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La coabitazione forzata tra greci e richiedenti asilo nel campo di Koutsochero

Venerdì 10 aprile 2026 ore 06:41 Fonte: Altreconomia
La coabitazione forzata tra greci e richiedenti asilo nel campo di Koutsochero
Altreconomia

Nel campo di rifugiati di Koutsochero, situato a venti chilometri circa dalla città di Larissa, nella Grecia centrale, è stato tracciato uno stretto sentiero cementato. Da un lato vivono oggi ventotto cittadini greci, sfollati a causa della violenta inondazione che nel settembre del 2023 ha distrutto le loro abitazioni.

Dall'altro circa 1.500 richiedenti asilo, in maggioranza cittadini sudanesi arrivati a Creta dalla Libia prima di essere trasferiti a Koutsochero. Rispetto a due anni fa la composizione della popolazione del campo è cambiata considerevolmente: nell’inverno del 2024 si trovavano circa 300 cittadini greci, insieme a richiedenti asilo, prevalentemente famiglie siriane e afghane.

Mentre attraversiamo la struttura un’anziana signora greca ha appena superato il sottile vialetto per sedersi all'ombra di una tettoia dal “lato dei rifugiati”. Di fatto, la linea di demarcazione tra l’area riservata a coloro che sono stati definiti i primi rifugiati climatici europei, e quella in cui risiedono i richiedenti asilo è ormai del tutto fittizia.

Questa insolita coabitazione forzata tra cittadini e rifugiati persiste da oltre due anni e mezzo: nel settembre 2023 la tempesta Daniel ha battuto il record giornaliero di precipitazioni nel Paese, devastando abitazioni, allevamenti e coltivazioni agricole in una Regione -la Tessaglia- tra le più povere della Grecia e in via di spopolamento. Tra i villaggi colpiti, nella cittadina di Farkadona, sono state danneggiate cinquecento abitazioni, mentre nella vicina Keramidi è stato evacuato quasi l’intero paese.

La struttura di accoglienza per richiedenti asilo di Koutsochero, un complesso recintato di container costruito nel 2016 con i fondi della Commissione europea, è parso come una soluzione meno precaria delle tende installate dall’esercito pochi giorni dopo l’alluvione nel villaggio di Gryzano. Per “fare spazio” ai profughi greci, sono stati allontanati da Koutsochero e trasferiti in altri campi in Grecia ben 900 richiedenti asilo.

“Li hanno cacciati di notte, senza dire loro né dove sarebbero andati né per quanto tempo -ricostruisce un’attivista solidale della zona-: molti avevano acquistato televisori e frigoriferi ma hanno perso tutto: avevano lasciato i loro averi pensando si trattasse di una soluzione temporanea”. Subito dopo la fuoriuscita dei rifugiati, circa trecento greci sono stati trasferiti nei container del campo.

“All'inizio c'era una grande reticenza a causa degli stereotipi razzisti e della xenofobia -racconta un abitante del luogo- per molti però era l’unica opzione possibile”. [caption id="attachment_243728" align="aligncenter" width="1536"] Alcune abitazioni vuote costruite a Farkadona nei primi anni Duemila per i greci del Ponto © Martina Tazzioli e Danai Avgeri[/caption] Nel momento in cui nuovi richiedenti asilo sono stati trasferiti nel campo, nell’inverno 2024, alcuni residenti greci hanno preferito andarsene, altri hanno chiesto filo spinato per dividere l'area in due, altri invece sono rimasti. Nel corso dei mesi la convivenza si è pian piano stabilizzata: quando è stato interrotto per un periodo il servizio di ristorazione per gli sfollati, sono stati i rifugiati a condividere parte del loro cibo.

Infatti, nonostante il campo sia gestito dal ministero delle Migrazioni e dell’asilo, la distribuzione dei pasti per i cittadini greci è stata assegnata al ministero dell’Interno, e nei primi mesi di coabitazione alcuni residenti avevano lamentato la scarsa quantità di cibo, sottolineando la differenza con quello fornito invece ai richiedenti asilo. Nel frattempo venticinque container che erano stati collocati nella cittadina di Farkadona nel marzo 2024 per ospitare le vittime dell'alluvione, sono rimasti vuoti senza allacciamento all'elettricità e alla rete fognaria, accanto a container invece ancora abitati dagli sfollati del terremoto avvenuto nella stessa Regione nel 2021.

A questi due blocchi si sono aggiunti quelli in cui ancora oggi vivono circa 400 greci del Ponto, arrivati tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta da vari Paesi dell’ex Unione Sovietica, dove si erano rifugiati nei primi due decenni del Novecento per sfuggire alle persecuzioni e ai massacri perpetuati dall’Impero Ottomano sulle sponde del Mar Nero. Inoltre, sempre a Farkadona, 93 case costruite nei primi anni Duemila per i greci del Ponto -per un costo totale di oltre quattro milioni di euro- sono rimaste disabitate e sono state saccheggiate da alcuni cittadini.

Le ragioni fornite dagli abitanti della zona sono controverse: alcuni sostengono che le abitazioni non siano mai state allacciate alla rete fognaria; altri fanno notare che i rimpatriati, come le vittime dell'alluvione, non pagano l'elettricità nei container e quindi hanno pochi incentivi a trasferirsi. Complessivamente i tre gruppi di container racchiudono una stratificazione di sfollamenti diversi tra loro, avvenuti in momenti differenti, e tuttavia caratterizzati da questa temporaneità protratta nel tempo che si materializza nelle stesse abitazioni. [caption id="attachment_243729" align="aligncenter" width="1536"] Un'abitazione distrutta dall'alluvione del settembre 2023 nel villaggio di Keramidi © Martina Tazzioli e Danai Avgeri[/caption] L’“esperimento mondiale” di coabitazione forzata a Koutsochero, come lo ha definito il precedente direttore del campo, in realtà mette in luce che "il governo degli sfollati" -siano essi migranti o cittadini greci- o meglio delle displaced persons, secondo le categorie delle organizzazioni internazionali come l’Alto commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr)- consiste in una gestione e riproduzione della povertà.

Se ci si sofferma infatti su chi tra gli sfollati dell’alluvione è stato trasferito nel campo e, soprattutto, chi vi è rimasto dopo due anni e mezzo, emerge che si tratta di persone considerate improduttive o a carico dello Stato: disoccupati, anziani, con problemi di salute o privi di reti di supporto familiare. Escluse le resistenze iniziali da parte di alcuni, a cui abbiamo fatto riferimento, per chi abita ancora oggi nel campo Koutsochero è diventata una soluzione abitativa sul medio periodo: all’interno del campo, come sottolineano alcuni abitanti, i cittadini non devono pagare l’elettricità, cibo e affitto.

Né i familiari, né lo Stato devono quindi farsi carico degli sfollati ancora residenti nel campo, il quale viene finanziato con i fondi della Commissione europea. La moralizzazione e il disprezzo manifestato da parte di alcuni concittadini e autorità locali nei confronti degli sfollati a Koutsochero si concentra proprio sulla loro volontà di restare dipendenti e di “vivere a scrocco”, come ha rimarcato il sindaco di Farkadona.

L’abbandono attivo da parte delle istituzioni, nei confronti della componente improduttiva della popolazione è stato quindi rivolto contro gli stessi sfollati: la divisione tra rifugiati e cittadini si è progressivamente dissolta a favore di un discorso che vede sia i primi sia i secondi come dipendenti cronici dalle istituzioni, in opposizione ai cittadini operosi. Il vocabolario di dipendenza dall'assistenza sociale che parla dei poveri non-meritevoli che devono “andarsene per non diventare compiacenti”, come ci ha riferito un funzionario dell'Autorità regionale, rispecchia in fondo il discorso che è stato applicato negli ultimi anni ai rifugiati.

Ma nessuno nella pianura della Tessaglia è più interessato a parlare dei rifugiati: la loro presenza è invisibilizzata nei discorsi pubblici attraverso una sorta di indifferenza organizzata. L’inusuale convivenza tra rifugiati e cittadini nel campo di Koutsochero mostra così un elemento che spesso passa inosservato nelle analisi sulle politiche migratorie: la divisione tra migranti e cittadini è lungi dall’essere netta e irreversibile, se la osserviamo dal punto di vista della precarizzazione socioeconomica che colpisce un’ampia fetta della popolazione nazionale e che moltiplica disuguaglianze di fatto, tra i cittadini stessi, nell’accesso ai diritti.

Pertanto la coabitazione forzata tra rifugiati e cittadini nel campo di Koutsochero fa spostare l’attenzione dallo stupore di tale esperimento politico verso una riflessione su come articolare una critica alla (ri)produzione di precarietà. Martina Tazzioli è professoressa associata in Geografia all'Università di Bologna.

Nella sua ricerca si occupa di migrazioni e frontiere nell'Europa meridionale e nel Mediterraneo. Danai Avgeri è ricercatrice nel Dipartimento di Antropologia sociale all'Università di St- Andrews.

La sua ricerca si concentra su come le economie estrattive influenzano e modellano il movimento delle persone e delle merci. © riproduzione riservata L'articolo La coabitazione forzata tra greci e richiedenti asilo nel campo di Koutsochero proviene da Altreconomia.

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