Politica
Pusher ucciso a Rogoredo, l’indagine smentisce l’assoluzione del poliziotto pretesa da Salvini e Meloni. Ma nessuno chiede scusa
La notte del Bosco di Rogoredo, dove il 26 gennaio un poliziotto di 42 anni uccise con un colpo di pistola un pusher di ventotto, per un motivo solo vorremmo ricordarla e forse così davvero la ricorderemo: per l’onesto e coraggioso lavoro di magistrati, quelli che non piacciono a Meloni e che non hanno rinunciato al dovere di indagare, di smantellare le apparenze, di contraddire certezze malgrado l’autorevolezza delle “fonti”, ministri, sottosegretari, consiglieri, eccetera eccetera. Non si sono fermati per quanto si trovassero di fronte una vittima perfetta, una vittima ideale, uno spacciatore che andava e veniva dalle nostre galere, per giunta marocchino e, sull’altra riva, un uomo in divisa, come tale meritevole del massimo rispetto e della nostra fiducia.
Lo aveva detto Salvini, il ministro appunto, quello che subito s’era pronunciato: “ Io sto con il poliziotto”. Senza saper nulla di nulla, incurante dell’obbligo per un ministro dei trasporti, davanti a episodi non certo di sua competenza e di tanta oscurità, al silenzio o almeno alla prudenza.
Nel sito della Lega ancora si legge: “Esprimiamo vicinanza al poliziotto che, durante il controllo antidroga, ha ucciso un nordafricano irregolare e con diversi precedenti”.
Segue una raccolta di firme (settemila) a sostegno dell’innocenza del poliziotto. Seguono, sull’onda, in formidabile rincorsa, esternazioni di questo o di quello, qualcuno invocando il “sì” al referendum come toccasana di ogni malefatta, meritando una segnalazione particolare l’europarlamentare salviniana, Silvia Sardone, che si era precipitata davanti al commissariato con un cartello, a vista di telecamera, in cui stava scritto:
“Per quanto ci riguarda il poliziotto che ha sparato meriterebbe un premio…”. E poi via ad esaltare la norma del decreto sicurezza, che eviterebbe “indagini automatiche per gli agenti che si difendono”.
Ventiquattro ore dopo il ministro Piantedosi, senza remore, aveva sentenziato che con lo scudo penale introdotto dal nuovo ddl sicurezza il poliziotto in questione “avrebbe potuto usufruire del beneficio dell’inversione dell’onere della prova, perché in questo caso è chiaro che c’era una causa di giustificazione molto evidente”. Come, secondo quanto si scopre a distanza di qualche giorno, non sarebbe stato proprio il caso del Bosco di Rogoredo, come magistrati e, proprio, altri agenti di polizia del nucleo investigativo stanno ricostruendo… una storia più complicata e amara di quanto la facesse il nostro Salvini, pronto a condannare da una parte e ad assolvere dall’altra.
Senza, ripetendoci, saper nulla di nulla. Insomma lo sparo nel bosco si presenterebbe nella fattispecie di un regolamento di conti, tra un poliziotto che taglieggiava il pusher marocchino e un pusher che, forse, si era stancato di pagare.
Insomma Carmelo Cinturrino, l’agente, come dicono testimonianze, intercettazioni, persino ammissioni dei compagni in quella tragica serata e poi voci e chiacchiere che da tempo giravano al Corvetto, il quartiere vicino, e a Rogoredo, avrebbe imposto una tangente, soldi e coca, a Abderrahim Mansouri, detto Zack, la vittima, non solo a lui ma anche a “cavallini” vari, tutti soggetti alla famiglia Mansouri, regista del mercato. Non solo.
Pare che Cinturrino chiudesse invece un occhio, quando gli spacciatori, tutti italiani questi, transitavano dalle parti di casa sua (dove peraltro la compagna gestisce una portineria). Doppio binario, dunque: solerte da una parte, acquiescente dall’altra.
La sera dello sparo con lui erano altri quattro agenti, adesso indagati per favoreggiamento. Uno di loro venne spedito in commissariato a recuperare uno zainetto: in quello zainetto ci sarebbe stata la pistola finta, una replica della Beretta 92, posata e ritrovata poi accanto al corpo di Zack, che era ancora vivo malgrado il proiettile in testa, quando la chiamata d’allarme sarebbe partita, ventitré minuti dopo il colpo, e che si sarebbe magari potuto salvare se i soccorsi non fossero arrivati troppo tardi.
Come mai tanto ritardo? Viene il sospetto che si volesse in qualche modo “aggiustare” la scena del delitto, dar corpo alla prima versione di quella tragedia:
Zack che impugna la pistola e Centurrino che spara per difendersi. Versione comoda, tranquillizzante, un’autodifesa esemplare, al di sopra di ogni sospetto.
Verrebbe da chiedersi quanti, alla notizia, nel solco di Salvini, avranno pensato: “Uno di meno”.
Semplice, rassicurante, senza doversi chiedere perché il mercato della droga non concede tregua (si assiste solo a una rotazione delle sostanze in commercio), senza interrogarsi sulle ragioni profonde di tanto successo, quanto in debito di forze siano polizia, carabinieri, magistrati per reprimere questi traffici. Protesta contro lo spaccio di droga a Rogoredo Intanto, quella voce, “uno di meno”, fa il giro di un sentire diffuso che si ispira alla dottrina Salvini, il che ci dice quanto stiamo degradando dai principi di un stato di diritto e della moralità, per cui chiunque è innocente fino al terzo grado di giudizio, per cui chiunque per quanto colpevole merita pietà: vale anche per Zack, marocchino e spacciatore, uno che nella scala degli pseudo valori dominanti, contava e conta ben poco, varrebbe per il poliziotto, qualora venisse riconosciuto colpevole.
Attendiamo future esternazioni e magari future scuse di Salvini, che per ora fa il legalitario istituzionale: “Non entro nel merito di quell’episodio di cronaca”.
Pure il ministro Piantedosi si ritira: “Sono compiaciuto che la polizia di Stato sia in grado di non fare sconti a nessuno”.
Giorgia Meloni, dopo essersi precipitata a Rogoredo, con la rapidità e la destrezza del rapace, a stringer mani di carabinieri e militari in servizio per le Olimpiadi (accuratamente ha evitato i poliziotti), dopo aver accusato la magistratura di usare due pesi e due misure alludendo non si sa a che, se non ad un intento persecutorio nei confronti del poliziotto sparatore e ad un eccesso legalitario verso quegli immigrati che lei aveva spedito in Albania, s’è dirottata sul bambino di Napoli, tanto per profittare pure di una povera creatura, trascurando come anche il piccolo Domenico sia vittima della malasanità, che spetterebbe a lei aggiustare. L'articolo Pusher ucciso a Rogoredo, l’indagine smentisce l’assoluzione del poliziotto pretesa da Salvini e Meloni.
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