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Fukushima, 15 anni dopo: i costi infiniti del disastro nucleare
Nobuyoshi Ito è un ingegnere in pensione e ogni giorno, munito del suo contatore Geiger, misura i livelli di radioattività nel piccolo comune di Iitate, nella prefettura di Fukushima. Intervistato dal quotidiano francese Mediapart, Ito racconta di fare i rilevamenti quotidianamente per poi caricarli su un file Excel dove tiene traccia delle medie mensili. «L’anno scorso ho misurato picchi di 9.255 Bq/kg.
Quasi mille volte di più rispetto ai valori precedenti all’incidente!» racconta Ito. Il becquerel per chilogrammo è l’unità di misura usata per indicare la concentrazione di radioattività nei materiali liquidi e solidi.
Fukushima, 15 anni dopo: 26mila sfollati e aree ancora inaccessibili Sono trascorsi quindici anni da quell’11 marzo del 2011. Quando a un terremoto di magnitudo 9.1 è seguito uno tsunami alto 14 metri che ha sommerso i generatori della centrale Fukushima Daiichi e innescato il peggior disastro nucleare dopo Chernobyl.
Come nel 1986, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha classificato l’incidente di livello 7. Ovvero il più grave della scala Ines.
Ad oggi, meno di un terzo della popolazione ha fatto ritorno nelle zone evacuate. Mentre ampie aree chiamate kikan konnan kuiki (“aree di difficile ritorno”) rimarranno inaccessibili ancora a lungo.
Secondo dati aggiornati al primo febbraio di quest’anno, circa 26mila persone risultano ancora sfollate. Mentre i costi di manutenzione e gestione degli alloggi messi a disposizione per i sopravvissuti al disastro ammontano a 146 miliardi di yen, circa 800 milioni di euro.
Cinque miliardi l’anno non bastano: i costi fuori controllo della decontaminazione Ogni anno, lo Stato giapponese e la società responsabile della Fukushima Daiichi, la Tepco (Tokyo electric power company holdings, Inc.), mettono a budget mille miliardi di yen, circa 5 miliardi di euro. Ma l’operazione di disattivazione della centrale nucleare è una macchina che richiede risorse senza fine.
Le stime governative che parlavano di una spesa di 8mila miliardi di yen (circa 43 miliardi di euro) per la messa in sicurezza della centrale nucleare sono state già ampiamente superate. Riporta Nikkei Asia che Tepco non ha neanche iniziato a rimuovere i detriti del terzo reattore e che ha già speso il 65% della spesa stimata (5,2mila miliardi di yen) per la “sola” gestione delle acque contaminate e i test di recupero dei detriti nei reattori.
La stessa Tepco ha ammesso che è «difficile prevedere» le spese effettive e che tenere i costi sotto gli 8mila miliardi di yen è ormai una missione impossibile. Tepco e i risarcimenti: dalla condanna da 70 miliardi all’assoluzione in appello Parallelamente proseguono, e in certi casi si concludono, le cause giudiziarie contro Tepco per i danni materiali e morali subiti.
Il punto di svolta è nel marzo 2022, quando la Corte Suprema ordina a Tepco di pagare i risarcimenti a 3.700 residenti le cui vite sono state stravolte dall’incidente nucleare del 2011. La cifra a testa non è di certo astronomica: 380mila yen, ovvero poco più di duemila euro.
Ma i giudici hanno riconosciuto una grave negligenza per non aver adottato misure di sicurezza preventive in caso di tsunami. Sempre lo stesso anno, arriva la pronuncia della Corte distrettuale di Tokyo che invece ordina agli ex dirigenti di Tepco un maxi risarcimento di 13mila miliardi di yen (70 miliardi di euro).
Ad avere la meglio sono 45 azionisti che intrapresero l’azione giudiziaria nel 2012. Anche in questo caso i magistrati hanno riconosciuto «una mancanza fondamentale di consapevolezza in materia di sicurezza e senso di responsabilità».
Salvo poi capovolgere l’esito tre anni dopo. Nel giugno 2025, l’Alta Corte di Tokyo annulla la precedente sentenza stabilendo che i dirigenti non erano in grado di prevedere lo tsunami e la conseguente fusione dei tre reattori nucleari.
Radiazioni e salute a Fukushima: perché stabilire i danni è ancora così difficile Ma la questione si fa più complicata quando si parla di salute e dei possibili effetti delle radiazioni sui residenti al momento del disastro. Katsutaka Idogawa, 79 anni, è l’ex sindaco della cittadina di Futaba, dove ha sede proprio la Fukushima Daiichi.
Oltre a chiedere i risarcimenti per i danni materiali, ha citato in causa Tepco per un’atrofia della ghiandola tiroidea contratta dopo l’incidente. Nella sentenza del luglio 2025, i giudici scrivono che non ci sono evidenze che sostengano il nesso causale tra i problemi di salute e l’esposizione alle radiazioni.
Se le vittime del terremoto e dello tsunami sono state più di 20mila, è meno chiaro il numero di morti riconducibili al rilascio di materiale radioattivo in tutta l’area circostante la centrale. Nel 2013, l’attuale prima ministra ultraconservatrice Sanae Takaichi, durante un discorso pubblico, disse che «l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi non ha causato vittime».
All’epoca, l’esponente del Partito liberaldemocratico dovette scusarsi a seguito della polemica scatenata da tali dichiarazioni. Tumori infantili alla tiroide: a Fukushima i casi continuano ad aumentare In questi anni, è stato diagnosticato in centinaia di bambini e adolescenti un tumore alla tiroide che generalmente, in queste fasce di età, colpisce dall’una alle tre persone per milione.
Secondo la Fondazione dell’11 marzo, nata per sostenere le famiglie di bambini e bambine a cui è stato diagnosticato un tumore alla tiroide, il numero di malati alla fine del 2025 era di 408 persone. Tuttavia, le autorità sanitarie della prefettura di Fukushima registrano un numero di casi molto inferiore: 221 in totale su chi aveva meno di diciotto anni al momento della tragedia.
In quest’ultimo conteggio non rientra chi viene seguito da strutture ospedaliere diverse da quelle di Fukushima. Newsletter Iscriviti a Chicxulub Storie e approfondimenti sulla crisi climatica.
Dichiaro di aver letto e accettato l’informativa in materia di privacy Settimanale Anteprima La correlazione tra radiazioni e insorgere di malattie tumorali nella prefettura di Fukushima rimane tuttora un tema senza una risposta certa. La Commissione sanitaria responsabile degli screening, come anche alcuni esperti di agenzie internazionali, sono arrivati a conclusioni simili.
Il triplo meltdown dei reattori nucleari non ha causato effetti a lungo termine sulla salute della popolazione. Il maggior numero di tumori alla tiroide è dovuto a un over screening.
Quindi all’alto numero di esami diagnostici eseguiti in questi anni. La società civile contro il negazionismo governativo: i test bloccati e i medici dissidenti Eppure, associazioni civili, pazienti e alcune voci della comunità scientifica sono scettiche rispetto a questi risultati.
Anche perché sono stati bloccati tutti i test condotti in altre regioni. E che avrebbero potuto dimostrare se effettivamente l’alta incidenza a Fukushima sia dovuta a una sovradiagnosi.
Come riporta il New York Times, le autorità sanitarie di altre tre prefetture hanno tentato di condurre un’indagine simile. Dopo appena 4.400 persone analizzate e un caso di tumore rilevato le ricerche sono state sospese, perché già sufficienti a dimostrare che il tasso di incidenza tumorale fosse identico.
Molti medici, però, hanno sostenuto che il campione è troppo esiguo per consentire un confronto statisticamente valido. «Lo screening di Fukushima è stato quasi cento volte più esteso», ha spiegato Kazuo Shimizu, chirurgo tiroideo che faceva parte della commissione incaricata dello screening. Shimizu si è dimesso nel 2017 proprio perché riteneva «premature» le conclusioni secondo cui non vi è un legame tra il disastro nucleare e l’insorgere dei tumori alla tiroide.
Fukushima e Chernobyl: quando le autorità sanitarie internazionali cambiano versione È della stessa idea anche il medico Toshihide Tsuda, tra i più critici del lavoro della commissione sanitaria di Fukushima. Per quattro anni consecutivi, Tsuda ha esaminato i residenti della prefettura di Fukushima minori di 18 anni.
E ha riscontrato un aumento dei casi che, in una zona specifica della prefettura di Fukushima, ha toccato i 605 casi per milione. Un’incidenza – scrive Tsuda nelle conclusioni dello studio – che si può difficilmente spiegare con la sovradiagnosi.
Secondo il professore di epidemiologia ambientale dell’Università di Okayama, da parte delle autorità «non c’è la volontà di avere una risposta certa». Quando nel 1986 ci fu il disastro nucleare di Chernobyl, le agenzie sanitarie della Nazioni Unite sostennero a lungo che non ci fossero correlazioni tra l’incidente nell’ex Unione Sovietica e i tumori alla tiroide nei bambini che vivevano nell’area.
Soltanto anni dopo le stesse agenzie cambiarono posizione. Il silenzio degli ammalati: la pressione sociale che impedisce di parlare Le persone di Fukushima a cui è stato diagnosticato un tumore si scontrano anche con una parte dei loro concittadini, che a quindici anni dall’incidente rifiuta di tornare sui rischi legati alle radiazioni.
Il timore è che parlarne ancora possa penalizzare coltivazioni e turismo e compromettere l’immagine della prefettura, un tempo eccellenza agricola e ittica. Per Kenichi Ido, avvocato che segue le cause dei malati di tumore alla tiroide, i pazienti sono sottoposti a enormi pressioni sociali che rendono molto più complicato esporsi e parlare.
Così, in un infelice ripetersi della storia, rimangono chiusi in quello stesso silenzio a cui ottant’anni fa erano stati costretti migliaia di hibakusha (sopravvissuti alla bomba atomica) consapevoli di andare incontro a molteplici discriminazioni, lavorative e sentimentali. L'articolo Fukushima, 15 anni dopo: i costi infiniti del disastro nucleare proviene da Valori.it.