Martedì 17 febbraio 2026 ore 18:01

Politica

Energia, la transizione zoppa

Venerdì 13 febbraio 2026 ore 16:01 Fonte: Terzogiornale
Energia, la transizione zoppa
Terzogiornale

Nella provincia canadese occidentale di Alberta, tra il Saskatchewan e la Columbia britannica, quasi ogni famiglia ha un suo componente che lavora nella filiera petrolifera. Uno dei primi atti compiuti da Joe Biden, quando nel gennaio 2021 si insediò come quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti, fu l’annullamento del permesso di costruzione di un oleodotto destinato a trasportare fino alle raffinerie del Texas il petrolio estratto dalle sabbie bituminose canadesi: un sistema di estrazione considerato costoso e anche contestato perché inquinante.

Il destino economico di quell’area non pareva affatto florido. Tutto cambiò in pochi mesi, grazie alla “provvidenziale” guerra in Ucraina, tanto che già nel 2022 il “Financial Times” raccontava una storia completamente diversa:

“La produzione è di nuovo in aumento. Così la capacità di esportazione: un oleodotto per il Midwest è stato ampliato e un altro per la West Coast sarà operativo il prossimo anno.

In tutta la zona petrolifera della provincia, gli affari hanno improvvisamente ripreso ritmo”. Ma nel 2026 quelle zone si trovano improvvisamente al centro delle attenzioni della stampa internazionale.

Alzi la mano chi aveva mai sentito nominare, prima dello scorso gennaio, l’Alberta Prosperity Project, che raccoglie firme per un referendum finalizzato alla secessione di quella provincia occidentale dal Canada. Con poco meno di cinque milioni di abitanti e un Pil pro capite fra i più alti del Paese nordamericano, è balzata agli onori delle cronache dopo che il “Financial Times” ha rivelato i contatti fra l’amministrazione Trump e gli indipendentisti canadesi.

Successivamente, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha sfidato di fatto la sovranità del vicino nordamericano, definendo l’Alberta “partner naturale” degli Usa e lodando i suoi abitanti: “Sono persone molto indipendenti.

Si vocifera che potrebbero indire un referendum per decidere se rimanere o meno in Canada. La gente vuole la sovranità.

Vuole ciò che hanno gli Stati Uniti”. Se potessimo viaggiare nel tempo e tornare anche solo a cinque anni fa, faremmo forse fatica a comprendere la centralità del petrolio, e in generale delle fonti energetiche fossili, nella geopolitica creativa e violenta di Donald Trump.

A quell’epoca l’Iea, l’agenzia internazionale dell’energia nata dopo lo shock petrolifero degli anni Settanta, rendeva noto che la quota di rinnovabili, in rapporto alla produzione energetica complessiva, aveva toccato il 29% nel 2020 e il 30% nel 2021, quasi un terzo del totale mondiale (in realtà queste percentuali non si sono molto mosse da allora, probabilmente anche a causa di qualche incertezza sui metodi di calcolo che si riverbera sulle statistiche). Mentre Irena, l’agenzia intergovernativa per lo sviluppo della produzione da fonti rinnovabili, certificava che la capacità di generazione globale dell’energia verde, alla fine del 2021, era cresciuta del 9,1% rispetto all’anno precedente.

L’Unione europea proiettava il suo obiettivo emissioni zero sul 2050 (lo fa ancora, ma forse con meno convinzione: i governi hanno riaperto la discussione sulle tappe intermedie da raggiungere, sull’auto elettrica che rischia di essere sempre più un prodotto di importazione dall’Asia, sulla riconversione industriale che, più che ecologica, sarà militare), pareva davvero di essere alla vigilia di un’era di grandi investimenti finalizzati quantomeno a limitare la crisi climatica riducendone le cause, per la parte attribuibile ai consumi umani. È passato solo qualche anno ma, per citare una vecchia poesia, il futuro non è più quello di una volta.

Diversi rapporti pubblicati nei mesi scorsi da istituzioni pubbliche e private raccontano di una transizione energetica lenta, disordinata e insufficiente. Qualche dato: secondo Kpmg, gigante multinazionale della consulenza, nel 2024 la domanda globale di energia è aumentata del 2%, trainata dalle economie in rapida crescita – come India, Cina e Sud-est asiatico –, mentre in Europa e Nord America i consumi sono rimasti sostanzialmente stabili.

In particolare, a crescere al doppio della velocità, rispetto alla domanda energetica totale, è la domanda di elettricità. Questo fenomeno è alimentato da diversi fattori.

Per esempio dalla diffusione dei veicoli elettrici, dall’uso sempre più esteso dei sistemi di condizionamento dell’aria (in un classico effetto del cane che si morde la coda, la domanda cresce a causa del riscaldamento climatico, ma gli impianti consumano energia in gran parte ancora da fonti che emettono gas serra, aggravando quindi gli effetti sull’atmosfera), e dalla crescente pressione dei data center: quest’ultima, legata all’esplosione dei servizi di intelligenza artificiale, è molto concentrata in pochi Paesi. Si prevede che, negli Stati Uniti, la quota di elettricità assorbita dai data center potrebbe raggiungere il 14% della domanda totale entro il 2030.

Nel frattempo, le fonti rinnovabili (eolico, solare, biocarburanti) crescono e hanno coperto oltre l’80% dell’incremento della domanda elettrica, ma non sono sufficienti a contenere l’uso dei combustibili tradizionali. Nel World Energy Outlook (Weo) dell’Iea la copertura offerta dalle rinnovabili alla crescente domanda di elettricità è stimata “oltre il 70%”, valutazione non troppo difforme da quella di Kpmg, ma leggermente meno ottimistica.

Da una prospettiva europea, può sembrare lunare, ma per l’Iea la domanda mondiale di carbone, che a noi sembra un relitto del passato, dovrebbe raggiungere il picco prima del 2030, per poi calare drasticamente, specialmente in Cina e nelle economie avanzate. Quanto al petrolio, dovrebbe anch’esso iniziare a calare dopo il 2030, grazie alla crescita del mercato dei veicoli elettrici, che secondo le proiezioni di questo rapporto dovrebbero coprire entro il 2035 il 50% delle vendite globali.

Cresce ancora, invece, il gas naturale (più 1% annuo fino al 2035), affari d’oro soprattutto per gli Stati Uniti e il Qatar. Le statistiche più recenti diffuse dall’Irena rappresentano, per certi versi, l’altra faccia della medaglia, valorizzando il picco senza precedenti della capacità di produzione energetica da fonti rinnovabili registrato nel 2024: ha toccato i 4.443 GigaWatt, con una crescita del 15,1%, un salto significativo rispetto alla media del 10,4% registrata nel quinquennio precedente.

Qui si trova il dato più ottimistico sulla copertura percentuale dell’accresciuta domanda globale di energia elettrica: se per Kpmg le rinnovabili hanno coperto l’80% dei maggiori consumi e per l’Iea più del 70%, secondo l’Irena il dato corretto è il 90% della nuova domanda soddisfatto dalle rinnovabili. Se si allarga lo sguardo oltre la singola fotografia della transizione energetica rallentata, o forse azzoppata, il convitato di pietra di tutto questo affannarsi attorno ai destini climatici del pianeta è rappresentato dal fattore guerra, negli ultimi anni tornato prepotentemente alla ribalta su molti quadranti, dall’Europa all’Africa e al Medio Oriente.

Si stima che le forze armate siano responsabili del 5,5% delle emissioni globali di gas serra, un dato destinato a crescere vista la tendenza all’aumento delle spese militari. Tuttavia, si tratta solo di una stima, perché i dati ufficiali comunicati all’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (dalla quale, peraltro, l’amministrazione Trump ha annunciato di volere uscire qualche settimana fa), sono considerati incompleti e alcuni Paesi non li condividono affatto.

Del resto, il segretario statunitense alla Difesa (e alla Guerra, nella nuova definizione adottata dalla Washington), Pete Hegseth, ha recentemente liquidato il tema come “stronzate sul cambiamento climatico”. Non tutto è perduto, comunque: gli equilibri geopolitici che si vanno ridefinendo in questa fase saranno importanti: certo, finché la Casa Bianca, attuale domicilio di Donald Trump, sarà portabandiera della civiltà del petrolio, è difficile immaginare grandi passi avanti sul terreno della cooperazione ambientale internazionale.

Tuttavia – prova a rassicurarci l’Iea – c’è ancora tempo per ottenere risultati nella lotta al riscaldamento atmosferico: “Il settore energetico dovrà prepararsi ad affrontare i rischi per la sicurezza derivanti dall’aumento delle temperature, ma c’è ancora spazio per evitare i peggiori risultati climatici”, si legge nel rapporto Weo, sempre che resti in vita lo scenario “in cui il mondo raggiunge le emissioni nette zero entro la metà del secolo”.

Se si tratti di uno scenario reale, o di una speranza destinata a rimanere tale, lo sapremo probabilmente molto prima della metà del secolo. L'articolo Energia, la transizione zoppa proviene da Terzogiornale.

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