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Politica

Iran: la repressione nascosta dalla guerra

Martedì 7 aprile 2026 ore 07:55 Fonte: MicroMega

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In Iran, la guerra ha creato un clima di silenzio che nasconde una repressione sistematica, caratterizzata da carceri sovraffollate ed esecuzioni segrete, che colpiscono in particolare una generazione di dissidenti.
Iran: la repressione nascosta dalla guerra
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Se si visitano i siti delle organizzazioni dei diritti umani iraniani la prima cosa che si nota sono le decine di fotografie che tappezzano le homepage. Sono volti di giovani uomini e donne vittime di arresti arbitrari, detenuti nel braccio della morte o già giustiziati.

La Repubblica islamica dell’Iran vanta da sempre primati negli arresti e nelle esecuzioni e accelera sul pedale della violazione dei diritti quando può agire indisturbata. Quando l’assenza di internet o una guerra distolgono lo sguardo da quello che avviene in luoghi fragili come le carceri.

Il conflitto in corso, l’operazione “Epic Fury” lanciata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, anziché indebolire la struttura del regime, l’ha radicalizzata. Le organizzazioni umanitarie hanno lanciato l’allarme, hanno chiesto alle Nazioni Unite di intervenire per la situazione di emergenza che si sta espandendo.

Secondo Human rights watch (Hrw) sotto il fumo dei bombardamenti israelo-statunitensi si cela una macchina del sangue, che opera su due livelli: esacerbando le condizioni nelle carceri e giustiziando i dissidenti in segreto. I prigionieri politici, le principali vittime di questo sistema, sono in gran parte i manifestanti delle massicce proteste di dicembre e gennaio.

D’altronde, Ahmadreza Radan, comandante delle forze di polizia della Repubblica islamica, in un’intervista televisiva del 10 marzo, l’aveva esplicitato chiaramente: “d’ora in poi, se qualcuno agisce per volere del nemico, non lo considereremo più come un manifestante. Lo considereremo come il nemico stesso”.

Il massacro per loro non si è concluso, ma continua sotto la funzionale copertura dello stato di guerra. Il sistema carcerario iraniano è noto per le condizioni disumane di detenzione e per la violazione sistemica dei diritti umani.

Secondo la Rule of Law Index 2025 del World Justice Project (WJP), la Repubblica islamica dell’Iran si colloca al 128° posto su 143 Paesi analizzati per rispetto del diritto e delle garanzie fondamentali, incluso il sistema penale e le condizioni di detenzione. Le organizzazioni per i diritti umani segnalano che nei penitenziari la situazione è diventata insostenibile dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio.

In molte carceri è stata interrotta o ridotta la somministrazione di cibo e acqua potabile. Secondo Iran human rights monitor a inizio marzo le carceri erano tre le strutture che avevano razionato i beni alimentari, tra cui il noto carcere di Evin, quello di Vakilabad a Mashaad e la prigione Centrale di Urmia, a cui ora se ne sarebbero aggiunte molte di più.

Fonti di Iran human rights all’interno della prigione di Ghezelhesar, a Karaj, vicino Teheran, testimoniano una protesta collettiva dei prigionieri, culminata in uno sciopero della fame. A mancare nelle carceri sono anche i medicinali e i medici: nel reparto 7 di Evin, dove sono detenuti i prigionieri di coscienza (politici, attivisti, dissidenti) da inizio marzo vengono negati i servizi sanitari essenziali.

È una circostanza che si ripete identica in altre carceri. È il caso di Narges Mohammadi, Premio Nobel per la pace 2023 e attivista per i diritti umani.

Mohammadi si trova nella prigione di Zanjan, dove il 24 marzo è stata trovata dalla sua compagna di cella priva di sensi a causa di un attacco cardiaco. Dopo essere stata portata nell’infermeria del carcere, le è stato negato qualsiasi accesso a trattamenti medici, necessari soprattutto per le sue condizioni di salute, critiche da anni.

Le cure mediche e il cibo mancano per tutti, ma diventano insostenibili in casi di fragilità. Le carceri in questo momento sono sovraffollate e stracolme di detenuti con ferite da arma da fuoco, colpiti dai guardiani della rivoluzione islamica (Irgc), i pasdaran, durante le proteste.

Il Kurdistan human rights network riporta delle testimonianze ancora più drammatiche: l’Irgc avrebbe sparato agli arti di alcuni civili, arrestati per aver condiviso online foto e video dei bombardamenti. Una legge aggiornata all’indomani dello scoppio del conflitto prevede che la condivisione di immagini sia ascrivibile a reato di cooperazione con il nemico e quindi punibile con la pena di morte.

Le categorie utilizzate dalla magistratura della Repubblica islamica sono sempre molto elastiche, l’obiettivo è quello di rendere ambiguo il reato in modo da poter includere tutti: attivisti, giornalisti, civili che documentano la repressione e pretendono di avere voce. Come detenuto di coscienza si può intendere un attivista, un manifestante, ma anche un avvocato che esercita la sua professione.

Il 3 aprile è stata arrestata l’avvocata Nasrin Satoudeh, volto noto delle lotte per i diritti umani, presente anche nel film Taxi Teheran del regista più volte arrestato Jafar Panahi. La famiglia di Satoudeh è stata tenuta all’oscuro di tutto, soprattutto del luogo di trasferimento dell’avvocata, come sta accadendo a molte altre famiglie di prigionieri politici.

Secondo Amnesty International dal carcere di Evin i detenuti della sezione 209 sono stati forzatamente spostati in luoghi ignoti, e così è successo per molte altre prigioni in tutto l’Iran. Anche Hrw riferisce che le forze di intelligence starebbero segretamente portando avanti dei trasferimenti dalle carceri in luoghi non ufficiali, come le basi dei pasdaran, che sono degli obiettivi militari e che quindi non garantiscono la sicurezza dei detenuti.

Questo nonostante una risoluzione del 1986 della Corte Suprema della Magistratura iraniana consenta il rilascio dei detenuti in situazioni di guerra e nonostante secondo il diritto internazionale le carceri siano considerate strutture civili. Colpirle viene considerato un crimine di guerra.

Durante il conflitto dei 12 giorni, il 23 giugno 2025, Israele ha colpito la prigione di Evin causando dozzine di morti tra detenuti e personale penitenziario. L’attivista Reza Khandan ha scritto una lettera pubblica il 3 marzo ricordando le cause di quell’attacco e chiedendo di far ricongiungere i detenuti con i propri cari, prevedendo che casi del genere si sarebbero ripetuti.

Al momento non sono stati colpiti direttamente gli edifici penitenziari, ma i bombardamenti in zone limitrofe hanno delle ripercussioni pesanti anche sulle carceri. Nella prigione di Fashafuye a Teheran le finestre sono state distrutte e l’intonaco è caduto come pioggia dai soffitti.

L’Iran è secondo solo alla Cina per numero di persone condannate alla pena capitale. Il 2025 è stato l’anno con più esecuzioni dagli anni ’80.

Secondo il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran ne sono state eseguite 1,639, a confronto delle 974 del 2024. Secondo Human Rights Watch e altre organizzazioni i numeri sarebbero più alti e sfiorerebbero le duemila esecuzioni.

Anche in questo primo quarto dell’anno i numeri delle esecuzioni oscillano. Secondo l’Iran human rights oltre alle 145 dichiarate dall’agenzia della magistratura Mizan News Agency ce ne sarebbero più di 400 non dichiarate.

La cifra rimane incerta anche a causa dello shutdown della rete, il più lungo nella storia dell’Iran, che tiene la popolazione in una situazione di isolamento da più di un mese. Il rischio, secondo le organizzazioni internazionali, è che il 2026 diventi un nuovo 1988, l’anno sanguinoso in cui vennero giustiziate tra le 2800 e le 5000 persone.

Il dato è incerto, c’è uno scarto di più di duemila persone, ciò che è evidente, però, è che anche in quel caso l’Iran era in guerra. Amnesty International esprime la sua preoccupazione soprattutto per i giovani manifestanti arrestati.

Amirhossein Hamet, 19 anni, è stato giustiziato il 2 aprile. Molti altri, maggiorenni e minorenni, sono stati spostati in isolamento, che precede l’impiccagione.

È una generazione intera spazzata via da arresti ed esecuzioni arbitrarie. Le modalità che le autorità utilizzano con i detenuti di coscienza si ripetono in un raccapricciante schema fisso: tortura, minacce di ritorsioni nei confronti di parenti e amici, interrogatori senza sosta, impossibilità di chiedere assistenza legale, estorsione delle confessioni, processi sommari e rapidissimi.

È una dinamica standardizzata, come dimostrano le numerose testimonianze di chi è riuscito a non finire alla forca. Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente, ha riferito che a fine marzo sono state giustiziate altre quattro persone in segreto:

Babak Alipour, Pouya Ghobadi, Akbar Daneshvarkar e Mohammad Taghavi Sangdehi. Si trovavano nella prigione di Ghezel Hesar, arrestati a seguito delle proteste di dicembre, e dopo essere stati trasferiti in un luogo sconosciuto sono stati condannati senza avvisare i famigliari e senza comunicarlo ufficialmente.

I giovani manifestanti vengono condannati con processi farsa grazie a confessioni estorte tramite tortura, sentenze già scritte e accuse flessibili: moharebeh (nemico di dio), baghi (ribellione armata contro lo Stato) e minaccia alla “sicurezza psicologica e fisica” della Repubblica islamica. Il Capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei ha assicurato che “non ci sarà alcuna clemenza per chi turba la quiete pubblica”.

Di nuovo, una definizione vaga. Non c’è spazio per il dissenso nella Repubblica islamica e la guerra in corso permette alla magistratura di agire indisturbata, nonostante gli appelli delle stesse Nazioni Unite.

Nel testo “Più ci rinchiudono, più diventiamo forti”, Narges Mohammadi raccoglie interviste a prigioniere politiche che raccontano le violenze subite. Tra queste, la peggiore è chiamata tortura bianca.

È una pratica che consiste nel privare un detenuto di qualsiasi contatto con la realtà, fino a quando questi non distingue più il giorno dalla notte – una lampadina bianca resta accesa costantemente sopra la sua testa. Nell’introduzione al testo, Shannon Woodcock, storica, la definisce come la privazione totale dei sensi:

“L’obiettivo è spezzare in via permanente il legame tra il corpo e la mente di una persona, allo scopo di costringerla a sconfessare la propria etica e le proprie azioni”. La Repubblica islamica ha sempre commesso atrocità di questo tipo.

Con la guerra in corso, però, le condizioni tragiche dei detenuti sono sempre più nascoste al mondo esterno. CREDITI FOTO:

Manifestazione contro il regime iraniano davanti al Bundestag tedesco, 16 gennaio 2026, Berlino. I manifestanti chiedono la liberazione di tutti i prigionieri politici in Iran e la fine della dittatura.

Bernd von Jutrczenka/ANSA L'articolo Iran: la repressione nascosta dalla guerra proviene da MicroMega.

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