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Il prezzo del rame in Ecuador: la lotta per la sopravvivenza del popolo shuar arutam

Mercoledì 29 ottobre 2025 ore 13:01 Fonte: Lo Spiegone
Il prezzo del rame in Ecuador: la lotta per la sopravvivenza del popolo shuar arutam
Lo Spiegone

Indice «Noi, gli shuar, siamo un popolo guerriero. Da migliaia di anni, viviamo nella foresta che scende dalle pendici della Cordillera del Cóndor in Ecuador e la difendiamo con forza.

Nemmeno gli spagnoli sono mai riusciti a mettere piede qui. Conosciamo bene la nostra terra, i suoi fiumi, le piante e gli spiriti che la abitano», spiega Josephina Tunki.

Incontriamo la leader indigena del popolo shuar arutam nella sua casa, dove al mattino, circondata da erbe medicinali e piante da frutto, brucia foglie di aglio selvatico per proteggersi dalle maledizioni. Josephina Tunki, leader indigena del popolo shuar arutam. © Francesco Torri Il gigante canadese e la “nuova alleanza” «Per noi shuar più anziani, la foresta e le sue piante sono la principale fonte di vita.

Sono la nostra medicina e il nostro cibo. Purtroppo, per le nuove generazioni, non è più così.

Loro hanno altre ambizioni. Aspirano al modello occidentale e pensano che l’unico modo per raggiungerlo sia attraverso gli affari», continua Josephina.

A tal punto che la scoperta di giacimenti di rame nelle terre shuar da parte di compagnie minerarie internazionali significa che ora intere comunità si trovano ad affrontare i rischi dell’attività estrattiva, oltre alla pressione di organi statali e multinazionali. Noi, gli shuar, siamo un popolo guerriero.

Nemmeno gli spagnoli sono mai riusciti a mettere piede qui. Josephina Tunki In particolare, Josephina si riferisce all’arrivo di Solaris resources, una compagnia canadese, gestita dal gruppo statunitense Augusta e quotata alle borse di Toronto e New York.

Solaris intende aprire una miniera di rame nel cuore del territorio shuar. Il progetto – chiamato Warintza – promette una capacità estrattiva senza precedenti.

E, secondo l’ex amministratore delegato di Solaris, Daniel Earle, vanta rame della «migliore qualità al mondo». Il progetto era stato concepito nel 2003 da Solaris copper inc (da cui poi è nata l’attuale Solaris resources).

Ma, sin dall’inizio, aveva incontrato una forte opposizione delle comunità locali. Nel 2006, gli elicotteri della compagnia erano stati scacciati con la forza dall’area e l’allora Ceo, David Lowell, era stato costretto a firmare un accordo con i leader shuar, in cui giurava di non tornare mai più.

Il progetto è rimasto inattivo per i successivi 13 anni, a causa della resistenza comunitaria. Tuttavia, nel 2019, la compagnia è tornata con una nuova proposta al popolo shuar: una “alleanza strategica”.

Un’alleanza solo all’apparenza strategica «Questa “alleanza strategica” sembrava segnare l’inizio di una nuova era, in cui le decisioni sarebbero state prese dalle comunità e i benefici distribuiti equamente nel tempo. Ma, alla fine, si è rivelata l’ennesimo tentativo di dividerci e ingannarci, approfittando dei nostri bisogni economici e della mancanza di accesso ai servizi», afferma Jaime Palomino, ex presidente dell’organizzazione politica Pueblo shuar arutam (Psha), in un’intervista nel suo ufficio nella città di Sucúa.

Alla fine, si è rivelata l’ennesimo tentativo di dividerci e ingannarci, approfittando dei nostri bisogni economici e della mancanza di accesso ai servizi. Jaime Palomino Infatti, nell’ambito del progetto Warintza, solo gli yawi e i warints (le due comunità più vicine al giacimento) sono stati selezionati come “beneficiari”.

In questo modo, è stata violata la gerarchia interna al popolo shuar. E non è stato tenuto in considerazione che il massimo organo decisionale per i territori di questo popolo è la Federación interprovincial de comunidades shuar, seguita dal Psha.

Questa divisione ha creato forti conflitti con le comunità vicine, che invece si trovavano a sopportare i costi del progetto minerario senza ricevere benefici economici. I maikiuants, ad esempio, si sono opposti apertamente all’apertura della miniera, rifiutando gli accordi presi da yawi e warints.

Nel 2021, la Guardia indigena, guidata da donne maikiuants, ha bloccato l’accesso alla zona mineraria, bruciando alberi e pneumatici, e ha rifiutato qualsiasi dialogo con l’azienda. Cartello indicante il villaggio di Maikiuants, abitato dagli shuar arutam. © Francesco Torri «Sono misure forti, ma non avevamo altra scelta.

Era l’unico modo per far capire ai nostri vicini e alla compagnia che i maikiuants sono fortemente antiminerari e che siamo disposti a fare tutto il necessario per mantenere intatto il nostro territorio. La gente di yawi e warints ha ricevuto macchine e soldi da spendere in alcol, soprattutto i giovani, ma questo non è ciò che significa essere shuar.

Essere shuar vuol dire resistere all’invasore», racconta Josephina, sorseggiando chicha (una bevanda tradizionale a base di yuca), mentre è seduta su un’amaca. La febbre del rame Ma perché tanto interesse per il rame?

Spinti dall’urgenza di decarbonizzare le fonti energetiche e affrontare la crisi climatica, molti governi del Nord globale hanno posto la transizione energetica in cima alle loro agende politiche. Tra le varie cose – invece di promuovere migliori infrastrutture, micromobilità o trasporto pubblico – puntano a una conversione massiccia di automobili private in veicoli elettrici.

Ciò contribuisce direttamente alla prosecuzione del modello estrattivista, ora giustificato con un’etichetta “verde”. Per soddisfare la crescente domanda globale di tecnologie energetiche e di mobilità “verde”, c’è quindi una forte spinta all’estrazione di metalli critici come litio, nichel, cobalto e rame.

Quest’ultimo svolge un ruolo cruciale: grazie alla sua duttilità, conducibilità ed efficienza, è indispensabile per pannelli solari, turbine eoliche, batterie e veicoli elettrici. L’esigenza di minerali critici ha portato a un aumento degli investimenti in attività estrattive in tutto il mondo.

Negli ultimi anni, il progetto Warintza ha attratto investitori da Francia, Svizzera, Cina e Stati Uniti, i cui capitali sono essenziali per passare dalla fase esplorativa all’estrazione su larga scala. Danni ambientali e sociali «Non conosciamo i dettagli, ma siamo certi che aprire la miniera potrebbe causare danni irreparabili alla nostra salute e all’ecosistema, contaminando i fiumi e le cascate, le nostre chacras [gli orti, ndr] e i nostri animali», afferma il leader indigeno Don Pinchu.

E non ha torto. Miniere come Warintza inevitabilmente portano a una massiccia deforestazione per permettere gli scavi e costruire le strade necessarie al trasporto delle risorse estratte e dei materiali, oltre a causare inquinamento dell’aria e dell’acqua.

In Cile, ad esempio, i villaggi vicino alla miniera di rame Chuquicamata hanno registrato un aumento dei casi di cancro a causa delle particelle di mercurio e arsenico rilasciate nell’aria. Inoltre, ci sono rischi significativi legati al crollo delle dighe in cui sono stoccati i rifiuti derivanti dall’estrazione.

Il loro collasso si è già rivelato mortale in altri Paesi. Ad esempio, il crollo delle dighe di Mariana e Brumadinho in Brasile, nel 2015 e nel 2019, ha causato la morte di centinaia di persone.

Questi incidenti sollevano serie preoccupazioni sulla proposta di costruire un’infrastruttura di dighe nel cuore di un hotspot di biodiversità come la Cordillera del Cóndor. La Cordillera del Cóndor, al confine tra Ecuador e Perù, è una delle regioni biologicamente più diverse dell’Amazzonia.

Ospita innumerevoli specie endemiche di piante, uccelli, anfibi e insetti. Questa ricchezza ecologica, unita al suo significato culturale per i popoli indigeni, la rende un hotspot critico per la conservazione e un laboratorio vivente per la scoperta scientifica. © Francesco Torri «A lungo termine, Solaris non ci porterà altro che povertà e miseria.

Finché avremo i fiumi in cui pescare e la foresta che ci sostiene, staremo bene. Sicuramente, meglio che in città.

Non abbiamo i lussi e i servizi di Quito, ma abbiamo aria pulita, terra fertile e viviamo in pace. Questo è qualcosa che molti giovani non capiscono e, per ambizione, si lasciano comprare dall’azienda», spiega Freddy, un giovane shuar.

Sul piano sociale, come ha ricordato Josephina, le prime “vittime” del progetto minerario sono proprio i giovani. La divisione che Warintza ha generato non è solo sociale – cioè tra comunità vicine – ma anche generazionale.

Le nuove generazioni, infatti, influenzate dai social media e dagli stili di vita occidentali, sono attratte dalle opportunità economiche che una multinazionale può offrire. Ma questo porta a una disconnessione dalla terra, dalle radici culturali e dalla lingua.

Oltre che a visioni divergenti sul futuro degli shuar. Gli attori internazionali inclinano la bilancia.

Non a favore delle comunità Il 21 maggio 2024, l’Augusta group, azionista di maggioranza e compagnia di controllo di Solaris, ha annunciato un accordo per vendere 35 milioni di dollari in azioni a diverse istituzioni finanziarie canadesi. L’obiettivo era ricavare risorse per espandere il progetto Warintza, acquistare ulteriori concessioni minerarie e avviare nuove perforazioni.

L’accordo è ancora in attesa di approvazione da parte delle autorità competenti e delle borse di New York e Toronto. Tuttavia, quello che potrebbe preoccupare il consiglio di amministrazione dell’azienda è il recente successo delle comunità indigene ecuadoriane nel bloccare un’intesa da 95 milioni di dollari per l’acquisto del 15% delle azioni di Solaris da parte del colosso minerario cinese Zijin mining group.

L’offerta del gigante cinese è stata bloccata dalla British Columbia securities commission, l’organo di regolamentazione delle transazioni finanziarie in Canada, dopo una denuncia presentata dagli shuar nel marzo 2024. A lungo termine, Solaris non ci porterà altro che povertà e miseria.

Finché avremo i fiumi in cui pescare e la foresta che ci sostiene, staremo bene. Sicuramente, meglio che in città.

Freddy I leader del popolo avevano accusato la compagnia di non aver consultato adeguatamente le comunità e di aver dichiarato – falsamente – di aver ottenuto il consenso della maggioranza degli shuar. Grazie a questa azione di resistenza, il 17 luglio 2024, le azioni di Solaris hanno raggiunto un minimo storico, danneggiando l’immagine della compagnia e dando speranza ai leader shuar.

Tuttavia, l’11 settembre 2025, Solaris ha siglato un accordo da 200 milioni di dollari con Royal gold, una compagnia statunitense di royalties e finanziamenti nei metalli preziosi, ottenendo così liquidità a lungo termine per espandere l’area mineraria e aumentare il potenziale estrattivo. Allo stesso tempo, Solaris ha iniziato a lavorare a stretto contatto con i ministeri dell’Energia, delle Miniere e dell’Ambiente dell’Ecuador sulla revisione tecnica della sua Valutazione di impatto ambientale, che dovrebbe ricevere l’approvazione entro la fine del 2025.

Sul suo sito web, Solaris dichiara che prevede di ottenere tutti i permessi di sfruttamento entro la metà del 2026. E aggiunge che «la recente rielezione del presidente ecuadoriano Daniel Noboa ha garantito continuità politica, aiutando a mantenere un clima favorevole, che ha permesso alla compagnia di continuare ad avanzare nel processo di autorizzazione e coinvolgimento degli stakeholder».

Resistere all’estrattivismo Solaris ha inoltre annunciato di aver raggiunto un accordo “storico” con il Psha. Il patto è stato firmato con il nuovo presidente dell’organizzazione, Marcelo Unkuck, e completa una rete di alleanze formali con tutte le organizzazioni indigene dell’area.

Marcelo Unkuch, il nuovo presidente del Psha, stringe le mani a rappresentanti di Solaris in occasione della firma di un accordo per rafforzare la collaborazione per la realizzazione del progetto Warintza. © Francesco Torri L’intesa è presentata dalla compagnia come prova del sostegno comunitario, ma la realtà è più complessa. «Il consenso non può semplicemente essere firmato senza che le comunità lo sappiano», afferma Josephina. «Probabilmente, alcuni membri della comunità vogliono veramente la miniera, ma non tutti! Stiamo affrontando una seria minaccia e siamo molto preoccupati».

Josephina rappresenta la voce di quegli shuar che continuano a sollevare preoccupazioni su cosa significherà questa miniera per la loro terra, la loro acqua e il loro modo di vivere. Anche se l’impero corporativo internazionale sostiene il modello estrattivista, legittimandolo con il discorso della transizione verde, l’attivismo di queste comunità ricorda che l’estrattivismo neoliberista non è l’unica via.

E che, per molte comunità, benessere vuol dire vivere in connessione con la natura e con le tradizioni, non possedere un pick-up di ultima generazione e trasferirsi in città. In Occidente, come beneficiari di questo modello oppressivo, è necessario sostenere la lotta di chi ne è direttamente colpito.

Sia agendo come consumatori responsabili, sia esigendo dai governi maggiore trasparenza nelle catene di approvvigionamento dei beni utilizzati ogni giorno. Soluzioni veramente eque e sostenibili non possono essere ottenute semplicemente sostituendo una fonte energetica con un’altra, magari addirittura all’interno dello stesso progetto estrattivo.

L’impunità corporativa può essere superata solo attraverso una rivalutazione del ruolo che i governi hanno di fronte all’impatto violento di simili processi decisionali, che pongono gli interessi economici al di sopra dei diritti umani e dell’ambiente. E perché ciò accada, è necessario far sentire sempre di più la nostra voce di cittadini consapevoli.

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata su Arcc foundation, in lingua inglese. La traduzione è a cura dell’autore.

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