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Politica

Ungheria, il giorno della svolta?

Venerdì 10 aprile 2026 ore 07:53 Fonte: MicroMega
Ungheria, il giorno della svolta?
MicroMega

Da Budapest. La continuità (del potere) logora chi ce l’ha?

Forse è questa la domanda sottesa alle elezioni parlamentari che si terranno in Ungheria domenica, le prime dal 2010 a questa parte (quando il leader di Fidesz ottenne la maggioranza di governo per non mollarla più fino a oggi) in cui il premier uscente Viktor Orbán non è dato automaticamente per vincente. Può essere che i sondaggi (alcuni dei quali addirittura registrano un vantaggio di oltre dieci punti per lo sfidante Péter Magyar, a guida del partito Tisza) si sbaglino, anche di larga misura, sull’orientamento della popolazione (come spesso accade in tempi recenti).

Può essere che alla fine, più che i grandi afflati di cambiamento, nel determinare il responso delle urne conteranno soprattutto i dettagli: timori di scardinare una realtà ormai consolidata da sedici anni e fedeltà di partito, episodi di compravendita del voto (che stando ad alcune inchieste non sembrano poi così marginali), dubbi dell’ultimo minuto, magari suscitati dal “crescendo propagandistico” che ha caratterizzato la corsa conclusiva della campagna elettorale, con continue rivelazioni giornalistiche (riguardanti soprattutto le relazioni fra il governo magiaro e quello russo), presunti attacchi ai gasdotti che riforniscono il paese (come quello nel nord della Serbia della settimana scorsa), visite di peso nella capitale da parte di funzionari stranieri come quella di martedì del vicepresidente statunitense J.D. Vance che si è speso per fornire il massimo sostegno possibile a Orbán (accusando, come è suo solito, l’Europa di interferenze esterne). Ma, quello che ci si sente ripetere con insistenza (anche lontano dagli ambienti della capitale, tendenzialmente più “progressisti” del resto del paese) è che comunque è cambiata la percezione rispetto a una situazione politica che sembrava del tutto inamovibile fino a poco tempo fa.

L’emergere sulla scena di un’opposizione finalmente credibile (dopo che, per dirla in maniera sommaria, le forze liberal-socialiste sono finite screditate a causa del fatto che la loro gestione ha coinciso con la crisi economica del 2008 e per una crescente incapacità di organizzazione interna) pare aver ridato slancio a un desiderio di impegnarsi in prima persona (in poco tempo Tisza ha mobilitato oltre 10 mila volontari per le proprie iniziative e il porta a porta) e la sensazione che qualcosa potrebbe cambiare per davvero mette tanti nella posizione di ripensare le proprie preferenze (il 30% ottenuto dal partito alle europee del 2024, giusto pochi mesi dopo l’arrivo del nuovo leader, è stato salutato come una sorpresa). In questo senso, Péter Magyar rappresenta una figura radicalmente diversa eppure paradossalmente prossima a Viktor Orbán: membro anch’egli di Fidesz fino a due anni fa (senza comunque ricoprire incarichi), il candidato di Tisza ne è uscito e ha dato il via alla sua corsa politica dopo lo scandalo relativo alla grazia presidenziale per un individuo accusato di insabbiamento di un caso di pedofilia (che generò proteste di piazza e portò alle dimissione dell’allora presidente Katalin Novák e dell’ex-ministra della Giustizia Judit Varga, compagna al tempo proprio di Magyar).

Nonostante sia portatore della promessa di un taglio netto rispetto al passato (il suo programma è proprio quello di “smantellare” il sistema di potere del partito di governo), non incarna una “alterità” assoluta rispetto al primo ministro in carica, almeno non in termini valoriali e di percorso. Piuttosto, esprime la profonda delusione e stanchezza che si è generata presso una fetta di elettorato nei confronti di una parabola di lungo corso.

Anzi, secondo diversi analisti, proprio il fatto di provenire dalle fila di Fidesz, consente a Magyar di essere visto come qualcuno cui accordare più facilmente la propria fiducia e per cui è certamente più facile traghettare voti dal bacino di sostegno Orbán verso una proposta alternativa, verso quella che costituirebbe – a tutti gli effetti – l’apertura di una nuova fase politica nel paese. Non una rottura completa, dunque, quanto forse una “correzione” di traiettoria rispetto a ciò che ormai si è consolidato come un deragliamento istituzionale (le maggioranze schiaccianti dei primi mandati hanno consentito a Orbán di modificare l’assetto statale e di nominare uomini di propria fiducia negli organi più importanti), civico (la limitazione degli spazi di espressione e di manifestazione, come il “braccio di ferro” per impedire il Pride dell’anno scorso o l’attacco a realtà accademiche come l’Università dell’Europa Centrale, forzata a trasferirsi all’estero) e strategico (la persistente conflittualità con Bruxelles e il parallelo avvicinamento alla Russia di Putin).

Il che, tuttavia, non impedisce all’opposizione di attirare anche l’appoggio di chi è sempre stato distante dalla visione di Fidesz, proprio per il fatto che, al di là delle sfumature, solo con Tisza una minima speranza di cambiamento sembra possibile oggi in Ungheria. Chiaramente, però, non si tratta solo di qualità dell’offerta politica e di capacità nel comunicarla.

L’avanzata di Magyar e del suo partito ha beneficiato di una situazione generale che è invece andata a danneggiare il governo in carica. Salari reali fermi e crisi dei prezzi nel settore immobiliare sono fra le principali difficoltà in campo economico, che hanno invertito negli ultimi anni la tendenza alla crescita del periodo precedente; la mancanza di unità nelle forze d’opposizione ha creato spazio politico affinché potesse emergere una nuova figura abile nel catalizzare l’attenzione in maniera trasversale (e anche lo sconfitto della tornata del 2022, Péter Márki-Zay, ha di recente lodato le scelte strategiche di Magyar); infine, le scelte sempre più di “scapicollato equilibrismo” del governo Orbán – soprattutto nella stolida conflittualità nei confronti di Bruxelles e nell’altrettanto stolida perseveranza nel coltivare rapporti politici e commerciali con la Russia (che può garantire forse gas e petrolio a prezzi competitivi, ma al costo di un ulteriore isolamento da parte degli alleati più prossimi in sede europea) – non sembrano necessariamente essere viste come un comportamento oculato dalla maggioranza della popolazione.

Tanto più che la decantata “apertura verso est” (dottrina messa in campo da Fidesz negli anni Dieci appunto per stringere rapporti sempre più profondi con Mosca oppure con Pechino, e altri paesi asiatici) pare generare diverse frizioni a livello locale: da Göd a Bátonyterenye o Szigetszentmiklós, fino a Debrecen, in molte città del paese magiaro Cina e Corea del Sud stanno aprendo e ampliando numerose fabbriche legate soprattutto alla lavorazione di batterie elettriche (un’area in cui l’Ungheria si è posta come uno dei principali centri di produzioni a livello europeo, e mondiale, anche per via degli stretti legami col settore automobilistico tedesco), le quali stanno incontrando variegate e importanti resistenze di natura civica (talvolta anche con sfumature politiche di destra estrema). Ecco allora che Péter Magyar e Tisza si inseriscono in una fase di relativa crisi del sistema di governo e di consenso costruito da Orbán nel corso degli anni e lo fanno appunto portando avanti un programma che si concentra soprattutto sulle necessità materiali ed economiche della popolazione.

La volontà di ripristinare lo stato di diritto e di riallacciare i rapporti con l’Unione Europea in un senso non problematico possiedono dunque un sottotesto principalmente pragmatico: recuperare efficienza istituzionale e capacità di spesa, sbloccare i fondi congelati da Bruxelles e ricostituire una “normalità” che possa essere innanzitutto fonte di orgoglio comunitario e segno di fiducia nei confronti del futuro. Da questo punto di vista, come si accennava in precedenza, non tutti gli impliciti e gli espliciti valoriali messi in campo da Fidesz durante i suoi 16 anni di governo vengono accantonati o negati: il senso di appartenenza nazionale, anzi, viene piuttosto riaffermato e declinato in maniera differente ma non abbandonato (così come l’ostilità verso i migranti non viene messa in discussione); il conservatorismo sociale, che con Orbán si esprime nell’insistenza sulla “famiglia tradizionale” e nelle tirate retoriche contro la cosiddetta “ideologia woke”, non viene preso come obiettivo polemico ma nemmeno elevato a “bussola” del discorso politico e del dialogo con altri soggetti della scena internazionale (come, invece, fa il primo ministro in carica attraverso la collaborazione con l’amministrazione statunitense di Donald Trump e più in generale con le destre europee e mondiali).

Per Magyar si tratta dunque di mantenere e non intaccare alcune strutture e alcuni codici identitari, virando però il più possibile il sentimento popolare verso il desiderio di voltare pagina; di fatto anche smarcandosi dagli argomenti e dalle questioni più “fondazionali” che invece informano il discorso di Fidesz, lasciando che una certa idea organica e sostanziale dell’essere ungheresi sia un presupposto del fare politica, più che uno dei suoi obiettivi precipui. Sotto molti aspetti Viktor Orbán rappresenta un’anomalia nel panorama internazionale, e in particolar modo europeo (per quanto appunto su scala mondiale possa essere giustamente visto come pioniere e interprete per eccellenza di quel modello di democrazia illiberale che viene anelato e praticato da molti, da Trump negli Stati Uniti a Erdoğan in Turchia).

Tuttavia, la sua evoluzione politica non può neanche facilmente essere distaccata dalle specificità del contesto ungherese in cui, in un certo e peculiare senso, il leader di Fidesz rappresenta una figura di compromesso: una figura cioè che è stata capace di reinterpretare il posizionamento del paese come “ponte” fra est e ovest – come d’altra parte fu anche in epoca socialista durante l’età kadariana – e che, soprattutto, ha saputo cogliere e cavalcare la “crisi del modello mimetico” – che ha attraversato più o meno tutta l’area ex-sovietica ed ex-patto di Varsavia dagli anni Novanta agli anni Dieci nel tentativo delle diverse neonate repubbliche di “agganciarsi” allo sviluppo occidentale imitandone l’ordinamento sociale e istituzionale – come occasione per presentarsi, nelle parole dello studioso Stefano Bottoni, come «leader informale di un’Europa alternativa: quella post-liberale» (L’Ungheria dagli Asburgo a Viktor Orbán, Scholé, 2024). Il tutto dentro una cornice di sovranismo vagheggiato e rivendicato a livello retorico, ma legato a doppio filo con le dinamiche della globalizzazione (che anzi, come ricordato sopra, all’interno del paese risultano pure acuite in alcuni contesti).

Va da sé che si tratti di un equilibrio che affonda in una continuità storica della nazione magiara ma al tempo stesso potenzialmente instabile. E che, come altre fasi simili, potrebbe veder arrivare la propria fine da un rivolgimento che proviene dall’interno piuttosto che dallo scontro frontale con un’opposizione radicalmente alternativa.

CREDITI FOTO: Viktor Orbán met his supporters in the historic city of Esztergom during a political rally on 25 March 2026. © Daniel Alfoldi/ZUMA Wire L'articolo Ungheria, il giorno della svolta? proviene da MicroMega.

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