Politica
“Il nostro Pd è un partito vincente”
Stretta collaboratrice di Elly Schlein, Marta Bonafoni coordina la segreteria nazionale del Partito democratico dall’aprile del 2023, con una delega specifica al terzo settore e all’associazionismo. Esperta di comunicazione, è una giornalista con importanti esperienze amministrative alle spalle.
Le abbiamo chiesto di parlarci dello stato di salute del partito e della posizione sui temi politici centrali, anche alla luce del dibattito interno con l’ala “riformista”: referendum sulla giustizia, politica internazionale, guerra in Ucraina e riarmo dell’Europa, soluzione della questione palestinese, rilancio del welfare dopo i tagli della manovra di bilancio del governo Meloni, tasse patrimoniali sui super-ricchi, ma solo a livello europeo. Bonafoni, cominciamo dallo stato di salute del partito.
Il Pd deve affrontare sfide complicate in una situazione politica confusa e densa di incognite e di tensioni sia sul piano interno, sia su quello internazionale. Avete vissuto varie crisi di identità e non si è mai placata la battaglia interna.
Quale bilancio si può fare della segreteria di Elly Schlein? Siamo al lavoro con tutto il partito e ininterrottamente dal primo giorno della segreteria Schlein.
Il bilancio, a quasi tre anni da quelle primarie, è sotto gli occhi di tutti: il Partito democratico, dopo le disastrose elezioni politiche del 2022, era dato al 14% nei sondaggi, oggi siamo circa dieci punti sopra. Abbiamo vinto importanti elezioni amministrative e nelle regioni che sono andate al voto, dal 2023 a oggi, solo due hanno cambiato maggioranze di governo – la Sardegna e l’Umbria – ed entrambe sono passate dal centrodestra al centrosinistra, grazie alla costruzione testarda di una coalizione larga, che si è mossa su programmi solidi e su candidati credibili.
Le elezioni europee dell’anno scorso ci hanno raccontato di un partito plurale e in salute, capace di recuperare voti anche dall’astensione e di intercettare – primo partito in Italia – il voto dei giovani. Abbiamo restituito un’identità chiara al Pd, parlando di sanità pubblica e welfare, di salario minimo e stipendi dignitosi, di sviluppo e transizione ecologica, di diritti e di pace, ricucendo un rapporto con una vasta area della società italiana che, negli anni, aveva voltato le spalle al centrosinistra.
Detto ciò, questi risultati non possono e non devono bastarci: siamo al lavoro per far sì che il 2026 sia l’anno della raccolta delle forze vive del e nel Paese; il nostro assillo è quel numero dolorosamente grande di persone che hanno smesso di votare e alimentano l’astensionismo. È a loro che dobbiamo guardare ed è con loro che dobbiamo tornare a parlare.
La segretaria Schlein, per un lungo periodo, è stata rappresentata come un elemento di novità, capace di rilanciare una nuova adesione alla politica e rivitalizzare gli elettori di sinistra disillusi. Ma spesso è stata anche descritta quasi come un’estranea, a partire dalle modalità con cui è stata scelta (le primarie aperte).
Nei mesi scorsi, i “riformisti” interni al partito sono tornati alla carica contro quelli che chiamano gli eccessi di radicalismo della segretaria nazionale. Elly Schlein ha subìto anche qualche critica dai grandi vecchi, a partire da Romano Prodi.
Come si sta sviluppando questa dialettica? La segreteria di Elly Schlein è già oggi una delle più longeve della storia del Pd; con l’assemblea nazionale del 14 dicembre scorso la maggioranza che la sostiene si è ulteriormente allargata, rispondendo anche con i numeri a una richiesta di “unità” che viene fortissima dalla nostra base.
Ci sono aspetti davvero poco raccontati del lavoro di questi anni che danno la misura dello stato del partito molto più delle polemiche, spesso cercate e gonfiate da alcuni giornali: abbiamo esteso il radicamento della Conferenza delle democratiche, migliaia di donne – iscritte ma anche non iscritte al Pd – che sono al lavoro nei luoghi della politica, della società e della cura per riallacciare una relazione con i bisogni e i desideri delle donne italiane. Dopo cinque anni di stallo, i Giovani democratici, gli under 30 del partito, hanno di nuovo una guida – una giovane segretaria –, e possono immergersi nell’energia delle piazze e delle mobilitazioni dei loro coetanei, vera speranza di questi ultimi mesi, nonostante la repressione e gli insulti a cui li sottopone il governo delle destre.
A Bologna, nelle scorse settimane, abbiamo promosso il primo incontro nazionale con gli amministratori e le amministratrici del Pd: sindaci, assessori, consiglieri arrivati da tutta Italia per iniziare a scrivere con noi il progetto per l’alternativa, a partire dal loro punto di osservazione e di impegno. Abbiamo infine risanato i conti del partito, i nostri dipendenti sono finalmente usciti dalla cassa integrazione, le risorse del due per mille hanno raggiunto cifre record e, decidendo di trasferirli in larghissima parte alle federazioni territoriali, stiamo permettendo ai circoli di acquistare o riacquistare sedi che erano andate perdute, rilanciando il nostro radicamento.
Ecco, per rispondere con una battuta, siamo “radicalmente” impegnate a far tornare il Pd un partito utile alle persone e alle comunità. Una delle accuse ricorrenti alla segreteria nazionale è quella di condurre la battaglia di opposizione al governo Meloni estremizzando le questioni.
In particolare, viene criticato l’allarme circa una democrazia sotto assedio, che sarebbe messa a rischio dalle “riforme” del governo (magistrati, premierato, ecc.). Come rispondete a questa accusa?
Esiste un vero piano autoritario per ridurre gli spazi di democrazia? Certo che esistono forze al lavoro per indebolire la struttura della nostra democrazia e i suoi spazi, ma non solo in Italia.
Si tratta del disegno delle destre sovraniste e nazionaliste oggi al comando del mondo: Trump come Milei, Orbán come Meloni.
Si tratta non di regimi ma di torsioni autoritarie; la democrazia viene vissuta come un fastidio, la critica come un affronto. Al governo si preferisce il comando, un atteggiamento incapace però di nascondere i limiti delle destre populiste nel dare risposte proprio al popolo.
Un buon esempio da spiegare riguarda la riforma della giustizia e il referendum di primavera. Come vedete questa situazione?
Come si potrà far capire ai cittadini che in ballo ci sono questioni centrali che riguardano tutti, e che non si tratta di un referendum sull’organizzazione di una singola categoria, quella dei magistrati? Come si può sconfiggere quella sorta di antipatia diffusa verso i magistrati che è stata coltivata dall’epoca di Berlusconi?
Sono gli stessi esponenti del governo Meloni, a partire dal ministro della Giustizia Nordio, ad aver ammesso che questa riforma non serve a migliorare il sistema della giustizia per i cittadini: non ne accorcia i tempi, non dà certezza alla pena. Dietro il titolo “separazione delle carriere dei magistrati”, si cela altro: la sottomissione del potere giudiziario a quello esecutivo.
Con la riforma che sarà sottoposta a referendum la prossima primavera, e in particolare con i giudici scelti col sorteggio per il Csm, il sistema giustizia del nostro Paese non diventerà più forte ma sarà sottoposto a maggiore arbitrio. E poi: chi si farebbe operare da un medico estratto a sorte da un elenco generico di professionisti della medicina?
E chi farebbe pilotare un aereo da un pilota scelto da un sorteggio? Dovremo spiegare ai cittadini e alle cittadine che questa riforma rende più fragili innanzitutto i loro diritti, e il diritto ad avere una giustizia giusta.
Per questo il Pd è e sarà schierato convintamente per il “no”. La presidente del Consiglio ha detto che, anche in caso di vittoria del “no”, lei non si dimetterà, e che comunque il referendum è specifico sulla magistratura, non sarà un esame del governo in carica.
Per il Pd qual è l’equilibrio giusto da tenere tra una battaglia di principio in difesa dei diritti costituzionali e una critica al governo e alle derive autoritarie, che restringono gli spazi democratici? La nostra battaglia per il “no” al referendum andrà di pari passo con la nostra campagna sulle cinque priorità per il Paese, che rilanceremo a partire da gennaio: la sanità pubblica, la scuola e l’università come investimento sul futuro, il salario minimo e il lavoro dignitoso, la produzione industriale e la transizione ecologica, i diritti sociali e quelli civili.
In fondo, sono due facce della stessa medaglia: da una parte si attacca la seconda parte della Costituzione attraverso una riforma sbagliata e pericolosa, dall’altra questo governo volta le spalle alla prima parte della Costituzione definanziando la sanità, attaccando la scuola e l’università, mettendo in un cassetto l’intervento sui salari (tra i più bassi d’Europa), bloccando la crescita (la produzione industriale è ferma da più di trenta mesi consecutivi) e alleandosi con chi in Europa attacca il Green Deal, ignorando che, così facendo, si indebolisce l’intero sistema e si rimanda soltanto l’appuntamento con scelte imprescindibili. Infine, questo governo volta le spalle alla Costituzione muovendo la guerra contro i poveri anziché contro la povertà, e facendoci fare passi indietro anche sul terreno dei diritti civili.
Probabilmente, una delle difficoltà più grandi per le opposizioni riguarda la comunicazione della realtà. Ormai la propaganda ha sostituito quasi completamente i fatti.
Basti pensare ai temi economici e sociali. Come si fa a far capire ai cittadini, ai lavoratori, alla gente che vive nei quartieri popolari, che il governo Meloni non ha fatto nessun miracolo sul lavoro?
Come si deve raccontare il mercato del lavoro reale, che non è certo il migliore dai tempi di Garibaldi come dice Meloni? In questo Paese c’è ormai un problema di pluralismo dell’informazione gigantesco.
L’occupazione sistematica della Rai, unita alla programmazione delle reti Mediaset, rende il discorso propagandistico sostanzialmente un unico suono, come se esistesse un unico canale tv che manda in onda le magnifiche sorti e progressive del governo Meloni. D’altra parte, anche il quadro della carta stampata mostra in questi giorni una fragilità preoccupante.
Di fronte a questo quadro, c’è da dire però che la realtà comincia a emergere. I fatti hanno la testa dura: se esco di casa e non riesco a fare la spesa, se devo decidere se curarmi o pagare l’affitto, se le bollette aumentano di mese in mese e il mio stipendio è fermo al palo, non c’è propaganda che tenga e che riesca a coprire con una coltre di menzogne la realtà.
Infatti, da dopo le regionali di Puglia e Campania, il campanello d’allarme è suonato e si è visto subito anche dalle parti della destra. Prima con la vergognosa marcia indietro della Lega al Senato, che ha bloccato la legge sul consenso, poi con lo psicodramma andato in onda negli ultimi giorni intorno alla legge di bilancio: maxiemendamenti spuntati come funghi ma incapaci, nonostante le innumerevoli correzioni, di celare il senso vero della finanziaria.
Meloni e la destra hanno mentito agli italiani, non sono in grado di mantenere le loro promesse: dalle pensioni alle accise, dalle tasse al piano casa, in questa manovra di bilancio i problemi degli italiani non vengono risolti, si aggravano. Un altro punto su cui batte molto la segretaria nazionale riguarda la crisi del sistema economico.
Nonostante la propaganda e qualche riconoscimento interessato a livello internazionale i dati economici sono molto preoccupanti, mentre il sistema industriale nazionale si sta praticamente sfaldando. Quali sono le priorità del partito?
C’è la coscienza di dover proporre uno sviluppo diverso dal passato? Esemplare lo scontro sul New Green Deal e la transizione energetica, tutto archiviato?
La nostra priorità è innanzitutto restituire potere di acquisto agli italiani, attraverso un investimento vero su salari e stipendi. Lo ha fatto la Spagna, cresciuta più di ogni altro Paese in Europa negli ultimi anni attraverso un investimento su contratti solidi e non precari, l’occupazione femminile e un welfare capace di sostenere la conciliazione tra vita e lavoro, la lotta alla precarietà e allo sfruttamento.
Tutto questo ha stimolato la crescita del Paese, che infatti, sotto la guida di Pedro Sánchez, ha visto crescere il Pil dal +2,7% del 2023 al +3,5% del 2025, mentre l’Italia è ferma a uno striminzito +0,5%. Sullo sviluppo e sulla transizione energetica, basterebbe non prestare ascolto esclusivamente alle grandi concentrazioni economiche e di potere, allungando l’orecchio verso quelle imprese – anche medie e piccole – che oggi chiedono sostegno per essere al passo delle trasformazioni tecnologiche, e chiedono interventi sulle bollette di fronte alle quali il governo ha una sola risposta: il nulla, anche in questa legge di bilancio.
Nel Partito democratico sono confluite culture diverse. È possibile trovare una sintesi alta tra le elaborazioni migliori in campo ecologico e una cultura industriale della transizione?
Il caso ex Ilva è esemplare di tutte le contraddizioni. Quali sono le scelte da fare?
È possibile, stimolando gli investimenti, a partire dai fondi europei, che tengano insieme il Green Deal con importanti ristori e risorse a sostegno delle imprese e dei lavoratori. Un modello lontano anni luce da quello scelto dal governo Meloni che, per assecondare la volontà di Trump, ha scelto invece di aumentare un’unica spesa da qui ai prossimi anni, quella militare.
Da Mario Draghi, e anche da Enrico Letta, sono arrivati negli ultimi anni appelli chiari per il rilancio dell’economia europea che non dovrebbe più dipendere dagli Usa. Appelli che però sembrano concentrarsi intorno alle questioni della difesa e del riarmo.
Siamo ancora al “volete burro o cannoni”? Il governatore della Banca d’Italia, Panetta, è intervenuto più volte per difendere una prospettiva di sviluppo dell’industria civile che avrebbe un respiro economico strategico più forte dell’industria degli armamenti.
Recentemente sul tema si è espresso anche l’amministratore delegato di Banca Intesa, Carlo Messina. Si potrà delineare una linea chiara del partito su questi temi scottanti?
Il Partito democratico si è espresso più volte in sede parlamentare contro il riarmo e per la difesa comune europea. Riarmare oggi i singoli Stati significa spendere di più portando gli investimenti lontano dagli interessi nazionali, attraverso un paradosso che consegna il nazionalismo alla convenienza di un solo Paese, gli Stati Uniti d’America, gli unici oggi a poter stare al passo della produzione massiccia di armamenti.
Viceversa, investire sulla difesa comune europea, significa razionalizzare la spesa, rendendo la nostra capacità di difesa più efficace e arrivando persino a liberare risorse, per investimenti sociali e di ridistribuzione della ricchezza. Legato al discorso delle politiche industriali e del modello di sviluppo c’è la grande questione del welfare e, conseguentemente, quella delle politiche fiscali.
Di recente si è tornati a parlare di patrimoniale, e anche la segretaria ha parlato dell’idea di una tassa sui super-ricchi a livello europeo per evitare forme di dumping. L’economista francese Gabriel Zucman ha riproposto una tassa europea sulle grandi ricchezze.
Che ne pensate? È sicuramente una strada, come ribadito dalla nostra segretaria.
L’aggressione ai grandi patrimoni limitatamente ai confini nazionali rischia di non toccare minimamente i paradisi fiscali presenti anche in Europa, ai quali affidano i propri patrimoni anche grandi soggetti economici italiani. Ciò non toglie che il nostro Paese, oggi, è arrivato al punto in cui non basta più parlare solo di lotta all’evasione e all’elusione, serve una complessiva riforma del sistema fiscale capace di attuare uno dei princìpi cardine della nostra Costituzione, quello della progressività e della solidarietà.
Altro tema caldo riguarda l’immigrazione e il razzismo. Sulla questione dei centri in Albania, la battaglia della segretaria Schlein è stata netta ed è intervenuta con continuità.
Ma qual è la sensibilità della base su questi temi? Alcuni osservatori hanno detto, per esempio, che il referendum della Cgil non ha raggiunto il quorum anche a causa del quesito sulla cittadinanza.
È vero che tra i lavoratori sta crescendo la paura dell’immigrato, a scapito della tradizionale cultura di inclusione delle classi lavoratrici italiane, abituate all’emigrazione interna e internazionale? I centri in Albania sono disumani, inutili e costosi: un miliardo di euro degli italiani spesi per deportare persone che – se trovate prive dei requisiti per ottenere la protezione – avrebbero avuto già strutture costruite in Italia per trattenerli e poi espellerli.
Ma è tutto il sistema che va riscritto, perché ha fallito sia sul piano delle politiche sia su quello culturale. Anche i partiti del socialismo europeo, negli scorsi anni, sono stati miopi nel non comprendere che i flussi migratori sono e resteranno una questione strutturale, non sono un’emergenza.
Averli trattati come tale ha consegnato il fenomeno al non-governo, all’allarme e alla paura, il terreno di propaganda perfetto per le destre, che oggi più che mai tifano per alzare muri e chiudere confini. Purtroppo, la linea che sta prendendo l’Unione europea, che si è ultimamente schierata anch’essa per l’esternalizzazione delle frontiere, non fa ben sperare per i prossimi mesi.
Una ragione in più per restare saldi sulla nuova linea impressa al Pd da Elly Schlein sull’immigrazione: serve regolare davvero i flussi, serve separare l’immigrazione legale, spesso solo in transito nel nostro Paese, persino necessaria alla nostra economia e alla tenuta sociale, dalla quota minima di irregolari che un sistema giusto comporterebbe. Serve, infine, allargare il sistema dell’accoglienza diffusa nel nostro territorio, dando risorse e poteri ai sindaci per amministrarla.
In questi mesi, ho visitato paesi spopolati dal Nord al Sud dell’Italia, dove si brinda quando arriva una famiglia immigrata, perché incontrare culture diverse fa bene alla comunità, e perché quell’arrivo ha un effetto benefico immediato sul territorio: le scuole non chiudono, le piccole imprese trovano nuova forza lavoro, l’economia ne esce rafforzata per tutti. A proposito di classi lavoratrici sappiamo che è oggi quasi impossibile proporre una nuova teoria del soggetto del cambiamento, una volta si sarebbe detto rivoluzionario.
Il Pd è un partito riformista che ha bisogno di riferirsi a un elettorato, ad alcuni strati sociali. A quali soggetti, a quali parti della società e dell’economia, si vuole riferire il Pd per ritornare a governare?
Oggi il mondo del lavoro non è più quello che diede vita agli albori degli anni Settanta allo Statuto dei lavoratori. Per colpa di politiche sbagliate, che hanno visto protagonisti anche i partiti di centrosinistra, oggi quel mondo è frammentato in mille rivoli, precarizzato e povero, disuguale e sfruttato.
Per prima cosa, un partito che si candida a governare i processi di cambiamento e di trasformazione dei prossimi decenni deve tornare a dare forza e protagonismo ai lavoratori e alle lavoratrici. Di questo parla la nostra legge sul salario minimo, a cui va affiancata una legge sulla rappresentanza che faccia ordine e pulizia innanzitutto sui troppi contratti pirata che hanno proliferato in questi anni e hanno contribuito a rendere più fragile il sistema.
Poi va colmato il gap che c’è tra lavoro maschile e lavoro femminile, vanno bloccati i part time involontari e approvato il congedo paritario, rafforzato l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Va infine rafforzato l’intero sistema di welfare, a partire dall’investimento sugli asili nido e sulla non autosufficienza, capace in un sol colpo di creare nuovi posti di lavoro e di liberare le donne dalla sola dimensione della cura.
Funziona così in tutto il mondo: quando il sistema sociale riduce le proprie disuguaglianze anche l’economia diventa più ricca e più forte. Con il dilagare dell’intelligenza artificiale e dell’automazione, cambiano anche i rapporti sociali.
Molte critiche alla linea della segretaria nazionale del Pd riguardano proprio l’arretratezza dell’analisi sul cambiamento. Come rispondete?
Per la verità in Europa è stata proprio la nostra delegazione ad avere il maggior protagonismo nell’approvazione dell’IA Act. Certo, dobbiamo accelerare la nostra presenza ed efficacia in questo campo: le nuove tecnologie devono servire a migliorare la vita delle persone, non a renderla più povera e insicura.
Va in questa direzione la proposta di legge che abbiamo depositato sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, serve infine formare alle novità lavoratrici e lavoratori. In questo senso, anche il sistema delle aziende chiede un salto di qualità ed è pronto a fare la propria parte.
Finiamo con due domande di politica internazionale. Sul rapporto tra l’Europa e l’Ucraina sembra si sia imboccata una strada senza uscita.
Qual è la posizione del Pd sull’invio di armi e in generale sulla difesa dell’Ucraina? Siamo davvero alla vigilia di una guerra europea?
La Russia potrebbe davvero attaccare? Con quale politica internazionale si dovrebbe rispondere alla posizione di subalternità agli Usa del governo Meloni?
La posizione del Pd è stata chiara sin dall’inizio: è impensabile che si possano ridefinire con la forza i confini di un Paese, in Europa come altrove. La storia non può e non deve ripetersi.
Allo stesso tempo crediamo che la logica della “vittoria sul campo” abbia allontanato e non avvicinato in questi anni la pace giusta che serve all’Ucraina e all’Europa. Ci auguriamo che davvero si possa arrivare alla tregua e alla ricostruzione, col protagonismo del popolo ucraino e non con la sola Russia di Putin a decidere e prevalere.
Anche se in estremo ritardo, contiamo su un sussulto di presenza e dignità di una Unione europea che davvero, anche su questo conflitto, sin dall’inizio, ha avuto una voce troppo flebile, inefficace, subalterna. Infine, ma non in ordine di importanza, la Palestina.
Sulla questione del riconoscimento dello Stato palestinese la segretaria Elly Schlein è stata sempre chiara. Qual è l’orientamento maggioritario oggi nel Pd?
Intanto, il nostro sforzo non può che essere quello di non far spegnere i riflettori su quello che sta succedendo anche ora a Gaza e in Cisgiordania. Quella che Trump e i suoi sodali hanno chiamato “pace” altro non è che una fragilissima tregua, peraltro continuamente violata da Netanyahu e dall’Idf.
Per noi il punto resta non far cadere l’oblio sui crimini commessi dal premier israeliano e dal suo governo dopo il 7 ottobre – crimini per i quali è indagato con i vertici di Hamas anche dalla Corte penale internazionale –, e poi il coinvolgimento dell’Autorità nazionale palestinese e del popolo palestinese nei mesi e negli anni che verranno. Si colloca qui la nostra richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina, un atto tutt’altro che simbolico che, purtroppo, finora ha trovato il governo Meloni sordo e cieco di fronte a un dramma umanitario che ci riguarda tutti.
L'articolo “Il nostro Pd è un partito vincente” proviene da Terzogiornale.