Cultura
Quel Carnevale carcerario solidale: intervista a Valentina Esposito
Per riflettere sulla Pasqua e un benemerito, anche laico, sentimento di resurrezione, "Mercoledì delle ceneri", al teatro Vascello di Roma dal 31 Marzo al 4 Aprile: una esperienza di grande intensità. Ce la racconta la sua coraggiosa anima, Valentina Esposito, autrice e regista del progetto.
In che termini, nel vostro lavoro, il Carnevale diventa veicolo di indagine sulla violenza? Ci sono ritualità ancora molto diffuse nel Centro Sud che vedono nel giorno di Carnevale il rogo di donne/fantoccio platealmente violate e date alle fiamme dalle comunità in festa.
Lo spettacolo parte da qui, dalla realtà, dalla violenza della realtà che continuamente ci ripropone una cultura molto precisa della donna e del ruolo della donna nella società. Nelle celebrazioni sacre e profane c’è la sorgente per la sintesi del linguaggio teatrale: lo spettacolo trasforma la pupazza del folclore in un simbolo, la usa per smascherare in modo spregiudicato e visivamente chiaro la cultura maschilista e misogina del nostro paese ipocrita che tutto si permette nel giorno del martedì grasso e tutto si perdona il giorno del mercoledì delle ceneri.
Attorno alla pupazza ruota una comunità silente e violenta travestita a festa: è un Carnevale macabro quello che mettiamo in scena, nel quale le maschere tradizionali si anneriscono a lutto e sul carro sfilano fantocci che diventano mostri partoriti dal ventre di personaggi omertosi e conniventi. Dove, a tuo parere, la violenza di genere si distingue dalla violenza in genere?
La violenza di genere è connessa a modelli culturali, si radica in rapporti di potere, stereotipi e strutture ideologiche che ingabbiano la donna e il ruolo della donna nella società, e che legittimano gli abusi prima ancora che accadano. È proprio questo che lo spettacolo prova a smascherare, il sistema culturale che sta dietro, che viene prima e del quale ognuno di noi è responsabile.
Come è nata questa peculiare compagnia e su quali principi si muove? La Compagnia si fonda nel 2014 al di fuori delle mura delle carceri dopo quasi 15 anni di attività teatrale che ho svolto internamente, nell’urgenza di dare continuità ai percorsi artistici avviati nel tempo, di creare una struttura permanente di formazione e produzione, di costruire una rete di accoglienza che funzionasse da contrasto e contenimento alla recidiva.
Oggi coinvolge decine di persone in progetti teatrali e cinematografici, in produzioni di impegno civile finalizzate alla sensibilizzazione culturale su tematiche di particolare urgenza collettiva. Un teatro democratico, politico e necessario, che ogni volta si sforza di partire dalle istanze profonde delle soggettività sulla scena e tenere un legame forte con la contemporaneità.
Il viaggio che abbiamo fatto in questi anni, dal carcere al palcoscenico del Teatro Vascello, che oggi ci accoglie e produce lo spettacolo, è anche un viaggio di grande valore simbolico e di riconoscimento del lavoro e della proposta artistica della Compagnia. Quali forze produttive hanno collaborato al progetto in questione?
Mercoledì delle Ceneri è prodotto da Fort Apache Cinema Teatro in coproduzione con il Teatro Vascello - La Fabbrica dell’attore, e si è avvalso nella fase di ricerca artistica che ha preceduto la messa in scena del contributo di Sapienza Università di Roma, nell’ambito dei progetti di Terza Missione con il supporto dei partner istituzionali e degli enti privati che da anni sostengono le attività (Ministero della Cultura, Regione Lazio, Fondi OPM della Chiesa Valdese). Lo spettacolo ha anche il Patrocinio della Fondazione Una Nessuna Centomila, nella prospettiva di promuovere un’azione comune e incisiva di sensibilizzazione sul tema.
Quali esperienze concrete ci testimoniano come il teatro può contribuire all’uscirne insieme? Mercoledì delle Ceneri nasce da un lavoro comunitario nel quale le attrici e gli attori della Compagnia hanno condiviso esperienze, racconti e contributi biografici che nella drammaturgia ho ricucito e ricomposto in forma narrativa attraverso un processo di riflessione condivisa, di ricostruzione delle consapevolezze, di crescita.
Il teatro ha funzionato come dispositivo di analisi e di superamento di traumi irrisolti ma anche come motore per processare la realtà e la cultura della quale a diversi livelli di consapevolezza siamo intrisi, per riconoscerla e superarla attraverso la relazione e la “messa in visione” delle gabbie che imprigionano la donna e il suo corpo da sempre, fra mercificazione e santificazione. È in questo processo di lavoro umano ed artistico che dolori, paure, ferite interiori di vittime di violenza di genere hanno trovato una forma di elaborazione, e che uomini e donne hanno lavorato insieme per portare all’attenzione dello spettatore le responsabilità che ognuno di noi ha nel promuovere una trasformazione sociale.
Attori e spettatori sono chiamati in causa in modo esplicito nello spettacolo, sono chiamati a guardarsi allo specchio, senza sconti per nessuno. The post Quel Carnevale carcerario solidale: intervista a Valentina Esposito appeared first on ReWriters.