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Politica

Con Bossi muore la sua idea spregiudicata ma originale della politica

Venerdì 20 marzo 2026 ore 17:41 Fonte: Strisciarossa
Con Bossi muore la sua idea spregiudicata ma originale della politica
Strisciarossa

Leggendo della morte, a ottantacinque anni, di Umberto Bossi, ricorre il pensiero all’abisso che separa, ormai separava, lui dal suo ultimo erede, Matteo Salvini. Bisognerebbe ricordare, accanto a lui, al di là di quell’abisso, anche Roberto Bobo Maroni, il grande amico, morto qualche anno fa (nel 2022), tra i fondatori della Lega, il più a sinistra, se si può usare ancora questo termine, certo il più ragionevole e cioè moderato e mediatore, il più assiduo interlocutore del nostro giornale, l’Unità.

Pensando a quell’abisso, si fa presto a considerare le differenze, quasi un eufemismo: tanto si era sempre dichiarato antifascista Bossi quanto emulo dei fascisti si dimostra Salvini, sempre smanioso di sopravanzarli a destra, tanto era “nordista” nel segno però delle autonomie regionali quanto quell’altro è sovranista, imbevuto di uno pseudo nazionalismo in ragione della sua violenza anti immigrazione (condivisa dai suoi soci di governo). Il “Senatur” delle origini è stato il coerente inventiore di una strategia politica Soprattutto Bossi, fin dalle origini, quarant’anni fa, aveva una idea in testa, quindi una strategia politica e non lo si può accusare di incoerenza.

Certo spregiudicato, incostante nelle amicizie, ma non incoerente nel perseguire il suo fine e la ragione stessa della sua battaglia, che un bel giorno trovammo sintetizzata sui manifesti appesi, in modo assai provvisorio, ai platani della circonvallazione milanese: “Roma ladrona”, “Lumbard tas”.

Umberto Bossi con Roberto Maroni Slogan che in principio facevano sorridere, poi indussero prima pochi dopo molti a condividere. Bossi sosteneva che i muri parlano alla gente.

In quel caso, sulla circonvallazione, furono i platani a parlare. Aveva inventato o ritrovato qualcosa, un linguaggio e una “questione settentrionale”, che sarebbero rimasti nella nostra povera storia recente.

Inventato fino a un certo punto, perché lo stesso sentimento aveva comunicato Manlio Cancogni sull’Espresso nel 1955 in una articolo-inchiesta, come non si fanno più, annunciato in prima pagina con un titolo memorabile: “Capitale corrotta = nazione infetta”.

Non credo che Bossi ne sapesse qualcosa, ma dopo i primi incontri con altri personaggi di movimenti indipendentisti e con uno in particolare, il valdostano Bruno Salvadori, dopo aver ben intuito che qualcosa si stava muovendo nel segno della protesta da parte di alcuni ceti sociali in un paese tutto sommato immobile, si avvicinò, qualche anno dopo, ormai senatore (fu eletto nel 1987) a Gianfranco Miglio, prontamente intervistato dall’Unità. Miglio era un professore universitario, docente di scienze politiche alla Cattolica, gran studioso di Carlo Cattaneo, il primo federalista e non certo imputabile di leghismo.

Miglio aveva ereditato da Cattaneo il progetto delle “macroregioni” (fermamente rispettoso della Costituzione) e lo aveva girato a Bossi. Miglio divenne con la Lega senatore.

Poi ci fu la rottura, un scontro politico proprio sul concetto di “macroregione”. Ma sotto sotto c’era stata anche la delusione di Miglio, che nel primo governo Berlusconi, avrebbe voluto un posto da ministro: bocciato dallo stesso Berlusconi e da Fini.

Le premesse politiche e culturali del bossismo nulla hanno a che spartire con la Lega di Salvini Questo a voler cercare le premesse d’istinto e quindi politiche e culturali del “bossismo” (lasciamo lontana la Lega di Salvini), premesse che consentirono all’ormai membro del Senato di disquisire d indipendenza, di separazioni, di divisioni dell’Italia in tre, di secessione, di parlamenti del nord, persino di fucilieri bergamaschi pronti a calare dalle valli, eccetera eccetera, e di Padania, un’invenzione che assumeva in sé stravolgendo il significato di “valle padana”. Proprio nel 1994 venne pubblicato un bellissimo saggio dello storico Guido Crainz, “Padania”, che certificava l’inesistenza della Padania, come entità omogenea: se mai si dovrebbe dire di “tante Padanie”.

Però l’insussistenza della Padania, non impedì a Bossi di inventarsene di tutti i colori: dal nome aggiuntivo a “Lega”, il “Carroccio”, con tanto di Alberto da Giussano la spada al cielo, fiero nemico dell’imperatore (Bossi confessò che l’idea gli era venuta scoprendo la statuetta nella vetrina di un negozio), il raduno di Pontida (luogo sacro per il giuramento dei comuni uniti contro Barbarossa, siamo nel 1167, si torna ad Alberto da Giussano, ma il pratone era già stato battezzato da Bettino Craxi), e quindi la straordinaria discesa del Po con l’ampolla che conteneva l’acqua raccolta alle falde del Monviso e che sarebbe stata versata nel mare grigio di Venezia, in Riva degli Schiavoni. Prima del solenne travaso, i discorsi assai brevi dei luogotenenti, da Maroni a Borghezio, da Calderoli a Speroni, e quindi il comizio dell’Umberto, mentre da una finestra di una casa di fronte sventolava il tricolore tra gli insulti del “popolo”.

A Venezia come a Pontida, quello di Bossi era un fiume in piena secondo una irrefrenabile oratoria, di incerta comprensibilità, con azzardate citazioni, contro tutto e contro tutti, persino contro il Berluskaiser e quasi sempre contro i “vescovoni”, in una “piena” di anticlericalismo, che aveva come obiettivo il Vaticano, per certa condiscendenza nei confronti dei fenomeni immigratori o forse per certa vicinanza ai poteri forti capitolini o forse ancora si trattava della reiterata replica ad un documento della Cei (diretta allora dal cardinale Ugo Poletti), anno 1990, in cui stava scritto: “… nella prospettiva del bene comune del paese, della nuova Europa da costruire insieme e del servizio allo sviluppo integrale dell’umanità, non si giustificano le varie forme di chiusure particolaristiche che insidiano il tessuto sociale, politico e culturale della nazione, siano esse di stampo corporativo, a livello professionale ed economico, o invece facciano leva su caratteristiche anche positive della propria gente e della propria terra, finendo però con il trasformarle in motivi di divisione e di discordia…”. A Venezia o a Pontida si potevano cogliere tanti motivi per sorridere e persino per ridere: dai guerrieri con lo scudo e l’elmo cornuto in testa (più tardi l’esempio l’avrebbe fornito “Braveheart”, con Mel Gibson in gonnellino), perché si dovevano pur marcare le origine celtiche dei lumbard, allo straziato e sproporzionato coro del Nabucco.

Ma si doveva pure riconoscere l’intelligenza politica e la sensibilità dell’autodidatta (per quanto si fosse inventato un prestigioso diploma e poi una laurea in medicina, insieme con un’esperienza di cantante rock): Umberto Bossi tentava in questo modo di dar voce all’insofferenza di un ceto medio e basso di lavoratori e di imprenditori (i “ricconi” non stavano certo nel suo cuore), frustrato, impaurito, stanco, quando la lettura dei sociologi (e pure la propaganda governativa) proclamava che “piccolo è bello”, quando si esaltava chi si era fatto da sé (a partire dai “metalmezzadri”, così ben descritti da Carlo Tullio Altan), quando si scoprivano i “distretti industriali”, in un paese povero di infrastrutture, oppresso dalla burocrazia e da una fiscalità considerata iniqua, un paese rinunciatario di fronte all’urgenza della programmazione e della pianificazione e quindi di una politica industriale.

Eravamo alle soglie di Tangentopoli e poi nel bel mezzo di quella disgraziata vicenda. Così la Lega si costruì il proprio spazio politico.

Berlusconi, piombato in politica, le offrì al voto del 1994 l’alleanza, Bossi rifiutò l’abbraccio con il “mis” (Msi), Berlusconi si inventò il Polo delle libertà al nord e il Polo del buon governo al Sud, per tenere da una parte i leghisti e dall’altra i neofascisti. Nacque il governo di centro destra che si ruppe presto: accuse e controaccuse, Berlusconi che tradiva il federalismo, Maroni, ministro degli Interni, che accusava Berlusconi e Fini di atteggiamenti oltranzisti, Berlusconi che replicava:

“Siete inaffidabili”. Si andò alla crisi e alla cena in casa Bossi con D’Alema e con Rocco Buttiglione: fu il patto a sostegno del futuro governo Dini.

In sintesi il tormentato esordio governativo di Bossi e della Lega, che nel frattempo si era insediata in numerosi enti locali tra nord e centro. Memorabile la conquista di Milano nel 1993 da parte di Marco Formentini, partigiano, già socialista, leghista dal 1991 (sindaco, per la verità, non certo tra i peggiori).

Bossi e la Lega sarebbero tornati al governo, Bossi sarebbe diventato ministro per le riforme istituzionali nel 2001 nel Berlusconi II. La Lega si sarebbe consolidata, tra alti e bassi elettorali, in un aplomb sempre più governativo, sempre meno movimentista, ed è credibile che Umberto Bossi, cominciasse ad un intuirne il declino ideale, al di là dei numeri, e rifiutasse via via quel mercanteggio partitico, che annacquava gli ideali o quelle promesse o quegli istinti in virtù dei quali il suo partito era nato decenni prima nell’ufficio di un notaio di Bergamo (il 4 dicembre 1989).

Nel 2004 gli capitò il colpo malandrino, di nuovo nella fatal Bergamo: un ictus cerebrale. Si riprese, ma la ripresa sarà lunga.

Lo candidarono comunque al parlamento europeo e venne pure eletto. Malgrado l’emiparesi, poco alla volta tornò alla politica, ai suoi comizi, al parlamento padano, al parlamento italiano e tornò, nel 2008, ancora con Berlusconi, ministro.

Nel 2012 la sorpresa: il 5 aprile, nel corso del consiglio federale convocato per nominare il nuovo tesoriere, annunciò le dimissioni: per tutelare il partito, dopo le inchieste delle procure di Milano, Napoli e Reggio per un giro di quattrini e di diamanti a vantaggio della sua famiglia. Non sarebbe finita così: “mai mulà”, mai mollare, era il suo motto preferito.

A metter fine alla sua vicenda politica , malgrado la sua rielezione a senatore, sarebbe stato il “figliolo” Salvini, in forza del risultato alle primarie: 81,66 per cento contro 18,34. Risultato schiacciante.

Con le conseguenze che stiamo vivendo. Bossi, che non poteva accettare la svolta sovranista imposta da Salvini, ebbe ancora la forza di organizzare una corrente interna alla Lega contro il nuovo segretario.

Fine. La fine è arrivata ieri, rapida.

La fine di un uomo di fertile fantasia e di fortunate intuizioni. Un uomo capace di sorprendere, di possibile modernità ma anche di orribile arretratezza, immortalata da un linguaggio senza freni.

Come quando si cimentò a proposito di omosessualità e di coppie omosessuali: “I poteri occulti hanno tentato di far passare in Europa, con l’appoggio dei comunisti e della lobby gay, l’affidamento dei bambini alle coppie omosessuali… Guai Europa!

Giù le mani dai bambini, sporcaccioni”. Anche questo era Umberto Bossi e di lui, della sua biografia, si potrebbe scrivere molto ancora.

Solo vorremmo aggiungere che, considerati i tempi in cui viviamo e certi personaggi sulla scena, non possiamo non pensare a lui con nostalgia, con rispetto, persino con affetto, con la simpatia nei confronti di un capo partito che alle due di notte sbatteva giù dal letto i cronisti più assidui per una pizza insieme e per discutere di politica. Altri tempi: ci ha fatto incazzare, ci ha sdegnato, ci ha fatto divertire per certe sue strampalate esibizioni, qualche volta ci ha fatto persino sperare.

Sconfitto dal peggio che avanza. L'articolo Con Bossi muore la sua idea spregiudicata ma originale della politica proviene da Strisciarossa.

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