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Lo sport di piangere sul latte versato, ovvero la frana di Petacciato in Molise

Giovedì 9 aprile 2026 ore 07:58 Fonte: Altreconomia
Lo sport di piangere sul latte versato, ovvero la frana di Petacciato in Molise
Altreconomia

All’indomani dell’ennesima frana in provincia di Campobasso siamo a fare la conta dei danni, a promettere ristori e a dire che al più presto possibile le cose torneranno come prima. Non una parola da parte delle autorità politiche su come noi umani abbiamo trattato -malissimo- il territorio negli anni precedenti; non una parola di scuse per un'urbanistica che continua a macinare consumo di suolo incurante dei tanti studi fatti; non un ravvedimento per le decine di provvedimenti di legge fatti da vari governi volti a rendere innocua la Valutazione di impatto ambientale e quindi far correre le urbanizzazioni e le infrastrutturazioni ovunque; non un cenno a quanto affermato nei rapporti ufficiali dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).

Ne cito due così che i politici più facilmente possano recuperarli online e leggerseli in fretta. Il rapporto 415/2025 dal titolo “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio” e il report ambientale Snpa 46/2025 dal titolo “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”.

Sul primo troveranno notizie sull’inventario dei fenomeni franosi in Italia (sappiate che esiste), realizzato dall’Ispra insieme alle Regioni. Al 2025 si contavano 636.207 frane, più o meno 211 ogni 100 chilometri quadrati: un numero impressionante.

L’indice di franosità medio italiano, ovvero l’indicatore che rapporta la superficie del corpo di frana (area in frana) a quella territoriale, è pari all’ 8,3% ma alcune Regioni superano il 18% (Valle d’Aosta e Marche), altre si attestano su valori oscillanti tra il 10% e il 16% (Lombardia, Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Toscana, Abruzzo, Molise). Proprio Abruzzo e Molise sono tra queste ultime.

Non è difficile capire che con un indice del genere noi dovremmo avere un intero ministero ad hoc a occuparsene “h 24”. Una sorta di ministero delle Frane.

Invece ci continua a toccare in sorte il contrario. La superficie interessata da tutte le frane censite è immensa: oltre 25mila chilometri quadrati, pari al’8,3% dell’Italia.

Come se tutta la Sicilia -o la Lombardia o il Piemonte- fosse off limits. Le frane sono corpi in movimento, a volte impercettibile, a volte rapido come schegge.

Il caso italiano è quello di fenomeni prevalentemente rapidi (il 28%) che corrisponde a crolli e colate di fango e detriti con velocità da 1,8 metri all’ora a cinque metri al secondo, le cui conseguenze sono devastanti per persone, infrastrutture e insediamenti. Tutte cose note non solo agli studiosi e a chi scrive cronache ambientali, ma anche -teoricamente- al Parlamento, alle Regioni e ai Comuni nelle persone dei loro governanti e dei consiglieri e parlamentari, perché quei documenti sono fatti per loro e vengono inviati ufficialmente al Parlamento e presentati ufficialmente oltre a essere online a libero accesso (open source).

Li hanno mai visti? Letti?

Discussi? Temo di no.

E quindi si assumano le loro responsabilità altro che piangere sul latte versato. Quindi -ve lo chiedo per favore- risparmiateci il rito del sorvolo in elicottero (così evitate anche di consumare carburante) dove vi mostrate dispiaciuti, sbigottiti e sgomenti come se steste guardando una novità assoluta.

Non prometteteci i soliti ristori che non arriveranno. Non diteci che tutto tornerà a una normalità perché nel nostro Paese l’uso del suolo e del territorio come l’abbiamo fatto e lo facciano non è normale ma è da irresponsabili.

Quindi, vi prego, sorvolate, senza costi aggiuntivi, i rapporti annuali sopra citati. In verità le aree a pericolosità da frana sono ben più ampie delle frane censite perché comprendono anche le zone di possibili evoluzioni e/o dove se ne potrebbero innescare di nuove.

Le aree suscettibili a frane sono un insieme ben più ampio: siamo a 69.530 chilometri quadrati. Spaventoso.

Queste aree sono chiamate a pericolosità da frana e sono distinte in quattro gruppi a seconda della probabilità che si verifichi un evento franoso. Abbiamo le zone P4 (il 3,5% del totale, pari a 10.598 chilometri quadrati), a pericolosità molto elevata dove le frane sono sempre pronte a scattare al minimo disturbo (ed esempio a causa di piogge intense) ovvero accadranno quasi sicuramente nell’arco di trent’anni con magnitudo forti.

Seguono le aree P3 a pericolosità elevata che si possono generare a brevissimo con magnitudo bassa o dopo 100 anni con magnitudo più basse (6% per 18.203 chilometri quadrati). Poi le zone P2 a pericolosità media con tempi di ritorno tendenzialmente elevati (6% per 18.074 chilometri quadrati).

Infine, le zone P1 a pericolosità moderata (5,1% per 15.489 chilometri quadrati) e le aree di attenzione (2,4% per 7.165 chilometri quadrati). Tutti coloro che si sorprendono davanti alle frane (oggi è il turno di Petacciato) dimostrano solo di non aver sfogliato la documentazione tecnica delle nostre agenzie ambientali.

Come ci siamo comportati in questi anni nelle aree suscettibili di franare? Tra il 2022 e il 2024, in tre anni, sono stati consumati, nell’ordine, 133 ettari dentro gli areali P4 a pericolosità di frana; 244,5 in aree P3; 483,6 in aree P2 e 553,4 in aree P1; per un totale di 1.414,4 ettari urbanizzati in aree di frana.

Si tratta del 6,6% del consumo di suolo netto nazionale del triennio. Nell’ultimo anno osservato, il 2024, in Abruzzo sono stati consumati 9,9 ettari negli areali P4+P3 ovvero i più pericolosi in assoluto; in Molise un ettaro (sebbene l’8,6% del consumo di suolo annuo si sia depositato in queste aree pericolosissime).

L’Abruzzo è la terza Regione italiana per consumo di suolo in aree a maggior pericolo di frana, il Molise la tredicesima. Non mi risultano scioperi politici di alcun consigliere regionale di qualsiasi parte, mentre una notizia del genere avrebbe dovuto far saltare sulla sedia.

La politica decida che cosa fare. Continuare a praticare lo sport del pianto sul latte versato o smettere di versarlo, imparando a vigilare preventivamente?

Il modello energivoro e "naturivoro" in cui siamo immersi è profondamente insostenibile ed è parente di conflitti per le risorse, di guerre, di esclusioni, di rovine. E non si pensi che con un paio di dispositivi tecnologici o con un paio di pannelli a terra si risolva tutto così da fare come prima.

Non cambierà nulla se non avviamo una profonda rivoluzione di noi stessi, di come pensiamo e rispettiamo la natura (il suolo è natura) e di come continuiamo ad abitare i territori in cui siamo. Siamo noi a dover prendere la forma della natura, del suolo e non ancora la natura a prendere la nostra.

L’appello è di mettere in agenda tutte le questioni ambientali come prioritarie, smettendo di farsela dettare da chiunque abbia interessi profittevoli, i più diversi e alcuni pure mascherati come sostenibili a prescindere, e continui a predare le risorse naturali, suolo in primis. Che cosa volete fare?

La frana di Petacciato si è risvegliata, e noi? E voi?

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Dalla parte del suolo” (Laterza, 2024) © riproduzione riservata L'articolo Lo sport di piangere sul latte versato, ovvero la frana di Petacciato in Molise proviene da Altreconomia.

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