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Politica

Legge elettorale, Meloni come Trump demolisce i principi costituzionali

Venerdì 27 febbraio 2026 ore 19:31 Fonte: Strisciarossa
Legge elettorale, Meloni come Trump demolisce i principi costituzionali
Strisciarossa

In considerazione di evidente assonanza di metodi, comportamenti e toni fra due capi che si assomigliano, quello che accade nelle trasformazioni dei quadri politici negli Stati Uniti e il Italia, mutatis mutandis, sembrerebbe del tutto sovrapponibile. A quanto si apprende, l’approssimarsi delle elezioni del “midterm” (le elezioni di metà mandato si terranno il 3 novembre 2026) sta accelerando le fantasie di Trump che sembrerebbe orientato alla proclamazione dello stato di emergenza per modificare le regole del gioco in suo favore perché i sondaggi sembrerebbero penalizzarlo.

Questo orientamento è apparso con evidenza nel suo discorso sullo stato dell’Unione, ma è comprensibile, poverino, rischia molto. Anche grazie alla bomba innescata e prossima ad esplodere dei famigerati Epstein files e alla recente sentenza della Suprema Corte sui dazi.

Rischia di trovarsi contro sia la Camera che il Senato, e l’impeachment. Trump ha in mente un colpo di stato (non sarebbe una novità) per annullare ogni controllo sul suo operato da sovrano assoluto a cui, a suo dire, sarebbe legittimato per via del consenso elettorale e dei dettami della sua coscienza.

Il modus operandi della Meloni è simile a quello di Trump. Animati dalle stesse preoccupazioni percorrono diversi sentieri che però li conducono agli stessi obiettivi autoritari: l’uomo solo al potere, la criminalizzazione del dissenso, l’asservimento della magistratura, in una parola, la demolizione del costituzionalismo del XX secolo.

Esiste dunque un’internazionale reazionaria, con obiettivi piuttosto chiari che c’è sempre stata, nessun dubbio, ma che ora si muove molto più agevolmente del passato anche grazie al coinvolgimento di tecnologie comunicative prima mai esistite, nelle mani di colossi economici coinvolti, complici e compiacenti. In questo scenario, il Governo Meloni sta dando il meglio di sé a tappe ravvicinate fra bugie e travisamenti, non mancando di spacciare per democratiche e necessarie scelte politiche che non sono né l’una né l’altra.

La legge elettorale che propone il Governo, come d’altronde la legge di revisione costituzionale sulla magistratura, non ha nulla che abbia riguardo al risanamento di un sistema elettorale che non ha più niente di democratico grazie all’insipienza di un sistema partitico ormai in gran parte degenerato. Come la legge Nordio sulla magistratura punta solo alla frammentazione e al conseguente indebolimento del sistema di garanzia di autonomia e indipendenza dei magistrati per poterli asservire all’esecutivo, questo progetto di legge elettorale – dietro il paravento della millantata “stabilità” – punta unicamente alla conquista del potere con una manciata di voti di consenso.

Il non voto, infatti, avrà un incremento mai visto (sempre che la sinistra non sappia recuperarlo, ma su questo ho forti dubbi) e la maggioranza dei seggi in Parlamento sarà assicurata ugualmente con il calcolo su un’irrisoria percentuale di voti validi. Fra simulazioni e sondaggi (per quel che valgono: non sono sempre affidabili) sembrerebbe che nessuna delle coalizioni (Centrodestra e Campo largo, con Futuro Nazionale e Azione che corrono da soli) raggiungerebbe la maggioranza in Parlamento.

Invece, con il sistema appena proposto alle Camere, il centro-destra potrebbe raggiungere fino al 57% del totale. Il problema di fondo per la destra di Governo, è che nulla è più scontato nei collegi uninominali rispetto alle elezioni del 2022.

Secondo delle simulazioni (che, ripeto, non solo vangeli), infatti, alla Camera il centrosinistra vincerebbe 79 collegi uninominali contro i 65 del centrodestra, al Senato 38 contro 33. Il Campo largo si avvantaggerebbe soprattutto al sud.

Ebbene, con la legge elettorale proposta dalla destra, i collegi uninominali sparirebbero con la sola eccezione della tutela delle minoranze linguistiche. Essa prevede, inoltre, un proporzionale con premio di maggioranza, così alla Camera il centrodestra arriverebbe a 228 seggi dove la soglia di maggioranza è di 201; al Senato otterrebbe 113 seggi dove la soglia è di 103.

Il Campo largo scenderebbe a 147 seggi alla Camera e a 76 al Senato. In questo quadro, il premio di maggioranza (con 70 seggi alla Camera e 35 al Senato) andrebbe tutto alla destra, in quanto coalizione più votata.

Nel caso in cui nessuno raggiungesse il 40 per cento, sarebbe previsto un turno di ballottaggio tra le coalizioni più votate che abbiano raggiunto almeno il 35 per cento dei consensi. Si prevede anche l’indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l’incarico di Presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste quale elemento – come dicono – di “trasparenza dell’offerta politica”.

Le soglie di sbarramento resterebbero al 3 per cento per i partiti e al 10 per le coalizioni. Non è sfuggito agli osservatori attenti che si profila un primo e macroscopico motivo di incostituzionalità:

La sentenza della Corte costituzionale del 2017 sull’Italicum aveva ammesso un premio che dal 40 per cento portasse la coalizione vincitrice al 55 per cento, ma qui 70 deputati e 35 senatori equivalgono al 17,5 per cento dei seggi che, sommato al 40 per cento arriva al 57,5. Conti sbagliati per errori materiali?

Forse. Il vezzo di mentire e insultare l’intelligenza delle persone è ormai una costante di questa maggioranza.

Vi sono altri motivi di incostituzionalità come le liste bloccate; la specificazione del capo della coalizione che formalizzerebbe la tendenza al premierato nell’ottica dell’uomo solo al potere; il declino del sistema della rappresentanza politica pluralista, epicentro dell’intero sistema costituzionale. Ho avviato questa mia riflessione con un parallelismo fra due capi che hanno la stessa visione del mondo e perseguono convintamente l’obiettivo di abbattere i sistemi polititi pluralisti e democratici del secondo dopoguerra.

Non tanto quelli dello Stato liberale, dove la separazione dei poteri, era ancora solo formale come l’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge; il Parlamento era espressione della parte più ricca della borghesia e la mancanza del suffragio universale e diretto ne determinava la composizione classista. È la democrazia venuta dopo, quella emersa dalla Resistenza partigiana, quella che impone l’effettività dell’eguaglianza, della partecipazione e dell’indipendenza della magistratura a causare l’orticaria a questa classe politica di potere.

In Italia e in tutto il mondo capitalistico. Con questa legge elettorale il Governo Meloni mostra di voler andare avanti anche se dovesse perdere il referendum sulla riforma della Magistratura, ma la vittoria del NO sarebbe sintomo di una grande e cosciente vigilanza partecipativa popolare che la strada dell’involuzione autoritaria, per il Governo, non risulterebbe certo pianeggiante o addirittura in discesa.

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