Cultura
L'inferno di una detective
Ci piaceva la lettura dei grandi classici della letteratura italiana quando da studenti ce la facevano leggere a scuola? A molti si e a molti altri no, forse perché l’obbligo rendeva tutto indigesto a priori.
Ma la forza vivida dell’Inferno di Dante, siamo convinti, sia rimasta impressa nella testa e nel cuore di tutti. E’ uno dei luoghi non luoghi che, nel tempo, ha dato il nome a situazioni drammatiche e a metafore tragicomiche, è stato applicato alla musica heavy metal e a scenette adolescenziali.
E allora perché non utilizzarlo come scenario e campo semantico per un bel thriller? E’ quello che ha fatto Daniele Soffiati al suo esordio come scrittore di genere che per Mondadori ci propone il suo Il giudice dei dannati (pp 276, euro 19:00).
Una terribile storia ambientata nel non detto e nel non raccontato di un orfanotrofio statunitense in cui i cadaveri, gli omicidi efferati, i sospetti e le nefandezze si susseguono a ritmo “infernale” fino alla conclusione della vicenda che certamente non riveleremo in questa sede. Non ha senso cercare a tutti i costi l’originalità in questo bel romanzo di genere Nel leggerlo infatti vi si ritrovano echi dei capolavori del grande Stephen King (la vicenda si svolge nel New Jersey in un paesino circondato dai boschi, in apparenza assai rassicurante ma proprio per questo adatto a nascondere i crimini peggiori) oppure si incontrano le peripezie di Dan Brown (quando si inizia a “familiarizzare” con le nefandezze che nel tempo il clero locale ha perpetrato e poi occultato) ma anche i contesti e le forme di molti giallisti italiani, da Carlotto a Manzini e Carofiglio e il primo De Cataldo che fanno e hanno fatto della denuncia sociale il “campo semantico” all’interno del quale ambientare le loro storie per nutrirle di linfa profondamente umana e a volte dolente.
Poi c’è il grimaldello che riesce ad aprire le porte del mistero e degli enigmi: una donna, Francesca Martini, che certamente per motivi gentilmente campanilistici, Soffiati, mantovano, ha voluto di nascita lombarda, trasferita in USA e nel libro “criminal profiler” per FBI. La Divina Commedia e l'Inferno Una figura con questo ruolo in un contesto di tali caratteristiche non poteva che essere colta e preparata.
E come tutte le persone colte, essere anche consapevole di dove possono arrivare i propri limiti. E’ per questo che Francesca chiede l’aiuto di Jonathan Corso (omonimo del più famoso poeta italoamericano della beat generation) suo amico e professore esperto in questioni dantesche.
Eh già! Perché gli indizi delle indagini portano proprio in direzione del grande classico della letteratura italiana e mondiale, la Divina Commedia, il canto dell’Inferno in particolare.
Inoltre Francesca - Martini è il suo cognome - è dotata di una caratteristica particolare, tipica delle persone in giovane età, che lei però ha mantenuto: l’eidetismo, cioè la capacità di conservare in modo chiaro, dettagliato e nitido le percezioni che si sono vissute anche quando lo stimolo originale è scomparso. Nonostante a volte sia presa dal dubbio e da qualche (piccola) incertezza, Francesca Martini non si avvicina alle figure tipiche degli investigatori moderni, talmente immersi nel conteso del crimine da farsene un elemento di forza ma rischiando di rimanerne invischiati.
No, Francesca assomiglia molto di più al principe degli investigatori, Sherlock Holmes che nella Londra di metà Ottocento, “scendeva” dai quartieri alti della città per sporcarsi appena gli stivali e, secondo criteri scientifici illuministici arrivava a scoprire i colpevoli che sempre provenivano dai bassifondi degradati di Londra. La forza contemporanea del personaggio di Francesca, però, esiste ed è molto forte.
Un primo aspetto è dato dalle sue convinzioni etiche, effettivamente poco presenti nelle altre narrazioni di genere contemporanee. Quando l’investigatrice vacilla, per vari motivi, la sua etica, quasi kantiana la riporta su giusto registro.
Il secondo aspetto è dato invece dal sapiente uso dei collaboratori (maschi) della donna che se ne avvale nell’assoluto rispetto dei loro profili professionali e per uno dei quali vanta un’ottima intesa personale. Una storia così complessa non funzionerebbe se non fosse sostenuta da un ritmo narrativo incalzante e una struttura solida e flessibile.
Tanti sono gli ingredienti di questa pietanza letteraria dal gusto variegato, che ben conciliano i sapori del dolce, del salato, dell’acido e del croccante, per uno scrittore all’esordio nella scrittura di thriller, ma che si è già cimentato con pubblicazioni sull’arte culinaria. Buona lettura.
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