Politica
Elkann svende Repubblica e Stampa dopo aver liquidato le fabbriche e moltiplicato il patrimonio
John Elkann, nipote di Gianni Agnelli, vuole vendere il giornale di famiglia la Stampa, la Repubblica, le radio, la gloriosa Sentinella del Canavese, tanto cara a chi ha voluto bene all’Olivetti, e tutto quel che resta del gruppo Gedi, acquistato cinque anni fa e velocemente fatto a pezzi come in una liquidazione di fine stagione. Il compratore designato è un imprenditore greco, tal Theo Kyriakou, che non ci capisce quali interessi possa avere nel nostro Paese.
I suoi consulenti fanno filtrare l’idea che vorrebbe trasformare Repubblica in Le Monde (vecchia storia: c’è sempre qualche editore o nuovo direttore in Italia che vuole fare Le Monde) mentre della Stampa il greco non sa cosa farsene e quindi bisogna trovare un altro acquirente. Si vende tutto.
Vengono in mente le parole di Eugenio Scalfari, fine anni Ottanta, quando nella battaglia Mondadori si trovò Berlusconi come momentaneo padrone: “La libertà di stampa non si compra”, disse il direttore.
Però oggi “la libertà di stampa si vende”, si potrebbe aggiungere. Giornali abbandonati, mentre Exor ha 4 miliardi di euro da investire Elkann vende i giornali, si terrà la partecipazione nell’Economist perché glamour, dopo aver dismesso pezzi importanti d’industria incassando miliardi senza pensare alle fabbriche e al lavoro:
Magneti Marelli, Comau, Iveco. Se ne vuole andare del tutto dall’Italia, probabilmente.
Anche la Juventus non deve stare tranquilla. Elkann siede al vertice di Exor, holding dove sono racchiusi gli interessi della famiglia e degli eredi Agnelli.
Il patrimonio di Exor è vicino ai 40 miliardi di euro, è raddoppiato in sette anni, e dispone di 4,1 miliardi di liquidità per nuovi investimenti. Quindi se Elkann vuole disfarsi dei giornali non è per i pochi milioni che rischia di perdere ogni anno.
La notizia della vendita cade come uno sfregio sulla celebrazione per il mezzo secolo di vita di Repubblica il prossimo gennaio, crea naturalmente ansia e proteste nelle redazioni, agitazioni e manfrine nel mondo politico dove la destra un po’ gode nel vedere i moralizzatori decaduti di Eugenio Scalfari sulla graticola. Il culmine è raggiunto dal presidente del Senato, Ignazio Benito Maria La Russa, che si propone come mediatore e garante della libertà d’informazione!
L’illusione delle “radici comuni” La verità, comunque vada a finire questa triste storia, è che dei padroni non ci si può fidare. Quando i figli di Carlo De Benedetti hanno ceduto per una mancia il controllo del più grande gruppo editoriale italiano agli eredi Agnelli era chiaro come il sole che la lunga, bella, contrastata stagione di Repubblica-Espresso sarebbe finita, sepolta, chiusa.
Con Elkann editore e Maurizio Molinari, un giornalista che sta sull’asse Trump-Netanyahu, direttore di Repubblica e direttore editoriale dell’intero gruppo fino all’anno scorso, non c’è niente di peggio che possa capitare a un giornale libero, a chi pensa che il giornalismo possa avere un ruolo di controllo, garanzia, trasparenza in una democrazia. Però oggi, a dirla tutta, sorprende pure la sorpresa di molti che sono affranti da quest’ultima involuzione.
Si può comprendere un po’ di delusione da parte di chi, come lo storico ex direttore Ezio Mauro durato vent’anni come Scalfari, scrisse a proposito dell’accordo tra De Benedetti e il giovane Elkann di “radici comuni” che avrebbero cementato l’alleanza. Era forse un desiderio, una speranza, ma quelle radici non esistevano, a meno di non guardare la storia con una lente deformata e pensare che la Fiat dell’Avvocato con il suo fascino del potere, delle belle donne, di Platini e dell’Officina Sussidiaria Ricambi, dove erano confinati gli operai comunisti, avesse qualcosa da spartire con i Galante Garrone, i Mila, i Foa, gli azionisti piemontesi e poi con quello spirito liberalsocialista che aveva ispirato l’Espresso.
È la stessa illusione che ha colpito alcuni dirigenti politici di sinistra. Chi si ricorda?
Chiamparino felice di mangiare la pizza con Marchionne, Fassino che, prima di dedicarsi ai profumi, diceva “se fossi un operaio voterei sì alle proposte della Fiat” portando Mirafiori al deserto. Ora il sindaco di Torino Lo Russo, finito il torneo d tennis, a battere le mani perché entrano in fabbrica 400 operai in “somministrazione”, cioè con contratti a tempo determinato.
Il padrone è in redazione John Elkann Piaccia o no, il padrone è sempre stato in redazione, magari qualcuno era più garbato di altri, più presentabile, ma alla fine gli interessi e i conti dovevano tornare. L’editoria, l’informazione, il giornalismo sono ormai da molto tempo in difficoltà economica, di vendite, di credibilità, per non parlare del progressivo smarrimento di un simulacro di etica, di una vocazione alla trasparenza e alla difesa di un pluralismo informativo che dovrebbe essere, comunque, un elemento fondativo del nostro modo di vivere.
I giornali sono in crisi, il giornalismo ancora di più, ma non per questo il capitale ha rinunciato a possedere e a usare il potere dei media, tradizionali o moderni, stampati o digitali, per difendere i propri interessi, spesso indecenti. È lo stesso paradigma dell’informazione ad essere destabilizzato.
Oggi siamo entrati nella stagione in cui la figura e il post di un influencer contano più del lavoro degli ultimi bravi giornalisti che studiano, indagano, scrivono e informano. Gli editori non contano i lettori, ma gli “utenti” e sono felici non per le copie vendute, ma per i click registrati.
Non si sono ancora accorti che i ricavi del digitale non compensano le perdite sui media tradizionali. Per resistere creano eventi e vendono marchette.
Intanto Google, Meta, Amazon si prendono il mercato pubblicitario, senza che il governo dica una parola. Difficile, in queste condizioni di mercato e con questi editori, invocare autonomia e indipendenza come se fossero in vendita al supermercato.
I padroni passano, ricattano e comprano redazioni, tipografie e coscienze con il denaro, i privilegi, le carriere com’è sempre stato in questo paese. Cefis, Mattei, Sindona, Calvi, Pesenti, Crespi, Rizzoli, Mondadori, Agnelli, Pirelli, Cuccia, Gardini, De Benedetti, Berlusconi, Caltagirone, ora Cairo, tutti quanti, galantuomini o mascalzoni, ma anche le Curie locali, hanno combattuto battaglie furibonde per conquistare giornali, gruppi editoriali, tv, pubblicità perché così si esercitava, si esercita ancora in parte, il potere.
Il pensiero di Bocca: “Giornalismo indispensabile per una società civile” I tempi sono grami, però non bisogna disperare.
Giorgio Bocca, in una delle sue ultime interviste, disse all’Unità che “ci sarà ancora bisogno di un giornalismo etico, d’informazione, d’inchiesta, sarà sempre indispensabile per una società civile”. Anche di fronte a uno scenario così desolante si può trovare nei giornali e nel giornalismo, che resta un mestiere bellissimo, la forza per costruire qualche cosa di diverso e positivo.
Non si può più pensare a giornali malati di gigantismo, con redazioni devastate dal conformismo che sono la causa della loro crisi. Si può puntare su un lavoro di pochi fatto per quelli che ci stanno, minoranze che non si arrendono come ci ha insegnato il nostro maestro Goffredo Fofi, con giornalisti capaci di ritrovare l’umiltà di studiare, di raccontare il paese, di cercare compagni di strada leali.
E che hanno la voglia e la forza di spaccare qualche vetro. L'articolo Elkann svende Repubblica e Stampa dopo aver liquidato le fabbriche e moltiplicato il patrimonio proviene da Strisciarossa.