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Cultura

Identità: un laboratorio integrato

Martedì 6 gennaio 2026 ore 11:02 Fonte: La ricerca
Identità: un laboratorio integrato
La ricerca

Fig. 1 – I materiali di lavoro. Foto dell’autrice.

Di seguito, una proposta didattica interdisciplinare e orientativa che applica il paradigma dell’antropologia del mondo antico – ispirato al recente volume “L’antropologia del mondo antico” (il Mulino, Bologna 2025) – alla pratica scolastica. L’obiettivo è superare una certa “stanchezza ermeneutica” nell’approccio ai testi classici, adottando quella che Maurizio Bettini definisce una metodica dello sguardo: una prospettiva aperta che permette di interrogare l’antico in modo reagente rispetto alla contemporaneità.

Il laboratorio si articola in due momenti chiave: 1.

Analisi epigrafica: lo studio dell’iscrizione di Cornelio Scipione Ispano permette agli studenti di visualizzare l’identità come un continuum all’interno del genus, dove il singolo si definisce in quanto anello di una catena di virtutes e onori ereditati e accresciuti. 2.

Rilettura del mito: l’analisi dei versi del II libro dell’Eneide (la fuga di Enea con Anchise e Iulo) e il confronto con le testimonianze iconografiche (dalla ceramica arcaica alla scultura contemporanea) offrono una traduzione plastica di questa identità relazionale e della pietas come connessione generazionale. Progettare un laboratorio con uno sguardo diverso Edito dal Mulino nella collana Le vie della civiltà, L’antropologia del mondo antico[1] è un lavoro corale della scuola di antropologia del mondo antico di Siena che fa capo al Centro AMA[2].

Il volume costituisce sicuramente un momento di sintesi, ma anche una sfida per il futuro degli studi antropologici; esso raccoglie, infatti, 37 contributi che raccontano un certo modo di guardare l’antichità, peculiare del gruppo di studiosi che lavorano e collaborano con il Centro. La prima parte, Temi e prospettive, esplora la funzione dell’antropologia e i suoi territori; la sezione centrale, Storiografia, non si presenta come una storia degli studi, ma come il tentativo di dar conto della nascita della disciplina che ben lontana dalla passione antiquaria affonda la sua ragion d’essere nella necessità di capire il mondo attraverso un paradigma ermeneutico reagente rispetto alla contemporaneità; la terza parte, infine, Case studies, attraverso miti, racconti, fenomeni culturali, mette a confronto gli esiti degli studi antichistici sui diversi temi affrontati con le prospettive antropologiche.

L’antropologia del mondo antico è però soprattutto uno strumento prezioso. Tratti pertinenti che caratterizzano l’antropologia del mondo antico non sono soltanto i temi (rapporti di parentela, folclore, mito ecc.), ma il modo di guardare all’antico.

Maurizio Bettini, nel contributo di apertura del volume, parla di una vera e propria metodica dello sguardo, uno sguardo diffratto, che mette in luce e in relazione elementi che in una prospettiva diversa, ad esempio filologica, non potrebbero emergere, uno sguardo che deve essere «il più possibile aperto» e «libero da cammini già tracciati» [3]. I contributi del volume allora possono costituire delle piste per progettare percorsi sfidanti per i nostri ragazzi in termini di competenze disciplinari, competenze trasversali orientative e di cittadinanza all’interno di un curricolo integrato[4].

Come possiamo dunque adottare uno sguardo diverso nel lavoro in classe? O meglio, come una prospettiva antropologica può aiutarci a penetrare più in profondità i testi che affrontiamo anno dopo anno, e sui quali si è depositata per così dire una certa patina di stanchezza ermeneutica?

Come affrontare temi centrali nel dibattito pubblico e cruciali come l’identità[5] per i nostri ragazzi e le nostre ragazze, in bilico in un difficile equilibrio tra generalizzazione e particolarità, all’interno di una società che si muove in opposte direzioni (separazione e assimilazione, globalizzazione e localizzazione, egocentrismo e altruismo, individuo e comunità) e in cui i social media sembrano imporsi come un nuovo habitat naturale del pensiero[6]? L’identità prima della identitas: piccolo laboratorio di epigrafia È interessante come un concetto che oggi consideriamo pilastro dell’auto-percezione, come l’identità, sia in realtà un innesto linguistico tardivo nel mondo romano.

Nell’immaginario comune, l’identità appare come un concetto senza tempo. Tuttavia, l’antropologia del mondo antico ci rivela una realtà ben diversa: i Romani della Respublica o della prima età imperiale non possedevano un termine equivalente al nostro “identità”.

Sebbene la radice della parola risieda nell’anaforico latino idem, il sostantivo astratto identitas non appartiene alla lingua di Cicerone o di Virgilio. La sua genesi è frutto di una necessità filosofica e teologica molto specifica; il termine nasce, infatti, come calco del greco tautótes e fa il suo ingresso ufficiale solo nel IV secolo, forgiata nel contesto delle dispute cristologiche[7].

Serviva uno strumento linguistico preciso per definire la natura di Cristo e il suo rapporto di identità con il Padre. Ciò non significa che i Romani non avessero percezione di sé, ma che la loro identità non era definita da un sostantivo astratto e statico.

Allora per iniziare la nostra riflessione seguiamo il contributo di Mario Lentano contenuto nel volume L’antropologia del mondo antico[8] e proponiamo ai ragazzi una piccola attività a partire dall’iscrizione dedicata a Cornelio Scipione Ispano e conservata nel mausoleo degli Scipioni sulla via Appia[9] (CIL I2 15 = ILS 6 = ILLRP 316)[10]. Dopo una breve introduzione sui repertori epigrafici e sulla tipologia dell’iscrizione[11], dapprima ne verrà proposta l’immagine accompagnata dalla trascrizione (fig.

1). Con la guida dell’insegnante i ragazzi saranno chiamati alla lettura e, dopo aver sciolto le abbreviazioni epigrafiche e individuato le forme arcaiche della lingua, alla traduzione del testo che qui si fornisce nella versione dello stesso Mario Lentano.

Ho accresciuto le azioni valorose della famiglia con i miei costumi,      ho generato una discendenza, ho puntato a emulare le gesta di mio padre. Ho conservato la lode dei miei antenati, al punto che essi si rallegrano      che io sia nato da loro; l’onore ha nobilitato la stirpe.

Quindi si procederà all’analisi dei dati forniti dall’iscrizione senza tralasciare riferimenti alle conoscenze pregresse degli studenti (come, ad esempio, la struttura del cursus honorum sollecitata dalla prima parte dell’iscrizione in cui viene ripercorsa la carriera politica di Scipione Ispano). La mappatura lessicale del testo pone in rilievo termini della dimensione genealogica come maiores, genus, stirps, che inquadrano la parabola di Ispano in una catena generazionale che si articola, come rileva Mario Lentano, secondo quattro piani temporali:

In altri termini quello che si può rilevare anche visivamente attraverso un diagramma di relazione è che la definizione dell’identità dipende dalla collocazione all’interno del genus; Scipione Ispano è inserito «al crocevia di una serie di relazioni che finiscono per diluirne la vicenda personale facendone un semplice capitolo nella storia di un intero gruppo gentilizio»[12].

In prima persona l’autore rivendica questo continuum sottolineando di aver accresciuto un patrimonio ereditario (accumulavi), materiale e immateriale (virtutes, facta, laus, honor). Anchise, Enea, Iulo Alla luce di quanto osservato consideriamo ora alcuni versi virgiliani molto frequentati nelle aule scolastiche:

Haec fatus, latos umeros subiectaque colla veste super fulvique insternor pelle leonis, succedoque oneri; dextrae se parvus Iulus implicuit sequiturque patrem non passibus aequis[13]; Questi versi appartengono al secondo libro dell’Eneide; la scena si era aperta in un silenzio carico di tensione (conticuere omnes) mentre Enea, su invito della regina Didone, iniziava il doloroso racconto della fine di Troia diventando come Odisseo alla corte dei Feaci narratore di sé stesso e degli ultimi momenti della città in un lungo flashback.

Fig. 2 – Sandro Chia, Enea (2005) (File Immagine Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license) La narrazione parte dall’inganno del cavallo di legno, lasciato dai Greci sulla spiaggia come finta offerta votiva. Nonostante i sospetti del sacerdote Laocoonte, i Troiani vengono raggirati dalle menzogne di Sinone, un infiltrato greco, e dai prodigi divini che sembrano confermare la sacralità del simulacro.

La tragedia si compie quando il cavallo viene introdotto tra le mura: durante la notte, i guerrieri nascosti nel ventre del legno escono allo scoperto, mentre la flotta greca torna segretamente a riva per dare inizio al saccheggio finale. Mentre la città brucia, Enea riceve in sogno l’ombra di Ettore, che gli affida i Penati e gli ordina di fuggire per fondare una nuova patria.

Tuttavia, spinto dall’ardore guerriero, l’eroe si lancia inizialmente in una difesa disperata, assistendo all’orrore dell’uccisione del vecchio re Priamo per mano di Pirro, figlio di Achille. È solo l’intervento della madre Venere a ricondurre Enea alla realtà, mostrandogli come la caduta della città sia voluta dagli dèi stessi e quindi inevitabile.

Il racconto si conclude con la fuga di Enea: egli si carica sulle spalle l’anziano padre Anchise e tiene per mano il figlio Ascanio. Nel tumulto della fuga, la moglie Creusa scompare e muore tra le fiamme; il suo fantasma appare però al marito per consolarlo, vaticinando una nuova sposa regale e un futuro glorioso in terra d’Esperia.

Con il cuore colmo di dolore ma consapevole della propria missione, Enea guida i superstiti verso il monte Ida mentre l’alba sorge sulle rovine fumanti di Troia. La figura di Enea che abbiamo di fronte in questi versi non nasce con l’opera virgiliana, ma vanta una presenza iconografica radicata già nella ceramica greca di epoca arcaica.

Questa fortuna è un filo rosso che attraversa i secoli, giungendo fino alla contemporaneità con reinterpretazioni moderne, come la scultura bronzea di Sandro Chia di Palazzo Valentini (fig. 2).

Analizzare i reperti materiali e le opere d’arte è fondamentale per comprendere che l’Eneide non costituisce l’origine assoluta del mito, bensì il punto di cristallizzazione di una tradizione molto più antica e stratificata. Emerge chiaramente come il racconto di Virgilio sia una variante, seppure la più celebre, di una narrazione complessa che aveva già vissuto secoli[14].

Il repertorio Mythologiae dell’Università di Bologna ne documenta la persistenza, offrendo un catalogo prezioso che spazia dall’antichità alle riscritture medievali e moderne[15]. Dai vasi attici alle statuette votive, il tema della fuga da Troia è portatore del motivo simbolico della pietas e della continuità generazionale.

Un Romano, davanti a questo paradigma eroico e contemporaneamente filiale, veniva posto di fronte a una rappresentazione plastica dell’idea di identità come continuum in termini non dissimili dall’iscrizione di Scipione Ispano. Essa era un mosaico di elementi relazionali quali i legami di parentela e il ruolo sociale.

Chi sono io in relazione ai miei antenati? Qual è il mio posto nella civitas?

Quale modello eroico seguo, quali exempla? L’identità era principalmente un fatto “tra” persone ed era definita dal grado di auctoritas (autorevolezza) e dignitas (prestigio) riconosciuto dagli altri.

Mentre un uomo antico cercava il proprio posto nel continuum della stirpe, le nostre studentesse e i nostri studenti oggi si interrogano spesso sulla propria traiettoria personale in un mondo frammentato. Cosa sono in grado di fare che mi renda unica, unico?

A quale modello voglio ispirarmi? Qual è il mio valore?

Su quale base posso “misurarlo”? L’immagine che proietto corrisponde a chi sento di essere quando sono sola/o?

Scheda tecnica sintetica Titolo: Identità, un laboratorio integrato Destinatari:

Studenti del secondo biennio e quinto anno (Liceo Classico/Scientifico/Scienze Umane) Discipline: Lingua e letteratura latina, Storia dell’arte, Storia romana, Scienze Umane, Ed.

Civica (Orientamento) Durata stimata: 4 ore (3 moduli) Obiettivi Formativi Competenze Disciplinari: Capacità di analizzare un’iscrizione latina (scioglimento abbreviazioni, analisi morfosintattica del latino arcaico) e un testo poetico in prospettiva antropologica; capacità di riflettere in dimensione metacognitiva sulle attività svolte.

Competenze Trasversali: Saper decostruire concetti “naturalizzati” (come l’identità) e comprenderne la storicità.

Competenze EU (2018): competenza personale, sociale e capacità di imparare ad imparare; LifeComp:

Mentalità orientata alla crescita, Pensiero critico, Gestione dei processi di apprendimento. Cittadinanza:

Riflettere sulla costruzione del sé nel passaggio dalla comunità fisica alle agorà digitali. Fasi Operative Modulo 1 (Il “falso amico” linguistico) 30 minuti Lezione partecipata sulla genesi del termine identitas e sul costrutto culturale dell’identità.

Lettura di passi selezionati da F. Remotti, Contro l’identità, Laterza, Bari-Roma 1996. Modulo 2 (Laboratorio Epigrafico) 1 ora 30 minuti Analisi di CIL I² 15.

Costruzione di una mappa concettuale che colleghi i termini maiores, genus, stirps, ecc. Visualizzazione del “crocevia di relazioni” di Scipione Ispano.

Lettura e commento di passi selezionati dal testo di riferimento (L’antropologia del mondo antico) e da M. Lentano, Enea. L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani, Salerno Editrice, Roma 2020.

Modulo 3 (Iconografia e Mito) 1 ora e 30 minuti Prerequisito: lettura di passi selezionati del secondo libro dell’Eneide in traduzione e in lingua. Confronto tra il testo virgiliano (Eneide II 721-724) e il repertorio di immagini (vasi attici, ecc. es. da Mythologiae UniBo https://mythologiae.unibo.it) Dibattito conclusivo guidato 1 ora Compito: report in dimensione metacognitiva dell’attività svolta Valutazione e autovalutazione tramite rubriche di processo e di prodotto   Note [1] Link alla scheda del libro https://mulino.it/isbn/9788815391636. [2] Link al sito http://www3.unisi.it/ricerca/centri/cisaca/index.html. [3] L’antropologia del mondo antico, a cura di M. Bettini, il Mulino, Bologna 2025, pp. 14-15. [4] C. Mariani, Curricolo integrato e nuovi scenari, in «Nuova secondaria», 3/2025, pp. 31-37 e C. Mariani, Il curricolo delle cose rilevanti, in C. Mariani, M. Guidi, La contemporaneità della cultura classica.

Noi e gli antichi, Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca 2025. [5] Sul costrutto culturale si veda F. Remotti, Contro l’identità, Laterza, Bari-Roma 1996. [6] Cfr. C. Geertz, Interpretazioni di culture, il Mulino, Bologna 1987, p. 86;

Geertz affermava che il pensiero umano nella sua componente fondamentale è sociale e pubblico e ha il suo habitat naturale nel cortile di casa, nel mercato, nella piazza principale della città. A questi contesti si sono sostituiti le agorà digitali, ma la forma telematica assunta secondo A. Berretti è “la strada del social network, della rete sociale in cui ognuno si sceglie i propri contatti piuttosto che essere in contatto con tutti.” Si veda Alberto Berretti, Perché i social network hanno tradito i sogni dei pionieri della rete, al link https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/perche-i-social-network-hanno-tradito-i-sogni-dei-pionieri-della-rete/ (13/12/2017, ultima consultazione 30.12.2025).

Per la perdita di valore sociale della comunicazione digitale si veda G. Buoncompagni, Comunicazione digitale: quando le parole perdono valore sociale, al link https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/comunicazione-digitale-quando-le-parole-perdono-valore-sociale/ (16/07/2025, ultima consultazione 30.12.2025). Si veda inoltre Byung-Chul Han, La crisi della narrazione.

Informazione, politica e vita quotidiana, Einaudi, Torino 2024. [7] M. Lentano, Identità, in L’antropologia del mondo antico, cit., pp. 413-429, in particolare p. 413. [8] Ibidem. [9] https://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/roma_antica/monumenti/sepolcro_degli_scipioni. [10] L’attività qui descritta è stata proposta agli alunni di quarta del Liceo Classico “N.

Machiavelli” di Lucca all’interno delle attività legate al percorso Noi e gli antichi al link https://www.noiegliantichi.it. [11] Rimane un supporto imprescindibile il volume di I. Calabi Limentani, Epigrafia latina, Cisalpino, Milano 1991. [12] M. Lentano, Identità, cit., p. 417. [13] Eneide, II, 721-724:

“Detto così, distendo sulle larghe spalle e sul collo reclino una coperta, la pelle d’un fulvo leone, e mi sottopongo al peso; alla destra mi si stringe il piccolo Iulo, e segue il padre con passi ineguali” (trad. Luca Canali). [14] Per approfondire si veda M. Lentano, Enea.

L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani, Salerno Editrice, Roma 2020. [15] Per una rapida panoramica si può fare riferimento al repertorio mythologiae dell’Università di Bologna che offre schede sintetiche di presentazione con fonti classiche, medievali, moderne e riscritture (solo alcuni esempi: https://mythologiae.unibo.it/index.php/2019/05/03/enea-trasporta-anchise-2/; https://mythologiae.unibo.it/index.php/2016/03/16/enea-trasporta-anchise-achille-contro-memnone/; https://mythologiae.unibo.it/index.php/2016/11/09/statuetta-di-enea-anchise-ed-ascanio/; https://mythologiae.unibo.it/index.php/2019/05/24/enea-anchise-e-ascanio-2/; https://mythologiae.unibo.it/index.php/2019/05/15/enea-e-anchise-3/; https://mythologiae.unibo.it/index.php/2019/04/11/enea-che-porta-anchise/). L'articolo Identità: un laboratorio integrato proviene da La ricerca.

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