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Politica

Femminicidi, quelle parole sbagliate sulle vittime e sugli assassini

Lunedì 9 febbraio 2026 ore 14:43 Fonte: Strisciarossa
Femminicidi, quelle parole sbagliate sulle vittime e sugli assassini
Strisciarossa

Per descrivere un fatto, e a maggior ragione per analizzare un fenomeno, le parole sono indispensabili per definire, situare, narrare, commentare, interpretare … se non sono appropriate, chiare e condivise, i significati si perdono o si offuscano o si confondono o si sparpagliano o si mistificano. Prendiamo il caso di un termine entrato finalmente, dopo molti anni dal suo conio, nei dibattiti politici, nelle aule dei tribunali, nelle pagine dei giornali: ‘femminicidio’.

Non significa ‘uccisione di una donna’, come erroneamente si crede. Un omicidio stradale ad esempio non è femminicidio se la vittima è donna.

Come riporta correttamente il dizionario (Devoto Oli 2009), femminicidio è: Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte” Non dice solo chi; dice perché.

Finché la dizione non si diffuse, questi reati venivano inglobati nel generico ‘omicidio’: il che impediva perfino di riscontrarne la frequenza, che ormai sappiamo dilagante. Dalla definizione di una parola dipendono le analisi dei fenomeni conseguenti, e poi delle misure da attuare.

Non è un caso che la normativa in materia si stia introducendo da poco e con tante difficoltà, equivoci, fraintendimenti. Il senso comune arranca, arretra, barcolla, fraintende, rifiuta.

È faticoso rinunciare a certezze millenarie. Moltissimi (e moltissime) pur dolendosi di fronte ai cadaveri sono disposti sostanzialmente a lasciare le cose come stanno pur di non ammettere verità scomode.

Se non si nega, si neutralizza. Le parole sbagliate, i verbi fuorvianti depistano da una coraggiosa ricerca delle cause.

Prendiamo l’informazione quotidiana, e come fattispecie La Stampa di ieri. Pochi giorni fa Zoe, un’adolescente, è stata strangolata da un coetaneo per un no.

Com’è successo? Lo spiega un’esperta di psicologia delineando le dinamiche di un assassinio efferato.

Lei “non ha messo in conto”, lui “è una persona problematica”. “Ha”, verbo d’azione (ossia il soggetto poteva far diversamente), contro “è “, verbo di presa d’atto di cosa (essenza dell’altro soggetto) inevitabile.

Dunque la diagnosi: “lei ha sbagliato, lui è com’è”, sotto il titolo – quasi una beffa – che per definire il movente parla di “amore”. La morale?

Le cose stanno così, è inutile volerle cambiare. Chi non sa che “per natura” la donna è preda, l’uomo cacciatore?

Che vuoi fare contro la natura? Con un altro articolo, firmato anch’esso da uno psicoterapeuta, La Stampa ribadisce la stessa versione psicologistica dei femminicidi, che oltre ai colpevoli non vede un compatto sistema ideologico che ne muove le prassi quotidiane.

La complessità si perde in uno spunto di cronaca nera. Non si identifica il residuo di una cultura antica, non esiste il patriarcato, non è quella gerarchia tra i sessi (forte/debole, attivo/passivo, parola/silenzio ecc.) che mostrano ormai da decenni gli studi di genere e che riscontriamo ancora, nel terzo millennio, nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni, nel linguaggio stesso.

No, lasciatele strillare le femministe: noi esperti vi confermiamo che la violenza maschile è problema clinico, marasma psichico, malattia di singoli disagiati o – se proprio qui ci vogliamo allargare – di generazioni sbalestrate (i maschi adulti e anziani non uccidono?). La “povera Zoe” per parte sua, scrive l’autore, era malata di ottimismo; come molti giovani di oggi “si sentiva invulnerabile, capace di gestire ogni genere di situazione”.

“Ogni ragazza dovrebbe considerare le possibili situazioni di rischio”. In fondo, anche qui di natura si tratta, come in una pandemia: rischio inevitabile, responsabilità tua evitare il contagio.

Se ti succede te lo sei voluto. Il che equivale a: lettori tranquilli, non riguarda voi.

Lettrici state accorte, non fidatevi e la scamperete. Genitori, va bene la libertà, comunque tenete in casa le figlie.

Un esperto di settore lo trovi sempre. Dopo un assassino adolescente escono diagnosi psicosociali sugli adolescenti; dopo un assassino immigrato escono anatemi politici sui migranti; dopo un assassino tossicodipendente escono dissertazioni mediche sugli effetti delle droghe … l’unico aggettivo che non trovi mai è ‘maschile’, che restituirebbe una matrice comune alla violenza.

Non perché – ovviamente – tutti gli uomini siano violenti, tanto che gran parte delle donne è ancora viva, ma perché le statistiche dicono che la maggior parte della violenza ha come autori maschi che non sanno accettare i no. Alcuni arrivano alla cancellazione fisica, altri si accontentano di botte, o ricatti, o esclusioni, o denigrazioni, o sottovalutazioni, o mercificazioni, o molestie …violenza psicologica, domestica, economica, verbale, simbolica … cambia la gravità, non la matrice.

Colpa di alcuni, responsabilità di tutti. Difficilissimo accettarlo.

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