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DeBÍ TiRAR MáS FOToS: la denuncia del portoricano Bad Bunny a ritmo di reggaeton

Mercoledì 28 gennaio 2026 ore 08:30 Fonte: Lo Spiegone
DeBÍ TiRAR MáS FOToS: la denuncia del portoricano Bad Bunny a ritmo di reggaeton
Lo Spiegone

DeBÍ TiRAR MáS FOToS (Avrei dovuto scattare più foto, in spagnolo), l’ultimo album del cantante portoricano Bad Bunny, uscito il 5 gennaio 2025, ha da subito dominato le classifiche internazionali, ottenendo un successo tale da far sì che l’artista sia stato scelto per esibirsi nel prestigioso Super Bowl statunitense l’8 febbraio 2026 in California. Ad attirare l’attenzione sono stati i temi dei pezzi e la loro presentazione.

L’album, infatti, viene introdotto da un cortometraggio ricco di riferimenti alla cultura portoricana, nel quale il protagonista interagisce con il rospo Concho, un personaggio che allude all’omonima specie di rospo, l’unica nativa dell’isola di Porto Rico. I testi delle canzoni, inoltre, sono accompagnati da video con brani sulla storia di Porto Rico, tratti dalle opere di Jorell Meléndez-Badillo, professore di storia americana e caraibica dell’Università del Wisconsin-Madison.

I riferimenti alla terra natale sono molto frequenti in tutta la produzione musicale di Bad Bunny. Con questo lavoro, egli ha confermato di rientrare in quella categoria di cantanti portoricani che utilizzano la loro visibilità per affrontare temi di carattere politico, come hanno già fatto anche Residente, iLe, Calle 13 e Ricky Martin.

Secondo il giornalista Hermes Ayala, la loro è musica che «può non solo mostrare gioia, ma anche la storia di lotta dei portoricani, un popolo che rifiuta di estinguersi». La storia e i rapporti con gli Stati Uniti Porto Rico è un arcipelago composto dall’omonima isola (con una superficie di 8.868 chilometri quadrati, poco meno della Giamaica), dalle isole di Culebra e Vieques e dall’Isla de Mona.

Si trova nel mar dei Caraibi nordorientale, a est della Repubblica Dominicana, nel gruppo delle Grandi Antille. Nel 1493, quando Cristoforo Colombo vi arrivò, tra le 20.000 e le 50.000 persone appartenenti alla popolazione taino abitavano questo territorio, che loro chiamavano Boriken o Borinquén (da cui deriva boricua, termine usato ancora oggi dai portoricani per autodefinirsi).

Dal XVI secolo, l’area venne colonizzata dagli spagnoli e, con la fine della guerra ispano-americana nel 1898, passò sotto il controllo degli Stati Uniti, desiderosi di renderla un avamposto per la marina e interessati alla sua vicinanza all’istmo di Panama. Da allora, Stati Uniti e Porto Rico vivono una relazione complicata.

Nel 1901, con le sentenze denominate Insular cases (Casi delle isole), la Corte suprema degli Stati Uniti stabilì che le colonie di Porto Rico, Filippine e Guam erano territori «estranei agli Stati Uniti in un senso domestico». Ciò significava che esse, pur appartenendo agli Stati Uniti, non potevano entrare nella Federazione.

Solo il Congresso statunitense aveva il potere di modificare la situazione, ad esempio concedendo l’indipendenza (come avvenne per le Filippine). Lo status giuridico Con il Puerto Rico Commonwealth bill del 1950, il Congresso degli Stati Uniti autorizzò l’elaborazione di una Costituzione portoricana.

Secondo il documento, approvato nel 1952 dal presidente statunitense Harry Truman, l’arcipelago è un commonwealtho estado libre asociado (letteralmente, “territorio associato”) degli Stati Uniti. Di conseguenza, ancora oggi Porto Rico è legato agli Stati Uniti, ma non è parte integrante della Federazione.

Questo porta con sé una serie di problemi. Ad esempio, i portoricani sono cittadini statunitensi, ma non possono votare nelle elezioni presidenziali se non risiedono nel continente.

Porto Rico non ha rappresentanti nel Senato degli Stati Uniti ed elegge solo un rappresentante senza diritto di voto alla Camera dei deputati. Può esercitare in autonomia il potere legislativo (attraverso una propria Camera e un proprio Senato), quello esecutivo (l’arcipelago infatti è guidato da un governatore) e quello giudiziario.

Ma le leggi locali possono essere superate dal Congresso statunitense e le Corti federali hanno giurisdizione sul territorio portoricano. Gli Stati Uniti, inoltre, conservano il potere di revocare in qualsiasi momento l’autonomia concessa a Porto Rico.

Il dibattito pubblico e politico  I due partiti principali dell’arcipelago hanno costruito la propria identità politica sulla modifica dello status giuridico attuale. Il Partido popular democrático propone di mantenere il commonwealth e al contempo negoziare maggiore autonomia, mentre il Partido nuevo progresista vorrebbe rendere Porto Rico la cinquantunesima stella sulla bandiera statunitense.

Una terza voce, il Partido independentista puertorriqueño, persegue l’obiettivo dell’indipendenza, ma viene supportato solo dal 5% della popolazione, anche a causa della pesante repressione operata nel tempo dagli Stati Uniti a danno dei suoi membri. Questi, infatti, sono stati a lungo considerati terroristi, per aver perseguito l’obiettivo dell’indipendenza con azioni simboliche e attentati (uno dei quali nei confronti del presidente Truman).

Tra gli esempi più eclatanti della repressione di Washington c’è la Ley de la mordaza (letteralmente, Legge bavaglio) del 1948, approvata dal governatore portoricano su influenza statunitense. Il provvedimento sanzionava chiunque avesse diffuso idee nazionaliste e puniva con la reclusione fino a dieci anni chi possedeva una bandiera portoricana.

I plebisciti La corrente politica che persegue l’indipendenza di Porto Rico e ha subito le conseguenze più pesanti della repressione statunitense è sempre stata una minoranza all’interno dell’isola. Tuttavia, i partiti maggioritari – comunque non contenti dello status giuridico di Porto Rico – hanno utilizzato altre vie per cercare di modificare la situazione.

Tra il 1967 e il 2020, furono indetti sei plebisciti per stabilire se Porto Rico dovesse restare un commonwealth, ottenere l’indipendenza o diventare parte della Federazione statunitense. I risultati, però, non hanno mai avuto efficacia vincolante per il Congresso degli Stati Uniti, che conserva comunque il potere di decidere autonomamente se modificare o meno lo status di Porto Rico, tenendo conto degli esiti dei plebisciti.

Un settimo plebiscito, indetto dal governatore portoricano, si è tenuto il 5 novembre 2024 e il 58,61% dei partecipanti (corrispondente a 620.782 voti) ha espresso la volontà di diventare parte degli Stati Uniti. Alla base di questa preferenza, sta l’idea che essere parte della Federazione migliorerebbe la situazione economica di Porto Rico.

Inoltre, la popolazione boricua potrebbe finalmente godere pienamente del diritto di cittadinanza statunitense (ad esempio, nominando un proprio rappresentante votante al Congresso e contribuendo a eleggere il presidente degli Stati Uniti). I problemi economici Il tormentato rapporto con gli Stati Uniti ha impattato anche l’economia boricua.

Fino agli anni Quaranta, essa era basata principalmente sull’agricoltura familiare, gestita da coltivatori locali chiamati jíbaros e che producevano principalmente caffè, mais e manioca. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti avviarono l’Operation Bootstrap, un programma volto a favorire lo sviluppo industriale manifatturiero, chimico e tecnologico, proponendo esenzioni fiscali che incentivassero la delocalizzazione di imprese statunitensi.

Questo determinò un massiccio trasferimento della popolazione portoricana nelle città, con l’abbandono delle aree rurali. Nel settore agricolo rimasero prioritarie le coltivazioni di caffè, canna da zucchero e tabacco finalizzate all’esportazione.

Mentre Porto Rico divenne dipendente dalle importazioni per l’approvvigionamento di beni alimentari di prima necessità (ad oggi circa l’85% proviene dall’estero). Dalla metà degli anni Novanta, il Congresso statunitense diminuì progressivamente le esenzioni fiscali dell’Operation Bootstrap, contribuendo al declino dell’industria e alla recessione che ebbe inizio nel 2006.Tutto questo facilitò l’aumento dell’emigrazione di massa: se nel 1960 circa 887.000 boricua vivevano fuori dalla loro patria (soprattutto a New York), a fine anni Novanta questo numero aveva raggiunto quota 3.000.000.

Dall’inizio della recessione, il numero di portoricani che nascono e vivono fuori da Porto Rico è costantemente superiore a quello degli abitanti dell’arcipelago. Per affrontare la crisi economica, il governo boricua ottenne prestiti dagli Stati Uniti, arrivando nel 2015 ad avere un debito pubblico di 70 miliardi di dollari, ritenuto insanabile.

Per questo motivo, con il Puerto Rico oversight, management and economic stability act (Promesa) del 2016, gli Stati Uniti crearono una Commissione federale per controllare la spesa pubblica di Porto Rico. L’istituzione è stata fortemente criticata, per aver cercato di favorire la ristrutturazione del debito pubblico attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici, i tagli all’educazione e alle infrastrutture.

Dopo l’uragano María del 2017, che ha provocato almeno 3.000 vittime e causato danni per 90 miliardi di dollari, la Commissione ha ritardato la distribuzione degli aiuti economici offerti dagli Stati Uniti. Ciò ha rallentato il ripristino della rete elettrica dell’isola, l’80% della quale è stato distrutto dall’uragano.

Apparentemente, la motivazione alla base della lentezza nella distribuzione dei fondi era evitare che ulteriori improvvisi aumenti del debito di Porto Rico nei confronti degli Stati Uniti compromettessero la sua ristrutturazione. I problemi sociali Una delle strategie adottate per far fronte alla crisi economica portoricana consiste nell’attirare l’ingresso di capitali esteri.

Nel 2012, sono state approvate a questo scopo la ley numero 20 (Ley para fomentar la exportacion de servicios) e la ley numero 22 (Ley para incentivar el traslado de individuos inversionistas a Puerto Rico), oggi unificate nella ley 60/2019. La prima offre alle imprese – che stabiliscano la sede a Porto Rico ed esportino servizi all’estero – alcuni incentivi fiscali.

Ad esempio, un’aliquota del 4% sulla tassazione dei redditi derivanti dalle proprie attività (tassati invece al 21% negli Stati Uniti) ed esenzioni da alcune imposte locali. La seconda legge invece prevede che gli individui che si stabiliscono a Porto Rico entro il 2036 siano esentati dalle imposte su alcuni redditi (in particolare, quelli provenienti da interessi e dividendi frutto di partecipazioni societarie, da plusvalenze derivanti da investimenti in criptovalute e nel mercato immobiliare).

Uno studio commissionato dal Departamento de desarrollo económico y comercio (Ddec – Dipartimento dello sviluppo economico e del commercio) del governo portoricano, però, nel 2021 ha evidenziato chequeste iniziative non hanno avuto l’effetto sperato. A nove anni dalla loro entrata in vigore, infatti, la crescita economica del Paese è stata solo del 2% e l’aumento dell’occupazione del 3%.

In più, la Ong Espacios abiertos ha denunciato che le due leggi contribuiscono alla riduzione del gettito fiscale. Nel 2023, i benefici fiscali hanno fatto perdere a Porto Rico 23.000 milioni di dollari che sarebbero dovuti entrare nelle casse (pari a circa il 21% del Pil).

Secondo il Centro de periodismo investigativo, inoltre, molti beneficiari delle esenzioni sono individui che non esercitano alcuna attività produttiva nell’arcipelago, oppure gestiscono piccole imprese che si occupano di consulenza finanziaria o attività speculative, sfruttando la scarsa sorveglianza del governo portoricano. Ciò che è successo alle Hawaii Negli ultimi anni, la speculazione praticata dai beneficiari della ley 22 e l’impatto del turismo di massa hanno determinato pesanti conseguenze per la popolazione boricua.

La giornalista indipendente Bianca Graulau ha denunciato che, nei centri storici delle città dell’isola o nelle aree dotate di bellezze naturalistiche, numerosi edifici vengono acquistati, soprattutto da beneficiari delle esenzioni fiscali previste dalla ley 22, per essere convertiti in airbnb o hotel, costringendo gli inquilini a trovare nuove sistemazioni. Secondo una ricerca del Center for a new economy, tra il 2014 e il 2020, sono stati registrati sulle piattaforme online per airbnb 25.000 immobili, pari al 6% del totale degli edifici di Porto Rico.

Queste operazioni, compiute soprattutto dai beneficiari delle esenzioni fiscali, producono per questi individui dei guadagni che non sono soggetti a tassazione. E così determinano un aumento della forbice tra la condizione economica privilegiata dei primi e quella, molto meno agiata, della popolazione boricua.

Anche spiagge e aree naturalistiche di proprietà statale vengono vendute o concesse in utilizzo esclusivo ai nuovi residenti per la realizzazione di hotel di lusso rivolti alla crescente domanda dei turisti. Questi fenomeni di gentrificazione stanno costringendo la popolazione boricua, che non può sostenere l’aumento del costo della vita e degli affitti nelle città, a spostarsi verso zone periferiche o addirittura a emigrare.

È proprio questo, il rischio di arrivare a “una Porto Rico senza portoricani” il cuore della denuncia di Bad Bunny: i suoi brani parlano del timore di vedere ripetersi nella sua terra “lo que le pasó a Hawaii” (quello che è successo alle Hawaii). Cioè la distruzione del tessuto sociale e la perdita della cultura locale, a causa della gentrificazione e dell’allontanamento dei portoricani dall’isola, che sta determinando la progressiva perdita dell’autentica identità di Porto Rico.

Fonti Ávila-Claudio Ronald Alexander. “No quiero que hagan contigo lo que le pasó a Hawái”: las denuncias sobre Puerto Rico que hace Bad Bunny en su nuevo disco.

BBC News Mundo. 16 gennaio 2025. Graulau Bianca.

“Are Puerto Ricans being pushed out?”. YouTube. 28 dicembre 2021.

Graulau Bianca. “Rich people are moving to Puerto Rico and some Puerto Ricans are not happy about it”.

YouTube. 15 aprile 2021. Holt-Giménez Eric, Georges Félix.

“Hurricane María: An Agroecological Turning Point for Puerto Rico?”, Food First.

Institute for Food & Development Policy. 29 novembre 2017. Irizarry Mora Edwin.

“Las leyes 20 y 22. Una breve reflexión sobre sus consecuencias económicas y fiscales para Puerto Rico”.

Siglo 22. Luglio 2022.

Ponsa-Kraus Christina D. “The Catch-22 of Puerto Rico’s Status Referendum”.

Time. 11 ottobre 2024. Puerto Rico Report. “Puerto Rico’s Political Status: An Update”. 9 dicembre 2024.

Santiago-Bartolomei Raúl. “Housing and Digital Platforms:

Airbnb in Puerto Rico”. Center for a New Economy. 14 settembre 2020.

Wagenheim Olga J., Mathews Thomas G., Wagenheim Kal. “Puerto Rico”.

The Encyclopedia Britannica. 6 marzo 2025. L'articolo DeBÍ TiRAR MáS FOToS: la denuncia del portoricano Bad Bunny a ritmo di reggaeton proviene da Lo Spiegone.

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