentate per umanizzarla — strategia frequente nei personaggi femminili — ma come elementi strutturali del suo modo di lavorare, parte integrante del contesto diplomatico.

Il personaggio è dunque inscritto in un ambiente che richiede un’elevata adattabilità, e la sua difficoltà nel conformarsi alle aspettative formali della diplomazia non viene trattata come un problema “di genere”, ma come un conflitto professionale realisticamente osservabile in qualsiasi ruolo ad alta esposizione. Questa impostazione sottrae Kate alla logica binaria che domina spesso la rappresentazione femminile nelle serie politiche — donna forte vs. donna vulnerabile — e la colloca in una zona più sfumata, dove il focus non è il suo essere donna nel potere, ma come il potere viene percepito quando è esercitato da una donna che non performa un modello codificato.

La sua presenza mette così in luce non tanto la sua “eccezionalità”, quanto la frizione strutturale tra competenza e aspettativa sociale: è il sistema che fatica a collocarla, non lei a non appartenervi. Laura Mulvey, la riscrittura del rapporto tra spettatore e personaggio Laura Mulvey, nel celebre Visual Pleasure and Narrative Cinema, sostiene che il cinema classico costruisce due meccanismi fondamentali: la donna come oggetto del desiderio visivo e l’uomo come vettore dell’azione narrativa.

In altre parole, lo sguardo della macchina da presa — e quindi dello spettatore — si identifica con il soggetto maschile, mentre la donna è resa immagine, corpo, superficie da osservare. The Diplomat sovverte in modo sistematico questa dinamica.

Non solo Kate non è mai estetizzata, abbellita o resa oggetto erotico; piuttosto, la sua corporeità è funzionale alla narrazione politica: la vediamo sudata, scomoda, agitata, scomposta, sempre immersa nell’azione diplomatica. La regia rifiuta la costruzione del corpo femminile come spettacolo e sposta l’identificazione dello spettatore verso una prospettiva non dominata dal desiderio maschile, bensì dalla complessità del ruolo politico.

In questo senso, la serie mette in atto ciò che Laura Mulvey definisce “distruzione del piacere come arma politica”: il piacere visivo tradizionale viene sacrificato per costruire un nuovo tipo di piacere, quello intellettuale e narrativo di seguire una donna come soggetto attivo del racconto. La coppia diplomatica come dispositivo critico: il ruolo dello sguardo e della performance di genere Il rapporto tra Kate e Hal non funziona come opposizione tra due competenze, ma come meccanismo narrativo che mette in evidenza quanto lo sguardo istituzionale — e lo sguardo dello spettatore — sia ancora profondamente segnato da categorie di genere.

Hal è un ex ambasciatore habitué dei riflettori, formato dentro un modello diplomatico costruito sulla visibilità, sulla retorica e sulla socialità politica. Kate, invece, è orientata a un approccio operativo, spesso sottratto ai rituali della rappresentazione.

La serie sfrutta questa differenza non per gerarchizzare i personaggi, ma per mostrare due modalità di presenza: una che aderisce alle aspettative tradizionali di leadership pubblica e una che resiste a tali aspettative. Questo gioco di presenze e assenze richiama direttamente la teoria di Laura Mulvey, secondo cui l’industria audiovisiva tende a codificare il soggetto maschile come agente e lo sguardo maschile come forma dominante di percezione.

In The Diplomat, però, questa dinamica è problematizzata: Hal incarna un modello di visibilità già previsto dal contesto politico, mentre Kate esiste principalmente fuori dal registro dello “spettacolo” — e proprio questa sottrazione mette alla prova le convenzioni narrative e istituzionali che si attendono da lei una forma di performatività conforme.

La frizione non nasce dalla loro differenza personale, ma dal modo in cui l’ambiente circostante interpreta le loro posture: Hal appare “naturale” perché il suo stile è già riconosciuto come valido dalla tradizione diplomatica;

Kate, al contrario, viene spesso osservata, valutata, interpretata. La serie, dunque, sovverte il principio mulveyano dello sguardo maschile non sostituendolo, ma mostrandone il funzionamento:

Hal è il corpo che non necessita di essere letto, Kate è il corpo che viene costantemente decodificato. Ciò non riguarda la competenza, ma la struttura culturale che decide chi deve essere trasparente e chi deve essere spiegato.

Il corpo politico di Kate: estetizzazione, istituzione e l’inarrestabile ritorno dell’ordine maschile Nel percorso di Kate emerge con particolare forza la pressione di un sistema che pretende di modellare non solo la sua funzione politica, ma anche il suo corpo e la sua identità pubblica. La serie mostra come le istituzioni e i media richiedano a una donna di potere un’estetica specifica: deve apparire controllata, presentabile, facilmente traducibile in una narrativa mediatica rassicurante.

Non si tratta semplicemente di strategia comunicativa, ma di un rituale di legittimazione che continua a valere soprattutto per le figure femminili. A questo si aggiunge la norma implicita secondo cui una candidata alla vicepresidenza “funziona” meglio se sposata, come se il matrimonio rappresentasse ancora un marchio di stabilità morale, una garanzia di affidabilità, un segno di appartenenza al modello familiare tradizionale che la politica americana continua a prediligere.

In questo contesto, l’andamento narrativo assume una dimensione quasi ironica: mentre l’apparato politico tenta di rimodellare Kate per renderla compatibile con un ruolo che pretende una certa visibilità femminile rassicurante, alla fine è Hal a ottenere la posizione di vicepresidente. Non come premio alla sua competenza — la serie non suggerisce questo — ma come effetto della persistenza di un sistema che riconosce automaticamente l’uomo come figura istituzionale più conforme, più decifrabile, più facilmente integrabile nel cerimoniale politico.

È il ritorno dell’ordine patriarcale sotto forma di normalità amministrativa. La parte più inquietante, però, è la posizione in cui questo lascia Kate: costretta, ancora una volta, a seguirlo, a spostarsi sul terreno della rappresentazione politica, a esercitare una versione di sé che non coincide con la sua natura — una natura che nemmeno lei possiede pienamente, perché la sua identità politica e personale è costantemente interrotta, negoziata, rimodellata dagli sguardi esterni.

The Diplomat suggerisce così che il vero conflitto di Kate non è con Hal, né con i ruoli diplomatici, ma con un sistema che le impone di essere visibile in un modo specifico, di incarnare una femminilità istituzionale che non ha scelto e che, paradossalmente, la allontana da sé stessa. Infine, vi invito a guardare The Diplomat, una serie interessante non solo dal punto di vista drammaturgico, ma anche come dispositivo di critica sociale.

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