Politica
La vittoria scontata del pinochetista Kast in Cile, ultimo tassello di un’America Latina che segue l’ombra di Trump
Nessuna sorpresa. Come i risultati della prima ronda già avevano con assoluta chiarezza preannunciato, Antonio Kast, il candidato della estrema destra cilena, ha battuto con ampio margine (58 a 42) Jeanette Jara, la candidata della coalizione di centrosinistra, nel ballottaggio di domenica scorsa.
E sarà lui a governare il Cile per i prossimi quattro anni. A sorprendere, caso mai, sono state – considerata l’estrema polarizzazione di queste elezioni – le molto (almeno formalmente) moderate reazioni a questa vittoria.
Jeanette Jara (che, peraltro, ha avuto un intero mese per elaborare e digerire una scontatissima debacle) ha immediatamente riconosciuto la sconfitta. E, come impone il protocollo nelle democrazie “mature”, ha senza esitazioni telefonato al vincitore augurandogli, nel nome d’un comune amor patrio, successi e buona fortuna, pur a fronte d’una prossima “intransigente opposizione”.
E lo stesso Kast – cosa che, peraltro, già aveva fatto nell’ultima parte della sua campagna elettorale – ha accuratamente evitato toni trionfalistici o “epocali”, al contrario sottolineando – ieri, durante un molto cordiale incontro con il presidente uscente, Gabriel Boric, lo stesso da lui fino a ieri sistematicamente definito un “fallito” e un “inetto” – la necessità d’un “governo di unità nazionale” a fronte di uno “stato di un’emergenza nazionale”. Il nuovo presidente del Cile Jose Antonio Kast (Photo by Xinhua/ABACAPRESS.COM) Tre certezze dopo la vittoria dell’estrema destra Tutto lascia credere che, di qui alla metà di gennaio, termine entro il quale Kast ha dichiarato di voler presentare nella sua totalità il nuovo governo, i cileni vedranno il secondo, ma non il primo.
Ovvero: che alla fine Kast formerà un “governo di emergenza” – non foss’altro perché proprio l’emergenza anticrimine ed anti-immigrazione è stata il vero leitmotiv della sua campagna – ma non un “governo di unità nazionale”. O, almeno, non un “vero” governo di unità nazionale” che, per esser tale, deve, ovviamente, comprendere ministri dell’opposizione.
Quali che siano le prossime mosse del nuovo presidente cileno, tre certezze emergono dalla sua ampia vittoria. La prima: questa vittoria è – come Strisciarossa già aveva riportato dopo la prima tornata elettorale (leggi qui) – il prodotto d’un clamoroso fallimento.
Quello d’una sinistra che, conquistata la presidenza quattro anni fa sull’onda di una prolungata ed a tratti violenta protesta popolare – il famoso “estallido social” del 2019 – non è per molte ragioni (pochissime delle quali imputabili a Gabriel Boric, vittima di circostanze che sfuggivano al suo controllo) all’altezza del momento storico. Il nuovo governo doveva, in sostanza, fare due cose.
Rispondere alle richieste di giustizia sociale che salivano dalla piazza e chiudere definitivamente il capitolo della dittatura pinochetista. Più in concreto: doveva garantire consistenti riforme e cambiare la famigerata Costituzione del 1980 che, approvata negli anni della dittatura, era rimasta in piedi (anche se un paio di volte emendata durante la presidenza del socialista Ricardo Lagos), dopo la vittoria dei “no” nel referendum del 1988 e durante l’intero periodo della transizione democratica.
Non ha fatto, la sinistra, né l’una né l’altra cosa. Non ha garantito sostanziali riforme nella direzione d’una maggiore giustizia sociale e, quando ha cercato di modificare la Costituzione del 1980, s’è perduta, all’interno di una Assemblea Costituente dove godeva d’una amplissima maggioranza, nel mare delle proprie interne divisioni e delle proprie autoreferenti manie, incapace di trovare un’accettabile sintesi politica.
O, come qualcuno molto efficacemente scrisse, incapace di “creare futuro”. Navigò nel nulla quell’Assemblea.
E nulla – o meglio una Costituzione-minestrone che assomigliava molto più a un caotico programma elettorale che a una Carta Magna – presentò infine a un elettorato che, impietosamente (e, verrebbe da dire, inevitabilmente) quel nulla respinse con più di un 60 per cento di “no”. La vittoria di Antonio Kast è, a tutti gli effetti, figlia di quel disastro Seconda certezza: per quanto moderi il suo messaggio, Antonio Kast resta quello che è: il primo presidente compiutamente pinochetista del dopo-Pinochet.
Più in dettaglio: è il primo presidente che non solo ha votato “sì” nel referendum del 1988 – quello che puntava a “eternizzare” la dittatura e che invece la affondò – ma che per il “sì” ha anche condotto, ai tempi, una molto attiva (qualcuno dice fanatica) campagna. Cosa della quale, non solo non si è mai pentito o ravveduto, ma che ha anche fino a ieri con grande orgoglio continuato a rivendicare.
Per Antonio Kast, Augusto Pinochet non ha – come talora anche esponenti del centro-destra della vecchia UDI hanno sostenuto in questi anni – fatto “anche” cose buone. Per Kast, Pinochet ha fatto “solo” cose buone.
E sebbene non sia proibito sperare che, alla prova dei fatti, il nuovo presidente governi rispettando la democrazia, un fatto rimane: la sua presidenza definitivamente chiude – e chiude a vantaggio della destra più estrema – un periodo storico: quello marcato dall’alternanza tra la Concertación Democratica e Unión Democratica Independiente apertosi con la vittoria dei “no” nel 1988. Terza certezza: la vittorio di Antonio Kast è, con tutta evidenza, parte d’un generale e radicale spostamento a destra – uniche eccezioni, allo stato delle cose, il Brasile di Lula e la Colombia di Gustavo Petro – in tutta l’America Latina.
Prima di Kast c’era stato, in Argentina, il trionfo dell’“anarco-capitalista” Javier Milei. E, dopo Milei, la destra ha vinto praticamente ovunque.
In Ecuador con Daniel Noboa. In Bolivia con l’ascesa al potere – favorita dal suicidio del MAS di Evo Morales – di Rodrigo Paz Pereira.
In Perù con la vittoria del “fujimorista” José Jeri. La candida della sinistra Jeannette Jara (Photo by Jorge Villegas/Xinhua/ABACAPRESS.COM) Uno spostamento a destra nel segno dell’ideologia MAGA L’America Latina si muove nella sua quasi totalità verso destra.
E lo fa guardando al Nord. O, più specificamente, all’America di Donald Trump.
Questa è la vera novità. Nei primi trent’anni e passa del dopoguerra, nel pieno della Guerra Fredda, era avvenuto qualcosa di simile con, però, una sostanziale differenza.
Allora l’America Latina non si spostava, ma “veniva spostata” a destra da una lunga serie di golpe – ovvero: rovesciamenti a mano armata di governi dal popolo eletti – senza eccezioni organizzati con la supervisione della Cia, con la esecutiva partecipazione di caste militari formatesi in centri di addestramento negli USA e, infine, con la complicità delle locali oligarchie economiche (o di quella che la sinistra latinoamericana sprezzantemente definiva, ai tempi, la “burguesia compradora” Lungo e ben noto è l’elenco di questi “spostamenti”. Dal rovesciamento del governo di Jacobo Árbenz in Guatemala, nel 1954, allo sbarco (fallito) in quel di Bahía Cochinos, a Cuba, nel 1961, all’invasione della Repubblica Domenicana nel 1965, fino ai golpe militari in serie che, negli anni ‘60 e ’70 – in Brasile, in Paraguay, in Bolivia, nel Cile di Pinochet, per l’appunto, in Uruguay, in Argentina – attraverso la “Operación Condor” soffocarono, nel nome della “democrazia”, non tanto i “fuochi” armati in più parti accesi dal trionfo della rivoluzione castrista a Cuba, quanto, in forma preventiva, ogni istanza di vero rinnovamento democratico.
Oggi è diverso. Oggi la destra vince le elezioni.
E lo fa invocando quella che va sotto il nome di “ideologia MAGA”. Prima di vincere le elezioni (ed anche dopo averle vinte) Javier Milei si era ripetutamente recato in pellegrinaggio negli Stati Uniti per rendere omaggio a Donald Trump, allora soltanto candidato repubblicano.
Ed anche Antonio Kast non ha esitato, nel corso della sua campagna elettorale a mutuare parafrasandolo – Make Chile Great Again – lo storico slogan del trumpismo. Il senso ultimo di questo processo?
Difficile dirlo, perché difficile è, allo stato delle cose, cogliere, di questo processo, la vera profondità. Potrebbe trattarsi di un’onda lunga, o d’una semplice alternanza di flussi sospinta dal perdurante malessere sociale che ha fatto da lunga coda agli anni del COVID.
Da allora, quasi ovunque, regolarmente perde chi è al governo. E lo stesso potrebbe accadere anche ai Milei ed ai Kast.
Una cosa però già appare chiara. E a chiarirla ha provveduto, recentissimamente, proprio Donald Trump, grande “role model” della nuova destra latino-americana (e non solo latino-americana, basta guardare in casa nostra), pubblicamente diffondendo quella che lui stesso ha, con la consueta modestia, definito una nuova ed epocale versione della “Monroe Doctrine”.
Vale a dire: della dottrina che, originalmente forgiata da James Monroe nel lontano 1823 con intenti anticoloniali ed antieuropei, è poi nel tempo diventata, grazie soprattutto a Theodore Roosevelt – vero padre fondatore dell’imperialismo Usa – una sorta di manuale della vocazione egemonica della politica estera statunitense. Questa “dottrina” – già ribattezzata “Donroe Docctrine, “Roe come Monroe, ovviamente e “Don” come Donald Trump – è contenuta nel documento di 33 pagine intitolato “National Security Strategy of the United State of America”, pubblicato agli inizi di dicembre.
Se valutata nel suo complesso, questa strategia appare come un molto minaccioso, ma alquanto squinternato assemblaggio di contrari. O, se si preferisce come un molto fumoso tentativo di definire una politica che – citiamo dal documento – sia “pragmatica senza pragmatismo, realista senza realismo, bastata su solidi principi senza ideologismi e muscolare senza essere guerresca”.
In pratica: tutto e niente. Trump con il presidente argentino Javier Milei (Photo by Mehmet Eser/ZUMA Press Wire/Shutterstock (15542009j) La “Donroe Doctrine” ammaina la bandiera della democrazia Due cose, però in questo “tutto e niente” traspaiono con assoluta chiarezza.
La prima: il concetto di difesa della democrazia – da sempre parte integrante, con tutto il suo carico di ipocrisia, della difesa dell’“Occidente” – ora svanisce nel nulla. Per la prima volta nella sua storia l’America si confronta con sé stessa e con il mondo, non solo senza sventolare la bandiera della democrazia (questa parola non compare in nessun punto del documento) ma, di fatto, contro la democrazia.
Quello che la “Donroe Doctrine” propugna è, infatti, un “Occidente” – the West – impegnato, a livello globale, in una “battaglia di civiltà” che i valori della democrazia ora non solo nega, ma ribalta a vantaggio della propria “purezza etnica”. Il “Trump Corollary” – proprio così, rievocando Ted Roosevelt, Trump ha definito la sua National Security Strategy – è, su questo punto, assolutamente chiaro: il vero, esiziale pericolo che minaccia l’Occidente è oggi l’immigrazione di massa – di massa e “colorata”, nel senso di non bianca – proveniente da quelli che, già nel suo primo mandato, Trump aveva, con tipica eleganza, definito “shithole countries”, paesi del buco del culo.
Questa novità – che tanto nuova in realtà non è, considerato che chiaramente richiama le linee fondanti del famigerato Immigration Act del 1924, da Adolf Hitler entusiasticamente lodato nel suo Mein Kampf, perché apertamente basato su criteri di selezione etnico-razziali – appare particolarmente evidente nella parte dedicata all’Europa, laddove con apocalittici accenti il documento pronostica, causa l’immigrazione, una “civilization erasure”, una cancellazione della civiltà. Concetto, questo, che lo scorso 23 di settembre, nel suo ultimo e squinternato discorso di fronte alla Assemblea Generale dell’Onu – quello del “your countries are going to hell”, i vostri paesi stanno andando al diavolo – Donald Trump già aveva, peraltro, brutalmente esposto.
Ed un’altra cosa la “Donroe Doctrine” con grande chiarezza stabilisce: che l’America Latina torna stabilmente ad essere il “cortile di casa” degli Stati Uniti d’America. Roba nostra, fa sapere Trump, tanto in materia economica e di “sfruttamento delle risorse”, quanto in materia di “presenza militare”.
Cosa, del resto, che già era apparsa chiara quando, ancor prima di rimetter piede alla Casa Bianca, nell’esercizio d’una delle sue più grandi specialità (sfidare il ridicolo) Trump aveva d’autorità ribattezzato quello che da sempre è il Golfo del Messico, chiamandolo Golfo d’America. La Nobel per la Pace Maria Corina Machado Roba nostra l’America Latina.
E roba nostra, anzi “Mare Nostrum”, il Caribe dove in queste ore vanno navigando – giusto come ai tempi del vecchio imperialismo coloniale che la “Monroe Doctrine” voleva mettere al bando – le cannoniere Usa che, violando ogni legge internazionale e, probabilmente, commettendo anche crimini di guerra, affondano con missili teleguidati imbarcazioni considerate, senza prova alcuna, veicoli del narcotraffico. Per liberare il Venezuela dalla dittatura di Nicolàs Maduro (dagli Usa bollato come capo di una organizzazione criminale, il Cartel de los Soles che, a detta degli esperti in materia non esiste) come sembra credere Maria Corina Machado, fresco premio Nobel per la Pace?
Difficile immaginarlo. Perché questo è quel che la “Donroe Docrtine” ed il “Trump Corollary ci dicono: che il Venezuela (tanto quello di Maduro, quanto quello di Maria Corina Machado) senza distinzioni è, così come il Cile di Kast e l’Argentina di Milei, uno “shithole country”, un paese del buco del culo i cui abitanti vanno tenuti lontano dai patri confini nel nome di un rigido “nazionalismo etnico-cristiano”.
Il medesimo che Vladimir Putin predica in Russia. Il medesimo che infiamma i cuori di Orban in Ungheria e di Giorgia Meloni nel Belpaese.
Non per nulla, giusto mentre, applaudito da Maria Corina Machado, Trump annunciava che Maduro aveva “i giorni contati”, Trump toglieva ogni protezione alle centinaia di migliaia di venezuelani che, negli ultimi anni, sfuggendo alle miserie ed orrori del “chavismo”, hanno “scelto la libertà” cercando asilo negli Usa. Tutti – per ripetere uno dei più abusati ritornelli del trumpismo – “delinquenti, stupratori, assassini e malati di mente”, scorie che “avvelenano il sangue della nazione.
Tutti deportabili. E tutti deportati, magari in direzione del CECOT, il lager “dal quale non si esce vivi” che un altro illustre esponente della nuova e moderna destra latino americana, il salvadoregno Nyjib Bukele, ha allestito nel suo paese.
È alla luce di questa verità che Maria Corina Machado cerca di riportare democrazia e libertà in Venezuela e che, solo un paio di mesi fa, l’anarco capitalista Javier Milei si è presentato a Washington chiedendo, con il cappello in mano, un prestito di 20.000 milioni di dollari. Ed è sempre in questa luce che Antonio Kast s’appresta, ora, a governare il Cile.
A giudicare dall’odore – quello che Trump ha d’autorità assegnato a tutto quello che si muove nel Sud del mondo – non si tratta d’un inizio particolarmente promettente. L'articolo La vittoria scontata del pinochetista Kast in Cile, ultimo tassello di un’America Latina che segue l’ombra di Trump proviene da Strisciarossa.