Cultura
Riscrivere la disabilità tra silenzi e narrazioni stereotipate
C’è una crepa, profonda e spesso invisibile, tra ciò che i media raccontano e ciò che le persone vivono davvero. È in quello scarto che prende forma “Donne Disabilità e Media - Parole vs Barriere”, a cura di GiULiA Giornaliste Sardegna: un’opera corale che non si limita a osservare la distorsione, ma la mette a nudo e prova a trasformarla, partendo da ciò che più conta: il linguaggio, lo sguardo, la responsabilità di chi narra.
Fin dalle prime pagine, il libro si impone con una forza discreta ma innegabile: ci ricorda che l’assenza non è l’unico silenzio possibile. Esiste anche quello, più insidioso, della rappresentazione parziale o distorta.
Ed è proprio in questo spazio che si collocano le esperienze delle donne con disabilità, troppo spesso ignorate o intrappolate in narrazioni riduttive, figure da compatire oppure simboli da esaltare. Due estremi che semplificano e, così facendo, tradiscono la realtà.
Il valore più autentico di questo lavoro collettivo sta nella sua capacità di sottrarsi a ogni semplificazione. L’intersezionalità non è evocata come concetto astratto, ma utilizzata come chiave concreta per leggere la complessità: genere, disabilità, salute mentale e linguaggio si intrecciano in dinamiche che producono esclusione, ma anche possibilità di riscrittura.
Le voci che compongono il volume offrono uno sguardo lucido e stratificato, capace di restituire profondità senza perdere chiarezza. Particolarmente incisiva è la riflessione sull’ingiustizia epistemica: quel processo per cui a una persona viene sottratta la legittimità di raccontarsi, di essere creduta.
Una forma di violenza sottile, spesso impercettibile, che attraversa le vite delle donne con disabilità e con disturbi mentali, amplificata da un ecosistema mediatico che privilegia storie semplificate e rassicuranti. Eppure, il libro non si ferma alla denuncia Si configura anche come uno strumento operativo, un invito concreto al cambiamento.
Attraverso riferimenti come la Carta di Olbia e la Carta di Trieste, emerge con chiarezza l’urgenza di un giornalismo più etico, capace di abbandonare pietismo e sensazionalismo per restituire dignità, complessità e autonomia. Perché le parole non sono mai innocue: definiscono i confini del possibile, includono o escludono, aprono o limitano.
Tra i passaggi più significativi, quello dedicato al corpo: spesso rimosso, negato o reso impronunciabile quando si parla di donne con disabilità. È in questa rimozione che si annidano alcuni dei tabù più radicati, come la sessualità e il diritto al piacere.
Il testo li affronta con chiarezza e senza reticenze, rompendo un silenzio ancora troppo diffuso. Allo stesso modo, la violenza emerge non come fenomeno marginale, ma come realtà strutturale, aggravata da una pericolosa invisibilità.
Attraverso dati, esempi e riferimenti normativi, il volume mostra come essa assuma forme specifiche quando si intrecciano genere e disabilità: dalla dipendenza economica e relazionale fino al controllo del corpo e delle cure. Un quadro complesso, in cui la difficoltà di riconoscere e denunciare gli abusi diventa parte integrante del problema.
Disabilità, i media contemporanei, il linguaggio Accanto a questa analisi, il libro amplia lo sguardo ai media contemporanei, al linguaggio e agli spazi digitali, mettendo in evidenza come stereotipi, hate speech e rappresentazioni distorte continuino a rafforzare discriminazioni e isolamento. Ma, ancora una volta, la prospettiva non è solo critica: vengono offerte piste di cambiamento, strumenti, possibilità.
Ne emerge un testo dal forte valore culturale, formativo e politico-sociale, capace di tenere insieme riflessione teorica ed esperienza concreta. Il filo che attraversa ogni contributo è chiaro: rimettere al centro la persona, smontando modelli narrativi distorti come pietismo, eroismo e medicalizzazione.
Solido, attuale e necessario, il volume affronta il tema della disabilità da molteplici angolazioni: mediatica, culturale, normativa ed esperienziale, con l’obiettivo dichiarato di trasformare il linguaggio e la rappresentazione. Centrale, in questo percorso, è anche il ruolo dell’autorappresentazione, soprattutto nei contesti digitali, e la richiesta di un giornalismo più consapevole e responsabile.
Sintetico ma denso, è un invito urgente ad adottare uno sguardo intersezionale: non solo per comprendere meglio la violenza, ma per costruire risposte realmente inclusive. Perché ciò che resta invisibile continua ad agire, a ferire, a escludere.
Un testo necessario per chi fa informazione, certo, ma anche per chiunque contribuisca, ogni giorno, a costruire l’immaginario collettivo. Leggerlo significa accettare una sfida: rinunciare alla comodità degli schemi e imparare a vedere con maggiore consapevolezza.
Perché, in fondo, non si tratta soltanto di raccontare meglio. Si tratta di cambiare sguardo.
E, forse, anche qualcosa di più. Per acquistare il libro inviare una mail a: sgt.giuliagiornalistesardegna@gmail.com The post Riscrivere la disabilità tra silenzi e narrazioni stereotipate appeared first on ReWriters.