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Storia

Dipinti di Pompei, un mondo di lusso, divinità mitologiche e natura rigogliosa

Sabato 20 dicembre 2025 ore 18:22 Fonte: Storica National Geographic
Dipinti di Pompei, un mondo di lusso, divinità mitologiche e natura rigogliosa
Storica National Geographic

Nell’antica Roma quando si accedeva a una dimora ci si addentrava in un mondo pieno di colori. Mosaici sgargianti ricoprivano i pavimenti, e le pareti erano rivestite da affreschi.

Sia nella capitale dell’impero sia nelle altre città, la decorazione era fondamentale nelle abitazioni, nei luoghi pubblici e persino negli spazi commerciali. Tuttavia, sapremmo poco dell’uso decorativo che i romani facevano della pittura se non fosse per le tre città sepolte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.:

Pompei, Ercolano e Stabia, tre fiorenti colonie del golfo di Napoli. Anche al di fuori di quest’area sono stati rinvenuti alcuni notevoli esempi di decorazione pittorica, come quelli delle volte della domus Aurea di Nerone, scoperta alla fine del XV secolo; gli affreschi della villa Farnesina, a Trastevere; quelli della villa di Livia, lungo l’antica via Flaminia (all’interno del parco comunale di Prima Porta, alla periferia di Roma), e quelli ritrovati in alcune case di Ostia Antica.

La differenza con Pompei è che qui lo spesso strato di cenere e lapilli (piccoli frammenti vulcanici) che le ricoprì nel 79 d.C. conservò intatte le decorazioni dei diversi edifici per secoli, come è stato rivelato dall’inizio degli scavi nel 1748. Spazi pubblici e privati A Pompei, i dipinti erano onnipresenti.

Le facciate delle case mostravano insegne commerciali o elettorali, le taverne erano decorate con raffigurazioni di natura morta e scene di vita quotidiana, mentre i postriboli pubblicizzavano i propri servizi con dipinti erotici all’interno delle loro alcove. Ma gli affreschi di maggior pregio si trovavano all’interno delle abitazioni private.

È il caso di lussuose domus come la casa del Fauno, quella di Menandro o quella dei Vettii – forse la più notevole della città per quanto riguarda i dipinti – o di ville rustiche situate fuori dal perimetro di Pompei. Nelle domus, le decorazioni pittoriche di maggiore qualità erano presenti negli spazi pubblici come il tablinum, l’ambiente principale della casa romana, una sala da ricevimento in cui il dominus accoglieva i suoi clienti (persone di rango inferiore sotto la sua protezione e al suo servizio); o il triclinium, un salone destinato ai banchetti.

La bottega incaricata della decorazione delle case disponeva di una squadra di artigiani, per lo più di origine greca, specializzati in diverse mansioni e che intervenivano in momenti diversi della decorazione. Il primo gruppo era incaricato della preparazione della superficie pittorica.

Secondo Marco Vitruvio Pollione, l’architetto e scrittore romano attivo nella seconda metà del I secolo a.C., sul muro da affrescare dovevano essere stesi almeno tre strati di una miscela di sabbia e pozzolana. Poi, per rendere più compatta la superficie, venivano spalmati altri strati più sottili di calce e polvere di marmo e infine un ultimo rivestimento di gesso fresco.

Man mano che il gesso veniva steso, il pictor parietarius applicava i fondi di colore uniforme e l’imaginarius iniziava a disegnare le figure, le scene o i paesaggi con ocra o grafite. La caratteristica finitura brillante delle pareti era ottenuta applicando sugli affreschi una miscela di cera diluita e olio, che garantiva una migliore conservazione.

Gli imaginarii realizzavano i dipinti direttamente sul gesso: in questa fase la precisione nell’applicazione dei pigmenti era fondamentale perché una volta che il gesso si fosse indurito, il dipinto non avrebbe più potuto essere modificato, anche se era possibile aggiungere dettagli a secco con la pittura a tempera. In questo modo, i colori aderivano perfettamente alla parete attraverso un processo di carbonatazione che ha permesso di mantenere la loro vivacità nel corso dei secoli.

Gli imaginarii fornivano i pigmenti, ma talvolta quelli più costosi venivano acquistati direttamente dal committente. Per esempio il rosso pompeiano era ottenuto dal cinabro, un costoso minerale di colore vermiglio costituito dal solfuro di mercurio, importato da Efeso o dalle miniere di Sisapo, ad Almodóvar del Campo, in Spagna.

Tra i pigmenti più costosi c’era il blu egizio, ottenuto da una complessa miscela chimica di silicato di calcio e rame, che veniva acquistato già pronto. Un ampio ventaglio di argomenti I soggetti dei dipinti erano molto vari.

Dipendevano dai gusti del committente e dalla specializzazione dei pittori, ma venivano scelti anche in base alle tendenze del momento. Per esempio, i paesaggi architettonici che ricoprivano intere pareti e cercavano di creare un effetto trompe l’oeil – l’illusione ottica di far sparire la parete – erano molto in voga in certi periodi.

Forse il tema più ricorrente nella pittura pompeiana è quello mitologico. Sono numerosissime le raffigurazioni di divinità, in particolare di Venere, la dea più onorata a Pompei – non a caso protettrice della città – ma anche di Apollo, Orfeo e di figure mitologiche minori come Narciso, Pasifae o Polifemo o di eroi greci come Teseo e dei protagonisti della guerra di Troia.

Spesso si sceglievano soggetti dedicati alla caccia, alla natura morta o giardini e paesaggi immaginari. Anche il genere del ritratto era molto praticato.

Un ampio numero di dipinti pompeiani sono autentiche rappresentazioni della vita quotidiana nella città, catturata in tutta la sua vivacità. Nelle pagine seguenti vengono presentati alcuni esempi di queste tematiche che ci mostrano come alcune domus di Pompei fossero delle autentiche gallerie d’arte, piene di sorprese per i visitatori.

Per saperne di più SAGGIO. La pittura pompeiana Valeria Sampaolo, Irene Bragantini.

Electa, Firenze, 2022. INTERNET.

Visita virtuale a Pompei https://www.pompeitralemani.it Questo articolo appartiene al numero 203 della rivista Storica National Geographic.

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