Politica
Per Meloni ora l’incognita Vannacci
Giorgia Meloni ha un problema, Roberto Vannacci. Certo, finora lo è stato solo per Matteo Salvini, ma è probabile che diventi a breve un rebus per l’intera coalizione che supporta il governo Meloni.
Fu il leader del Carroccio, a suo tempo, il più svelto a cogliere l’attimo dopo l’inopinato successo del libro Il mondo al contrario, scritto dal generale per condividere il suo disagio politico-culturale su temi come il patriottismo, l’immigrazione, l’omosessualità, la “normalità” insidiata dalla dittatura culturale delle minoranze, e diventato un caso forse anche per il consueto riflesso condizionato che spinge intellettuali e politici di sinistra a individuare bersagli polemici marginali, regalando loro una visibilità superiore ai meriti. Eletto eurodeputato nelle liste della Lega, l’ex comandante della Folgore non è stato placato neppure dalla carica di vicesegretario del partito, dono generoso di Salvini.
Ora ha lasciato la Lega, spiegando di non essere un traditore ma di aver preso “un taxi” che lo stava portando fuori strada, tradendo le promesse sullo stop alle armi in Ucraina, sulla legge Fornero e per un eccesso di “progressismo”, addirittura, identificato nelle timide aperture di Luca Zaia sui temi etici. Vannacci ha dato vita a Futuro nazionale (Fn, forse non per caso acronimo identico a quello del vecchio Front National della dinastia Le Pen), e ha rinunciato alla poltrona nel partito tenendosi, però, quella di Strasburgo.
Nei palazzi della politica ci si interroga sulle potenzialità della nuova creatura, e alla Lega, che chiude a ogni ipotesi di alleanza con il traditore, fanno da contraltare reazioni più caute, soprattutto in Fratelli d’Italia, che pure potrebbe soffrire la concorrenza a destra di un personaggio che non teme di ammiccare alle nostalgie neofasciste, come quando propagandava la “x” sulla scheda elettorale, chiedendo agli elettori di tracciare una “decima”, arguta battutona sulla Decima Mas, reparto militare di una certa fama nel corso della Seconda guerra mondiale – sinistra fama se si considera anche la stagione di Salò. Per ora, la struttura del movimento è debole; i parlamentari pronti a seguirlo nella scissione sono forse due o tre, l’autoproclamato leader giura di non avere finanziamenti occulti né dalla massoneria né da Steve Bannon, l’ex consigliere di Donald Trump e tessitore della rete nera globale.
Ma i sondaggisti già l’accreditano di un potenziale 4,2%, e lui stesso rivendica come bacino personale di consensi il mezzo milione abbondante di preferenze raccolto (sotto il simbolo della Lega) alle elezioni europee. Giorgia Meloni e i suoi alleati dovranno giocoforza farci i conti, se è vero che i sondaggi assegnano finora alla sua alleanza di destra-centro un vantaggio di cinque-sei punti percentuali sul centrosinistra, vantaggio che potrebbe in teoria calare, se al centrosinistra si saldassero pezzi di centro già esistenti o in via di formazione.
Anche se Fn non crescesse rispetto ai primi sondaggi, appare chiaro che l’ipotesi che si presenti alle elezioni una forza di destra non coalizzata, magari agganciata al treno di crescente successo dell’AfD tedesca, rappresenta una minaccia concreta per la riconferma elettorale dell’attuale maggioranza parlamentare. Ecco perché, in parlamento, si ragiona già delle contromisure “tecniche” possibili: una legge proporzionale che depotenzi il potere negoziale dei piccoli, uno sbarramento alto che renda rischiosa la corsa di Vannacci e soci, una norma che aumenti le firme necessarie per la presentazione di una lista nuova.
Vannacci si considera “interlocutore del centrodestra”, e non nasconde la speranza di poter crescere a sufficienza per dettare condizioni ai suoi alleati naturali. All’uomo non fa difetto l’ambizione, e nemmeno una certa allergia ai riti ipocriti della modestia, come dimostra il suo richiamo a Charles de Gaulle (generale pure lui, in fondo un collega):
“Ha rappresentato il punto di attrazione della destra dell’epoca, e questo vorrei in qualche modo cercare di rappresentare anche io”. “Vasto programma”, replicherebbe probabilmente l’interessato, se non fosse sepolto da oltre cinquant’anni a Colombey-les-Deux-Églises.
Per chi osserva la vicenda politica di Vannacci, tuttavia, non è il lato folcloristico del personaggio ciò che conta, quanto piuttosto le tematiche che può agitare, simili del resto a quelle della recente tre giorni della Lega in Abruzzo: una celebrazione identitaria del partito “nazionale” voluto da Salvini come evoluzione della originaria forza nordista, con prese di posizione identitarie sull’immigrazione, le tasse, la “sicurezza”, e sulle “mani libere” invocate dal leader per le forze di polizia. Lì Salvini ha lanciato l’idea della manifestazione nazionale a Milano contro “il fanatismo islamico” e per “la protezione dei nostri valori, della cultura occidentale”.
L’interrogativo quindi è: c’è davvero uno spazio politico, in Italia, a destra di tutto questo? L’avventura di Vannacci ci dirà se la risposta può essere positiva.
Con quali conseguenze per la “Nazione”, rigorosamente con la maiuscola secondo l’uso di quell’area politica, è arduo immaginare. L'articolo Per Meloni ora l’incognita Vannacci proviene da Terzogiornale.