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Dagli USA all’Italia: l’internazionale della remigrazione e il piano per l’etnostato bianco

Venerdì 13 marzo 2026 ore 07:32 Fonte: Valigia Blu
Dagli USA all’Italia: l’internazionale della remigrazione e il piano per l’etnostato bianco
Valigia Blu

Centinaia di neofascisti hanno sfilato per le strade di Prato il 7 marzo del 2026 sventolando bandiere tricolori e chiedendo la “remigrazione” dei migranti, anche di quelli regolari. Per la città toscana, come ha ricordato lo storico dell’arte Tomaso Montanari, l’evento non è caduto in una data qualunque: il 7 marzo del 1944 le truppe nazifasciste rastrellarono e deportarono nei lager 133 operai pratesi in sciopero.

Proprio in ricordo di quel rastrellamento, il 6 marzo decine di lavoratori che fanno parte del sindacato Sudd Cobas avevano occupato Piazza Europa, dove la Questura aveva autorizzato il presidio neofascista. Sono state poi organizzate due contromanifestazioni nel centro della città a cui hanno aderito altre sigle sindacali, diverse associazioni antifasciste, i partiti di sinistra e anche il presidente della regione Eugenio Giani.

Quella di Prato è stata l’ultima iniziativa di piazza, almeno in ordine cronologico, organizzata dal comitato Remigrazione e Riconquista – una sigla che riunisce CasaPound, Brescia ai Brescia, Veneto Fronte Skinheads e Rete dei Patrioti (quest’ultima nata da una scissione di Forza Nuova). È dall’autunno del 2025, ricorda Linda Di Benedetto su Patria Indipendente, che “questi gruppi storicamente divisi da rivalità territoriali” si sono ritrovati accumunati “dalla volontà dichiarata di tradurre in azione concreta la proposta programmatica sulla remigrazione e di porre un argine deciso all’immigrazione incontrollata”.

Si tratta di una “campagna sincronizzata e ripetuta città dopo città”, prosegue Di Benedetto, che “cerca di convincere gli italiani che il declino abbia un solo volto: quello dello straniero. E la soluzione è una sola: farlo tornare indietro”.

Alla fine di gennaio, la campagna dell’estrema destra extraparlamentare ha cercato di approdare in Parlamento. I leader del comitato sono stati infatti invitati a presentare alla Camera dei Deputati l’iniziativa di legge per introdurre la remigrazione nell’ordinamento italiano.

L’evento era stato convocato dall’allora deputato leghista Domenico Furgiuele, poi passato nel nuovo partito Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. I deputati del Partito Democratico, del M5S e di AVS avevano però occupato tutti i posti della sala stampa, impedendo così lo svolgimento della conferenza.

Le manifestazioni di strada, le proposte di legge, l’appoggio di alcuni partiti (tra cui pezzi della Lega, che è al governo) e di certi media dimostrano come l’Italia sia ormai il laboratorio politico europeo della remigrazione – ossia di una proposta politica razzista e incostituzionale che, fino a non troppo tempo fa, era confinata in un preciso recinto ideologico. Di cosa parliamo in questo articolo Da dove viene la remigrazione e come si è diffusa L’Italia come laboratorio globale della remigrazione Da dove viene la remigrazione e come si è diffusa L’espressione è stata a lungo utilizzata dalle scienze sociali – in particolare da quelle che studiano le migrazioni – per indicare il ritorno volontario di una persona al suo paese d’origine.

Ad appropriarsi del termine e a dargli una precisa connotazione politica è stata l’estrema destra francese. Sin dall’inizio degli anni Ottanta, il Front National ha propagandato l’idea dell’“inversione” dei flussi migratori.

Alle regionali del 1992, ad esempio, sui manifesti elettorali del partito campeggiava lo slogan “Quand nous arriverons, ils partiront!” (“quando arriveremo, loro partiranno”). Il concetto è stato poi sistematizzato dal movimento identitario, che prende spunto dalla Nuova Destra (Nouvelle Droite) e si rifà al cosiddetto razzismo differenzialista.

Uno dei primi a utilizzarlo pubblicamente è stato il militante Laurent Ozon, che nel 2013 ha lanciato il “Movimento per la remigrazione”, seguito a ruota dai membri del Bloc Identitaire e di Generazione Identitaria. Come ha spiegato il politologo Jean-Yves Camus, la remigrazione è strettamente collegata alla teoria del complotto della “sostituzione etnica”, secondo la quale l’immigrazione sarebbe in realtà una forma mascherata di genocidio delle popolazioni “autoctone” (ossia bianche e cristiane).

La “remigrazione”, seguendo il ragionamento degli identitari, sarebbe dunque la cura a questa malattia letale che affligge l’Europa. Dietro a questo neologismo rubato dalle scienze sociali si nasconde però un piano di pulizia etnica: l’obiettivo finale è quello di arrivare ad un etno-stato bianco, ripulito da ogni impurità.

Esattamente come ha fatto la “sostituzione etnica”, anche la remigrazione ha oltrepassato piuttosto in fretta gli steccati dei circuiti più militanti. Secondo un rapporto dell’Institute for Strategic Dialogue, tra il 2012 e il 2019 il termine è stato menzionato oltre 540mila volte su Twitter.

Durante campagna per le presidenziali francesi del 2022, il candidato Eric Zemmour ha proposto la creazione di un “ministero per la remigrazione”. Al termine del suo quinquennio, annunciava trionfante il polemista di estremista destra, sarebbero stati espulsi milioni di “clandestini”, “delinquenti”, “criminali”, “Fiche S” (le persone schedate come potenziale minaccia per la sicurezza dello Stato) e “tutta la gente che non vogliamo più tra i piedi”.

Dopo la Francia, la remigrazione è approdata in Germania. Nel corso di un incontro segreto tra membri di Alternative für Deutschland e militanti neonazisti, tenutosi nel novembre del 2023 e rivelato dalla testata Correctiv nel gennaio del 2024, si è parlato apertamente di deportare dal paese almeno cinque milioni di persone – inclusi i cittadini “non assimilati”, cioè quelli non bianchi e non cristiani.

A presentare il piano è stato Martin Sellner, il fondatore della sezione austriaca di Generazione Identitario che negli anni scorsi ha acquisito una certa notorietà internazionale collaborando con l’alt-right statunitense. Ispirandosi alla Nuova Destra francese, il militante austriaco adotta un approccio metapolitico che mira ad egemonizzare culturalmente il dibattito pubblico, spostando i partiti della destra istituzionale su posizioni sempre più radicali.

La remigrazione, per l’appunto, è il suo progetto politico più ambizioso. Il piano dell’austriaco riguarda tre gruppi e si articola in tre fasi distinte: la prima è la chiusura fisica delle frontiere e l’espulsione dei migranti irregolari; la seconda prevede la revoca dei permessi di soggiorno a chi commette reati o è giudicato un “peso economico” per la società; e la terza toglie i diritti civili ai cittadini con background migratorio, costringendoli così a “rimpatriare” nel “paese d’origine”.

Secondo Sellner, i cosiddetti “cittadini non assimilati” formerebbero delle vere e proprie “società parallele” o sarebbero segretamente leali a Stati stranieri e ostili. È una paranoia che è al contempo antisemita – perché rievoca il mito della “doppia fedeltà” – e islamofoba, visto che rimanda alla teoria complottista di Eurabia.

La terza fase è senz’ombra di dubbio la più inquietante ed eversiva: se fosse veramente applicata reintrodurre un criterio razziale nella concessione della cittadinanza, e farebbe a pezzi il principio fondamentale dell’uguaglianza nelle Costituzioni europee post-belliche. L’Italia come laboratorio globale della remigrazione Sellner è stato anche l’animatore del primo Remigration Summit che si è tenuto a Gallarate il 17 maggio del 2025.

Oltre a neonazisti, suprematisti statunitensi e negazionisti dell’Olocausto era presente anche una nutrita delegazione della Lega. Roberto Vannacci, che all’epoca era ancora nel partito guidato da Matteo Salvini, aveva inviato un videomessaggio in cui descriveva la remigrazione come un tema “coraggioso ma necessario” e “di buon senso”.

Non è un caso: la Lega è stata il primo partito a sdoganare ufficialmente il termine in Italia. All’inizio di gennaio del 2025 il consigliere regionale lombardo Alessandro Corbetta ha scritto su Facebook che “è fondamentale iniziare a discutere seriamente di remigrazione, ovvero il rimpatrio dei clandestini e dei criminali nei Paesi di origine, ma anche di quegli stranieri che scelgono deliberatamente di non volersi integrare”.

Dopo di lui ne hanno parlato altri leghisti, tra cui il consigliere regionale della Lombardia Riccardo Pase, alcune sezioni giovanili (tra cui quelle di Milano e Roma), le eurodeputate Silvia Sardone e Isabella Tovaglieri e il deputato Rossano Sasso – poi entrato nel partito di Vannacci. A novembre del 2025 anche il segretario Matteo Salvini l’ha citata per la prima (e al momento unica) volta durante un comizio.

Un mese prima l’ala vannacciana della Lega aveva organizzato un altro Remigration Summit, questa volta a Livorno. In quell’occasione, il dirigente leghista Lorenzo Gasperini aveva detto che “la remigrazione è una necessità esistenziale radicale per la sussistenza dei popoli europei”.

Anche lui è successivamente confluito in Futuro Nazionale. Alla fine del 2025, il deputato leghista Jacopo Morrone ha presentato una proposta di legge “anti-maranza” che ricalca molto da vicino il piano di Sellner.

Prevede infatti una determinata soglia di reddito necessaria a richiedere il congiungimento familiare, la stretta sulla concessione di nuove cittadinanze e la revoca della cittadinanza alle persone naturalizzate che ricevono una condanna definitiva sopra i cinque anni di carcere. Come ha scritto Jacopo Di Miceli, curatore di Osservatorio sul complottismo, la cittadinanza diventerebbe così una concessione dello Stato “continuamente suscettibile di essere ritirata in caso di nuovi interventi legislativi, ad esempio con l’aggiunta di ulteriori fattispecie che definiscano i parametri di una corretta ‘integrazione’ o ‘assimilazione’”.

Tuttavia, il tema della remigrazione non è mai stato universalmente accettato all’interno della Lega. Al contrario: la parte più tradizionalista e nordista, quella cioè che fa capo all’ex presidente della regione Veneto Luca Zaia, l’ha sempre osteggiata.

Ed è altrettanto significativo notare che Fratelli d’Italia l’ha menzionata sporadicamente, mentre Giorgia Meloni non si è mai espressa sul punto. In questo spazio politico vuoto, o quanto meno non interamente occupato, si sono così infilati l’estrema destra extraparlamentare e il nuovo partito di Vannacci.

“In un’Italia in cui la destra al governo ha già spostato il baricentro culturale del Paese”, ha sottolineato Linda Di Benedetto su Patria Indipendente, “la destra radicale può permettersi di fare un passo avanti e proporre – non più in forma clandestina, ma plateale, rivendicata – un progetto di ingegneria sociale che rimuove persone, identità, generazioni intere”. In questo senso l’Italia è uno dei paesi in cui l’esperimento metapolitico di Sellner è più avanzato, ma non è l’unico paese in cui si sta verificando questa dinamica.

Come annota un recente rapporto del Center for the Study of Organized Hate (CSOH), sono ormai diversi i partiti di estrema destra che hanno inglobato la remigrazione nella loro piattaforma programmatica. In Austria, ad esempio, l’ha fatto il Partito della Libertà d'Austria (FPÖ); in Germania Alternative für Deutschland; nei Paesi Bassi il Forum per la Democrazia e i Liberali Conservatori di JA21; in Spagna Vox; in Belgio il Vlaams Belang; in Finlandia il Partito dei Finlandesi; e così via.

Anche negli Stati Uniti l’amministrazione Trump ha iniziato a usare con sempre più frequenza il termine, ammiccando alla base MAGA più estremista e rendendolo un sinonimo del programma trumpiano di espulsione di massa. La remigrazione, insomma, è ormai il fulcro di quella che la giornalista Federica Pennelli definisce la “transnazionalizzazione della destra radicale”.

Questo fenomeno si manifesta attraversa format replicabili: “convegni che attraversano confini, campagne d’odio e piccoli momenti di piazza che condividono slogan e leader che si legittimano a vicenda”. La progressiva adozione del concetto simboleggia dunque l’ascesa di un movimento globale e interconnesso che punta a sfruttare il potere dello Stato per escludere violentemente determinati gruppi sociali, mascherando un piano eversivo e antidemocratico come una semplice proposta di “buon senso”.

Immagine di copertina via Facebook/Remigrazione e riconquista.

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