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Fiat, una storia di lotte, di rabbia e d’amore. L’ultimo operaio” di Niccolò Zancan

Mercoledì 25 marzo 2026 ore 14:44 Fonte: Strisciarossa
Fiat, una storia di lotte, di rabbia e d’amore. L’ultimo operaio” di Niccolò Zancan
Strisciarossa

“Lo senti questo silenzio?”. “Sì, è la fabbrica che sta morendo”.

Fiat Mirafiori, un tempo era il fulcro dell’industria italiana, oggi c’è chi neanche sa cosa produceva. Un tempo aveva un esercito di operai e impiegati, ci si veniva da lontano per lavorare alla grande industria, che ancora non si chiamava all’inglese automotive.

Gli ultimi giorni A raccontare gli ultimi giorni di declino la singolare opera di un giornalista della Stampa, allora azienda editoriale della Fiat, fiore all’occhiello degli Agnelli, anche se tra gli operai veniva chiamata quasi affettuosamente “la busiarda”. Era d’altro canto la voce del padrone.

Oggi è un pezzetto dello spezzatino in vendita nella macelleria di una classe industriale che ha scelto la finanziarizzazione e il profitto delle aree. Mentre chi governa ha perso ogni interesse a una politica industriale e produttiva, meglio i lustrini dei grandi eventi.

Nicolò Zancan firma “L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica”, Einaudi editore.

Canto finale, sì, anche se l’ultimo operaio, quello che ricorda di aver indossato la tuta blu (poi diventata amaranto, poi grigia) insieme ai 60.000 operai senza contare l’indotto non è una voce sola. Salvo, Nina, Enzo Stefano, Beppe, Gigi, Anna raccontano, più che le storie, i loro sentimenti. “noi siamo gli ultimi… uno dopo l’altro, a 65 o 77 anni ce ne stiamo andando via tutti.

E va bene così”. Termini Imerese, l’ultimo giorno di lavoro dello stabilimento Fiat.

Foto di Igor Petyx/ Ipa No, non va bene così. La fabbrica è un luogo di lavoro e di sfruttamento, di sopraffazione e gerarchia, ma anche di indipendenza e riscatto.

E’ un luogo di dolore ma anche di incontro e di socialità. Lo sfruttamento resta Oggi che quel lavoro è stato destrutturato, e le auto si fanno altrove, non è sparito lo sfruttamento, anzi.

Ma la socialità sì, il ritrovarsi tutti insieme, tutti i giorni, a mensa e negli spogliatoi, all’entrata e sugli autobus e sui tram, quella socialità non c’è più. Sono già soli anche gli ultimi operai, oggi ridotti a 4.080.

Fabbrica italiana automobili Torino, Fiat questo vuol dire. Era il complesso industriale più grande d’Europa, tre milioni di metri quadri di estensione, 37 porte di accesso, 10 chilometri di perimetro.

Nel 1972 una Fiat 127 costava 920.000 lire, pari a 7 mesi di salario operaio. Oggi una Fiat 600 costa 17.000 euro, e un operaio deve accantonare 13 mensilità per comprarla.

“Costa tutto il doppio, è così che la vita si è dimezzata”. Il declino programmato della fabbrica E sono evaporati anche gli operai, tra esuberi, cassa integrazione, esodi incentivati, licenziamenti secchi.

Eppure alla Fiat c’era una classe operaia vitale e coraggiosa. Nel marzo del ’73 cominciarono i sei giorni di occupazione per il nuovo contratto.

Sei giorni di auto organizzazione senza alcun incidente, che contribuirono alla firma del contratto, quattro settimane di ferie per tutti, 16.000 lire di aumento. E le 150 ore per il diritto allo studio: una conquista immateriale che pure ha consentito di studiare e crescere a moltissimi operai, non solo Fiat, non solo metalmeccanici.

La vendetta l’azienda l’ha consumata fredda. E’ del 1974 la prima Cassa integrazione, poi le delocalizzazioni, e via via le scelte aziendali si fanno diverse.

Lo storico Alessandro Barbero ha detto, nel suo modo diretto e acuto, che “La lotta di classe è finita. C’è stata e l’hanno vinta i padroni”.

Vero, l’hanno vinta i padroni, ma non credo che la lotta di classe sia finita: potrà finire solo, ed è possibile, se l’ondata sovranista espanderà la sua dittatura a tutto il mondo. Per ora restano sacche di resistenza, almeno in occidente.

Resta la memoria di quello che è stato, restano le voci de “L’ultimo operaio”. E restano anche voci più antiche, difficile non ricordare quel 5 marzo del 1943, quando iniziò uno sciopero alla Fiat, e centomila lavoratori del nord Italia incrociarono le braccia contro il fascismo e il nazismo, per “il pane, la pace, la libertà”, come scriveva l’Unità clandestina.

Marzo 2010, Manifestazione degli operai dell’Alfa Romeo di arese davanti al lingotto dove si svolge l’assemblea degli azionisti FIAT. Fotopress/Ipa Racconta Anna, senza malinconia: al lavoro “io mi sentivo realizzata….

Ho sempre vissuto pensando che le cose si potessero cambiare. Questa era la mia idea del mondo: se mi ribello cambio le cose.

Non dico di aver sempre avuto ragione. Ma preferisco comunque questa mia idea a quell’altra, e cioè che è inutile arrabbiarsi perché tanto non cambia mai niente”.

Resta la speranza di un mondo migliore Errori certo ci sono stati, ma quella che è cambiata è un’epoca, le lotte operaie e la speranza di costruire un mondo migliore. Anche perché quella speranza resista bisogna ricordare e studiare e sapere che è possibile che la pace invada l’orizzonte, che le guerre e la disumanizzazione che creano possano finire e, queste sì, essere dimenticate davvero.

Una fiaccola per quanto flebile, in questo mondo di potenti cattivi e pieni di odio. Confessa Nicolò Zancan di aver cominciato questo libro senza sapere cosa avrebbe trovato.

“Ho immaginato una storia pena di rabbia e di clangori metallici. Mi sbagliavo in pieno: era una storia d’amore e di fantasmi”. Amore e rabbia, certo. Testimonianza e storia:

“Noi siamo gli ultimi che hanno visto l’avvocato Agnelli arrivare alla guida di una Fiat Croma color oro. Gli ultimi operai che avevano la tuta blu… Operai uniti nel sindacato.

Dove il vecchio insegna al giovane. E ognuno sa fare il suo, e il suo serve anche agli altri”.

Un noi che ha valore, che è una storia di lotta e d’amore. Di lotta e d’amore.

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