Politica
Perché tante bugie sulla giustizia? Vademecum per gli indecisi al Referendum
Mancano poche ore al referendum sul progetto di riforma costituzionale della Giustizia e forse una domanda vale la pena di farsela: per quale motivo ministro, capo del governo, promotori e difensori del testo ci hanno raccontato tante frottole? Il labirinto di bugie, strafalcioni, censure innalzato per sostenere la riforma basterebbe da solo a bocciarla.
Ricordiamo in sintesi, soprattutto per gli indecisi, cosa è stato detto anche negli ultimi giorni di una campagna di maggioranza e governo che, se non fosse tragica, farebbe ridere. Nordio e l’indipenza Il ministro della Giustizia ha più volte smentito che il progetto sotteso alla separazione delle carriere sia quello di mettere la magistratura sotto il controllo dell’esecutivo.
Ha detto il vicepresidente della Camera e coordinatore di Forza Italia Giorgio Mulè: “Si sente dire: ‘Guai a cambiare l’articolo 104, quello che stabilisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura’.
Questa è la prima grande menzogna che viene raccontata: con la riforma quella formulazione resta identica…”. Nordio e Mulè non dicono la verità.
Anche il testo di modifica costituzionale voluto dal governo deve in qualche modo salvare le forme. Se il testo dicesse di se stesso che intende indebolire o eliminare “l’indipendenza della magistratura”, più che di separazione delle carriere dei magistrati bisognerebbe parlare direttamente di abolizione della separazione dei poteri, principio cardine di ogni democrazia fin dal 1789, cioè dalla rivoluzione francese, e bersaglio principale di chi i poteri vorrebbe averli tutti.
D’altro canto non c’è dubbio che la riforma Nordio vada nella direzione di un ridimensionamento dell’indipendenza della magistratura, ma questo è un dato di fatto, non una questione di “formulazioni”, come pensa Mulè. Basta rileggere quanto affermato da qualificati esponenti del governo, a cominciare da Giorgia Meloni.
Lamentando “l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del governo e del Parlamento” (la bocciatura del Ponte di Messina da parte della Corte dei conti), la presidente ha detto che “la riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti, prossime all’approvazione al Senato, sono la risposta più adeguata a questa invadenza, che non fermerà l’azione di governo”. Quindi, con la riforma, si punta a una magistratura che non controlli, come da dettato costituzionale, l’attività di chiunque violi la legge (perché tutti siamo eguali di fronte alla legge), ma chiuda sicuramente un occhio o entrambi su quella del governo e di chi lo sostiene.
Roma Convegno Fratelli d’Italia dal titolo Parlate di Mafia nella foto Carlo Nordio Giusi Bartolozzi Nordio ha confermato a stretto giro in un’intervista al Corriere, rivolgendosi a Elly Schlein, segretaria del Pd: “Mi stupisce che non capisca che questa riforma servirebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”.
Tradotto: se ora, in caso di vittoria del Sì, i giudici li controlleremo noi, poi la stessa cosa potrete farla voi. Per togliere ogni dubbio ha citato il caso del governo presieduto da Romano Prodi, costretto a dimettersi perché la magistratura campana aveva aperto un’inchiesta sul ministro Clemente Mastella.
Dello stesso tenore le dichiarazioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, condannato in appello per rivelazione del segreto d’ufficio, in un’intervista rilasciata al Foglio. Il 14 marzo 2025 ha detto:
“O si va fino in fondo e si porta il pubblico ministero sotto l’esecutivo, come avviene in tanti Paesi, oppure gli si toglie il potere di impulso sulle indagini” (cit in. Antonella Mascali e Piergiorgio Morosini, Mani Legate, ed Paperfirst 2025).
Se Delmastro è stato sincero e trasparente sulle finalità della riforma Meloni-Nordio, non si può dire altrettanto dei suoi rapporti societari e verosimilmente (a giudicare anche da una foto) amicali con un prestanome del clan Senese, longa manus della Camorra su Roma e non solo. In particolare, essendo parlamentare, Delmastro non ha dichiarato alla Camera di aver posseduto quote della società immobiliare “Le cinque forchette”, che controlla un ristorante di Mauro Caroccia, già condannato per mafia.
Ha aggiunto di non sapere del suo coinvolgimento in un processo. Il commento di Daniele Caroccia, fratello di Andrea, intervistato dal Fatto Quotidiano:
“Lo sapevano anche i muri”. I rapporti societari tra Delmastro e Caroccia sono stati attivi fino a pochi mesi fa.
Considerato che l’esponente di Fratelli d’Italia, fedelissimo di Meloni, è sottosegretario alla Giustizia, la cosa appare piuttosto grave, vista anche la sua fervida aspirazione al controllo della magistratura. Anche Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, ha dato il suo contributo al disvelamento delle vere intenzioni del governo, sostenendo che bisogna togliere al Pubblico ministero il controllo della Polizia giudiziaria.
Considerato che la Polizia di Stato dipende dal ministero dell’Interno, i Carabinieri dal ministero della Difesa e la Guardia di finanza dal ministero dell’Economia e delle Finanze, il controllo della Polizia giudiziaria (e quindi dell’attività investigativa) passerebbe automaticamente al governo. Come volevasi dimostrare.
Meloni e l’efficienza Con la riforma Nordio-Meloni la Giustizia sarà più giusta ed efficiente. È il mantra del centrodestra in questa campagna referendaria.
Ma è del tutto destituito di fondamento: perché la riforma non aumenta gli organici della magistratura e nemmeno quelli del personale di cancelleria. Il bello è che a dirlo sono promotori e sostenitori della riforma.
E Giorgia Meloni, che spesso rilancia lo slogan. Mettiamo in fila alcune dichiarazioni.
Giorgia Meloni: “La riforma che introduce la separazione delle carriere rappresenta un’occasione storica per avere una giustizia più efficiente e più giusta”.
Purtroppo si sbaglia. A smentirla, oltre al testo della riforma, sono tra gli altri: il ministro della giustizia Carlo Nordio, che ha elaborato, proposto e “firmato” la riforma stessa;
Giulia Bongiorno, esponente della Lega e difensore del vicepresidente del consiglio Matteo Salvini, nonché presidente della Commissione Giustizia. Nordio: “[La riforma] non ha nulla a che vedere con l’efficienza della giustizia… L’efficienza della giustizia si affronta su campi diversi come il potenziamento delle risorse”.
Bongiorno: “Scusate, ma chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi della giustizia?
Un ignorante può pensare una cosa del genere”. Meloni non se ne abbia a male.
Anche recentemente la presidente del Consiglio è tornata sull’argomento, ribadendo il concetto: Quella della giustizia “è una riforma della quale noi discutiamo da qualche decennio, ma che nessuno era riuscito a fare, perché è fondamentale per modernizzare questa nazione, perché se noi non riusciamo a cambiare in Italia quello che non funziona adeguatamente, non cresceremo mai”.
E ha aggiunto: “È una riforma di buon senso, è una riforma sull’efficienza, sulla meritocrazia, sulla responsabilità nella giustizia..”.
Se fosse rimasto qualche dubbio circa la sua ignoranza in materia, Meloni ha voluto cancellarlo il 18 marzo scorso. Vietato parlare di P2 I magistrati che si esprimono per il “No” alla riforma costituzionale della separazione delle carriere, dice il ministro Carlo Nordio, non devono più fare riferimento al piano di Rinascita democratica della P2 di Licio Gelli perché alimentano “lo scontro politico” e “istituzionale” senza basarsi sul merito della riforma.
Purtroppo “il merito della riforma” presenta numerosi punti di somiglianza con il progetto della P2. Il Piano di Rinascita prevedeva, tra l’altro, “il Pm distinto dai giudici” e “la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento (modifica costituzionale)”; la responsabilità del Guardasigilli verso il Parlamento sull’operato del Pm (modifica costituzionale)”.
Non si può (ovviamente) parlare di identità col progetto di riforma Nordio – anche perché quello di Gelli era un progetto politico non un testo legislativo – ma nei punti essenziali si tratta di documenti connessi da un rapporto piuttosto stretto in quanto entrambi prevedono un robusto condizionamento della magistratura da parte della politica. Come è stato osservato e come si vedrà più avanti, il contenuto del Piano, era tanto eversivo che gli autori si guardarono bene dal renderlo pubblico.
Redatto alla metà degli anni Settanta, spuntò fuori casualmente nell’81: era nascosto nel sottofondo di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia del capo della P2, perquisita all’aeroporto di Fiumicino. Ma oltre a somiglianze di contenuto, ispirazione e finalità, si conta anche una parentela significativa tra il testo legislativo e il piano gelliano:
Silvio Berlusconi, a cui da defunto è stata intitolata la separazione delle carriere, aveva in tasca la tessera della P2 n° 1816. Era dunque organico alla struttura che aveva elaborato il Piano di rinascita.
La censura enunciata dal ministro Carlo Nordio è quindi anomala per almeno due motivi: non tiene conto di fatti ormai assodati; pretende di indicare ai contraddittori quali argomenti possano o non possano usare. Ultimo dettaglio (ma non per importanza): recenti sentenze affermano che Gelli e la P2 hanno finanziato neofascisti ormai condannati con sentenza irrevocabile per la strage di Bologna e per aver depistato, grazie a un ferreo controllo dei Servizi segreti e dei vertici militari e di polizia, le indagini sul massacro di 85 persone (circa 200 i feriti).
Dunque la riforma della giustizia e le altre contenute nel Piano di Rinascita andavano realizzate anche a suon di bombe (e di morti). Questa eredità ci viene, di fatto proposta dal governo, ma Nordio la censura.
Errori veri e presunti Errori giudiziari, dal caso Tortora in poi. Anche su questo i promotori della riforma hanno dato fuoco alle polveri, sparando ad alzo zero approssimazioni, errori, vere e proprie bufale.
Dice Meloni (18 novembre 2025): “Il caso Tortora non fu solo un errore giudiziario, ma una perfetta anticipazione dei mali che affliggono la giustizia: la Procura che difende ad ogni costo il proprio errore, il giudice che corre in solidale soccorso del pm e della credibilità di un’inchiesta clamorosa e di rilievo mediatico eccezionale”.
In moltissimi casi le sentenze e altre decisioni dei giudici (ad esempio sulla libertà personale dell’imputato) sono difformi rispetto alle richieste dei Pm ed esistono tre gradi di giudizio in cui gli esiti processuali sono spesso in conflitto tra loro. Questo significa che a volte l’imputato viene condannato in primo grado e assolto in appello e Cassazione.
Oppure il contrario, come è avvenuto per il delitto di Garlasco: Alberto Stasi è stato assolto in primo grado e condannato all’esito dei giudizi della Corte d’appello e della Cassazione per l’omicidio di Chiara Poggi.
Il fatto che magistratura requirente (Procuratori e Procuratori generali) e giudicante (Giudice delle indagini preliminari, Tribunali, Corte d’assise per i delitti più gravi) al medesimo ordine giudiziario non compromette certo la fisiologia del giudizio, com’è noto spalmato su tre gradi. L’esempio più volte proposto da chi sostiene il Sì alla separazione delle carriere è il caso di Enzo Tortora, il conduttore televisivo vittima di gravissimi di errori di metodo e di merito commessi dalla magistratura, come la possibilità data ai collaboratori di giustizia di conferire tra di loro e concordare a tavolino le accuse a carico del presentatore.
Furono i magistrati della Corte di appello di Napoli, e poi la Corte di cassazione, a sconfessare l’originario impianto accusatorio. Tutto questo richiese vari anni, ma come si vede la durata complessiva del procedimento non può essere addebitata a una corporazione chiusa a riccio e appiattita sulla linea del Pm (a una sentenza di condanna corrisposero nel caso Tortora due di assoluzione) ma a carenze strutturali e di organico che da anni non vengono affrontate e risolte.
Basti pensare che il personale non giudiziario è sotto organico per oltre il 40%. D’altro canto, come si è visto, lo stesso ministro della Giustizia ha detto che risolvere questi problemi – per affrontarli basterebbero volontà politica e leggi ordinarie – non è l’obiettivo della riforma costituzionale.
Elogio della separazione “La separazione delle carriere ha il suo cuore nell’istituzione di due Csm”. Così il leader di Azione Carlo Calenda intervenendo nella Sala Galasso della Società Napoletana di Storia Patria a Napoli alla prima iniziativa del Comitato “Sì Separa” della Fondazione Einaudi per discutere con i cittadini dei contenuti della riforma Nordio.
Non si capisce perché senza due Csm sarebbe, secondo Calenda, difficile “garantire la distinzione dei ruoli” dei magistrati, già oggi nettissima dato che esiste una separazione delle funzioni tra magistratura requirente (quella che fa le indagini) e giudicante (quella che, sulla base delle indagini, decide). Si tenga presente che l’unica possibilità di passare da una funzione all’altra viene utilizzata da poche decine di magistrati su un organico di circa 9000, quindi la separazione delle carriere, eccetto pochissimi casi, di fatto esiste già.
Uno degli argomenti a sostegno della riforma è che giudice e Pm, conoscendosi, potrebbero influenzarsi a vicenda, magari come qualcuno ha detto (Italo Bocchino, durante la trasmissione Otto e mezzo, su La 7 ) mentre raggiungono con lo stesso mezzo di trasporto il Palazzo di giustizia. La stessa cosa può però accadere anche tra magistrati e avvocati che frequentano lo stesso ambiente pur appartenendo a due distinti ordini professionali quali sono l’Avvocatura e l’Ordinamento giudiziario.
O, come è stato osservato, tra magistrati che rappresentano i tre diversi gradi giudizio: bisogna per questo formare altri tre Csm? Non sta scritto da nessuna parte che magistrati e avvocati non possano essere amici e allo stesso tempo svolgere correttamente e onorevolmente il proprio mestiere.
La principale novità introdotta dalla riforma Nordio è che i magistrati togati nei due Csm dovrebbero essere non eletti, come accade ora, ma scelti per sorteggio. Questo per contrastare la presenza di correnti nell’organo di autogoverno della magistratura, indicata come principale fattore di inquinamento dopo il caso Palamara, che evidenziò manovre di politici e magistrati per pilotare le nomine ai vertici degli uffici giudiziari.
Luca Palamara è stato membro del Consiglio superiore della magistratura (Csm) e anche il più giovane segretario della Associazione nazionale magistrati (Anm). Grazie a un’inchiesta della magistratura di Perugia, si scoprì che consiglieri di varie correnti riuniti con esponenti politici si occupavano, al di fuori delle sedi ufficiali, disinvoltamente e con metodi clientelari di nomine, valutazioni di professionalità e procedimenti disciplinari.
Afferma il magistrato Piergiorgio Morosini (nel volume già citato, scritto insieme ad Antonella Mascali) che più che un’attività correntizia è emersa una struttura di potere trasversale alle diverse rappresentanze della magistratura. I cinque consiglieri superiori che parteciparono alla riunione all’Hotel Champagne si sono dimessi e hanno subito condanne all’esito dei procedimenti disciplinari, mentre Palamara è stato radiato.
Non si ha notizia di procedimenti analoghi a carico dei politici che partecipavano al Csm informale all’Hotel Champagne, Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa e deputato del Pd, e Luca Lotti, esponente Pd molto legato a Matteo Renzi e in quel periodo sotto inchiesta per il caso Consip. Entrambi si erano mossi per stabilire chi avrebbe dovuto subentrare al procuratore di Roma Giuseppe Pignatone.
Spiega Morosini: “Senza dubbio, la connotazione correntizia degli aspiranti a un incarico può costituire un fattore inquinante delle dinamiche consiliari.
Ma in tanti casi lo sono molto di più i rapporti amicali, la provenienza geografica, il transito in uffici strategici magari presso i ministeri, le pressioni esterne e le affinità politiche. Tutti fattori che non verrebbero cancellati dal sorteggio, ma solo resi ancor meno trasparenti da consiglieri che non devono rendere conto a nessuno”.
A questo si aggiunga che le correnti dei magistrati rappresentano, da diversi punti di vista, un’idea di giurisdizione, cioè di come la giustizia debba essere esercitata e che, per converso, la pretesa di azzerarle in nome di un unico modello calato dall’alto è assurda. . L'articolo Perché tante bugie sulla giustizia?
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