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Il ritorno della Russia alla Biennale di Venezia e l’ennesima figuraccia internazionale dell’Italia

Venerdì 13 marzo 2026 ore 13:05 Fonte: Valigia Blu
Il ritorno della Russia alla Biennale di Venezia e l’ennesima figuraccia internazionale dell’Italia
Valigia Blu

 La riapertura del padiglione russo alla Biennale di Venezia, per la prima volta dall’invasione su larga scala dell’Ucraina, è diventata in pochi giorni un caso politico internazionale. L’annuncio è stato dato dalla Biennale stessa a inizio mese, e motivato poi in un comunicato:

La Biennale di Venezia esclude qualsiasi forma di chiusura o di censura della cultura e dell’arte. La Biennale, e così la città di Venezia, si confermano luogo di dialogo, apertura e libertà artistica, favorendo la vicinanza fra i popoli e le culture e auspicando sempre la fine dei conflitti e delle sofferenze.

A confermare la decisione è stato Mikhail Shvydkoy, ex ministro della Cultura ed ex presidente dell’Agenzia federale per la cultura e il cinema, oggi inviato del Cremlino per la cooperazione culturale internazionale. Il padiglione ospiterà da maggio un progetto coordinato dalla Gnessin Russian Academy of Music e costruito attorno a 38 artisti.

Shvydkoy sostiene la posizione secondo cui la Russia “non è mai andata via”. Di fatto, dal 2022 la Russia non partecipava alla Biennale con un proprio progetto: quell’anno il padiglione restò chiuso dopo il ritiro di artisti e curatori in protesta contro l’invasione su larga scala dell’Ucraina.

Nel 2024 fu affittato alla Bolivia, nel 2025 ospitò un progetto dell’architetto britannico Thomas Heatherwick. La commissaria del padiglione russo è Anastasiia Karneeva, cofondatrice di Smart Art e figlia di Nikolai Volobuev, vicedirettore del conglomerato statale Rostec.

Riecheggiano quindi polemiche già viste all’opera in Italia per l’invito di artisti russi con un ruolo attivo all’interno della macchina propagandistica del Cremlino. Tra questi, il direttore d’orchestra russo Valery Gergiev, inserito l’estate scorsa nel programma della rassegna Un’estate da re.

Invito poi ritirato dopo proteste politiche e diplomatiche in Italia e all’estero. La stessa Biennale, nel 2024, aveva ricevuto critiche per aver ospitato il documentario Russians at war di Anastasia Trofimova.

Una scelta che delineava una scelta di campo su quale prospettiva offrire al pubblico sull’invasione dell’Ucraina, per un’opera che fa dell’ambiguità, della manipolazione emotiva e del relativismo storico la propria cifra stilistica. Stavolta però, data l’ufficialità della presenza garantita a una rappresentanza del paese, ha preso posizione la Commissione Europea, vanificando i giochini sulla “libertà di espressione” condotti a distanza di sicurezza da cimiteri e fosse comuni.

La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen e il commissario alla Cultura Glenn Micallef hanno condannato “la decisione della Fondazione Biennale di consentire alla Russia di riaprire il proprio padiglione nazionale”, minacciando inoltre di togliere i fondi. Si tratta pur sempre di un paese sottoposto a sanzioni.

Come se non bastasse, una lettera firmata da ministri della Cultura e degli Esteri di 22 paesi europei ha definito “inaccettabile” la partecipazione della Federazione Russa nelle attuali circostanze, ricordando i danni inferti alla cultura ucraina e il rischio che il padiglione diventi uno strumento di legittimazione internazionale. Una terza lettera è stata promossa dal padiglione estone alla Biennale in collaborazione con quello lettone, lituano e finlandese.

Lì si ricorda che “a differenza di un’ambasciata”, il padiglione russo non gode di immunità diplomatica”, e che la Biennale, insieme al governo italiano, ha l’autorità per impedire alla Russia di partecipare. Sul piano delle mobilitazioni, invece, Nadya Tolokonnikova delle Pussy Riot ha annunciato un’azione di protesta a Venezia per il prossimo maggio.

Se la situazione dovesse potrarsi fino ad allora, c’è da scommettere che le fila degli aderenti si ingrosseranno. Non si è certo fatta attendere la posizione dell'Ucraina.

“La Biennale di Venezia è una delle piattaforme artistiche più autorevoli al mondo”, ha dichiarato il ministro degli Esteri, Andrii Sybiha, “e non deve diventare un palcoscenico per nascondere i crimini di guerra che la Russia commette quotidianamente contro il popolo ucraino e il nostro patrimonio culturale”. Secondo i dati forniti dal ministero, dall’inizio della guerra la Russia ha ucciso 346 artisti ucraini e 132 persone tra giornalisti e operatori.

A questi numeri si aggiungono i luoghi d’arte distrutti o danneggiati. Alle legittime reazioni e proteste, le autorità italiane hanno risposto come sanno fare in questi casi: coprendosi di ridicolo.

L’immagine di un grande evento internazionale, compromessa da decisioni scellerate, è stata accompagnata dal più classico degli scaricabarile. Nessuno, a Venezia e a Roma, sembra in grado di assumersi fino in fondo la responsabilità della scelta.

La Biennale, attraverso la sua portavoce Cristiana Costanzo, ha dichiarato che sono i paesi a scegliere se esserci o meno. Il ministero della Cultura italiano ha ribadito che la decisione è stata presa “in piena autonomia” dalla Fondazione Biennale, nonostante l’opposizione del governo.

Poi ha chiesto le dimissioni della rappresentante nominata dal ministero nel Consiglio d'amministrazione della Fondazione, Tamara Gregoretti, che però ha rifiutato. Così, la questione si è presto ridotta a una battaglia di ego tra i due protagonisti degli apparati coinvolti.

Da una parte il ministro della Cultura Alessandro Giuli, dall’altra il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. “Due amici fraterni che non si sono neanche nominati nei rispettivi discorsi”, riporta il Corriere.

Due amici storicamente uniti dall’ideologia di estrema destra e dall’ammirazione per uomini forti come Putin. Nel 2018, il futuro Ministro della Cultura definiva l’allora autocrate russo “patriota”: un termine molto caro all’estrema destra  italiana, come a dire  “uno di noi”.

Sempre nel 2018, per Buttafuoco Putin era “l’unico vero statista di destra”, contrapposto a Trump. Che oggi questi due elementi del ceto dirigente dell’estrema destra si trovino quindi su fronti opposti, divisi sulla Russia di Putin, ci ricorda una massima sempre applicabile alla politica italiana: la situazione è grave, ma non seria.

Formalmente il rimpallo è servito a nascondere la testa sotto la sabbia, a prendere tempo intanto che si capiva dove soffia il vento. Politicamente, si trasmette l’idea di una classe dirigente che pretende i vantaggi simbolici del prestigio internazionale senza saperne sostenere gli oneri, e quindi senza essere all’altezza della situazione.

Se il padiglione russo è davvero, come sostiene la Biennale, una questione che dipende dagli Stati, allora la Fondazione non può rifugiarsi in un linguaggio neutrale mentre offre cornice, legittimazione e visibilità; le parole usate nel comunicato sono state una performance per coprire la propria impotenza e inutilità. Se invece il governo ritiene la presenza russa incompatibile con la linea europea, allora non basta alzare le mani e dire che la scelta è “autonoma”.

Difatti si è poi arrivati all’atto successivo della farsa. L’annuncio di uno spazio per i “dissidenti” di cinque paesi:

Usa, Israele, Cina, Russia e “perfino UE”. L’antica lotta tra l’arte e il potere ridotta a una questione di par condicio, di foglie di fico da esibire.

La logica, se così si può dire, è semplice: relativizzare per neutralizzare. Nell’elaborare il lutto per la morte della responsabilità politica, siamo alla fase di contrattazione: mettiamo un po’ di dissidenti, e facciamo finta che nell’essere artisti “contro” tutto il mondo sia paese.

Un padiglione per uno non fa male a nessuno, purché non si parli davvero di Ucraina. Ecco perché i discorsi sulla “neutralità” dell’arte mostrano tutta la propria piccineria.

La neutralità evocata in questi casi è quella di Ponzio Pilato. È la scelta di non distinguere tra chi usa la cultura per aprire spazi di libertà, come squarcio di un orizzonte chiuso che usa immaginazione e tecnica per esondare, e chi la usa come prolungamento della diplomazia di guerra.

È come se a una mostra si invitassero nello stesso spazio una persona accusata di stupro e le persone che l’hanno accusata, non solo senza essersi posti problemi di consenso per queste ultime, ma pretendendo da loro di essere tolleranti in nome dell’arte. È l’opposto della neutralità: è complicità.

La questione, del resto, non è mai stata “Russia sì o no”, come per un referendum identitario. Nel 2022 furono proprio l’artista Kirill Savchenkov, Alexandra Sukhareva e il curatore Raimundas Malašauskas a ritirarsi dal padiglione russo e a dimettersi, scrivendo che “non c’è posto per l’arte” mentre i civili muoiono sotto i missili, gli ucraini si nascondono nei rifugi e i manifestanti russi vengono messi a tacere.

Là dove c’è ancora possibilità di scegliere, la scelta è un atto politico poiché investe una comunità più ampia dei cerimoniali del potere. A questi artisti si chiede oggi di tornare a Venezia e curare uno spazio davanti a chi, una volta finita la Biennale, potrebbe arrestarli.

Oppure perseguitare i parenti mentre è ancora in svolgimento. Il nodo è più ampio della Biennale e del rapporto tra Italia e Russia, o tra Italia e Unione Europea.

Riguarda chiunque gestisca festival, spazi culturali, rassegne, premi internazionali in un’epoca in cui il diritto internazionale arretra e gli Stati autoritari trattano cultura, sport e spettacolo come strumenti di legittimazione. Lo si è visto per esempio alla Berlinale, dove all’inizio del festival Wim Wenders ha detto che il cinema dovrebbe stare fuori dalla politica, salvo poi presiedere una manifestazione in cui il conflitto su Gaza, le accuse di censura e i discorsi dal palco hanno mostrato esattamente il contrario.

L’arte non può essere tenuta fuori dalla politica con una formula rituale, soprattutto quando le istituzioni decidono quali conflitti sono dicibili e quali devono essere neutralizzati. La neutralità ipocrita e vigliacca del Comitato Olimpico Internazionale Lo stesso vale per lo sport.

A febbraio il governo italiano ha contestato la decisione del Comitato paralimpico internazionale di consentire agli atleti di Russia e Bielorussia di gareggiare ai Giochi invernali di Milano-Cortina sotto bandiera e inno nazionali. A marzo, quelle bandiere sono tornate sul podio.

Quando si parla di “dialogo” cancellando asimmetrie, responsabilità e propaganda, il risultato è la riduzione di eventi e manifestazioni a vetrine. E nelle vetrine, per definizione, ci stanno i manichini: oggetti cui è richiesto di stare muti, indossare capi firmati e lasciarsi guardare. (Immagine anteprima via YouTube)  

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