Martedì 17 febbraio 2026 ore 18:01

Politica

Pioggia di soldi per la corsa agli armamenti (2)

Mercoledì 11 febbraio 2026 ore 16:01 Fonte: Terzogiornale
Pioggia di soldi per la corsa agli armamenti (2)
Terzogiornale

Tutti i governi europei hanno un problema. Giustificare la nuova corsa al riarmo (nei sondaggi ancora impopolare) utilizzando lo spettro di una guerra sempre più vicina.

Viene indicata anche una data: il 2030. Che cosa dovrebbe succedere tra quattro anni?

Siamo davvero sull’orlo del conflitto mondiale non più “a pezzi”? Leggendo le dichiarazioni dei leader e dei politici in prima linea nel campo della propaganda, non è dato saperlo: si parla solo dell’incombente pericolo russo e di un imperialista come Putin che starebbe mettendo a punto l’aggressione definitiva all’Europa.

Sembra il clima del Deserto dei tartari di Dino Buzzati, ma ormai c’è poco da scherzare perché l’argomento è forte, e l’obiettivo del momento è proprio quello di convincere un’opinione pubblica disorientata e spaventata: spendere in armi è giusto e doveroso, si dice, e dobbiamo essere pronti a una nuova stretta delle spese sociali e a un’ulteriore riduzione del perimetro del welfare. Vediamo dunque di cosa si tratta, dopo aver spiegato nella prima puntata di questa nostra analisi (vedi qui) la necessità, da parte dei fautori della guerra, di mettere in campo tutte le risorse finanziare a disposizione: dall’aumento della quota di Pil destinata all’industria bellica al ricorso alla grande cassaforte del risparmio privato.

Gli Stati Uniti di Trump sono stati chiari: l’America non può più essere l’ombrello protettivo degli europei che, d’ora in avanti, dovranno provvedere in proprio alle spese per la difesa. Ovviamente, dietro la facciata mediatica e lo scontro sul ruolo della Nato, si nascondono interessi economici giganteschi, e c’è il rischio concreto che anche questa volta il giro di miliardi messi in campo dall’Unione europea finisca di nuovo nelle casse dell’industria e della finanza a stelle e strisce.

Un esito che risulterebbe prevedibile guardando alle nuove divisioni interne all’Unione. La Francia di Macron spinge infatti sull’acceleratore dell’autonomia da Washington;

Italia e Germania, di nuovo vicine, preferiscono invece un approccio più soft, con una lettura meno rigida rispetto all’obbligo di comprare europeo nei settori strategici. L’industria europea non sarebbe ancora pronta, dicono.

La conseguenza immediata sarebbe quella di andare ad acquistare armamenti e tecnologie americane. Cerchiamo di diradare, quindi, un po’ del polverone a cui siamo stati ormai abituati fissando qualche punto fermo.

Quanto Pil si mangeranno le armi? Il primo punto riguarda l’aumento effettivo della percentuale del prodotto interno lordo destinata al riarmo e alla difesa.

La spinta è potentissima. Gli Usa vorrebbero imporre ai Paesi europei un balzo gigantesco: dall’attuale uno virgola qualcosa per cento al 5%.

Ma sono cifre per ora inimmaginabili. Molto probabilmente sarà un processo graduale.

Riguardo agli aumenti della spesa per la difesa, il governo Meloni si è impegnato per ora a spendere 3,5 miliardi in più nel 2026 (che vanno ad aggiungersi ai trentuno miliardi già messi a budget) e dodici miliardi in più in tre anni. Per le spese per la difesa, però, viene richiesta l’attivazione della clausola di salvaguardia per finanziare in deficit, magari utilizzando il meccanismo Safe proposto dalla Commissione europea per l’erogazione dei corrispondenti prestiti agevolati.

Come si spenderanno questi soldi? Quali sono i prodotti su cui si punta?

L’Italia riceverà circa quindici miliardi di euro tramite l’iniziativa europea Safe (Security Action For Europe). Si tratta di un prestito a lungo termine, destinato a finanziare l’ammodernamento militare e l’acquisto di tecnologie strategiche per la difesa.

Il finanziamento prevede tassi agevolati (meglio dei buoni del Tesoro, ha dichiarato il ministro Giorgetti), e i fondi messi in campo serviranno a finanziare programmi di acquisizione congiunti, richiedendo come condizione che almeno due Paesi europei collaborino e che il contenuto europeo non sia inferiore al 65%. Non si tratterà di acquistare armi, dicono con una certa dose di ipocrisia a palazzo Chigi, ma di rafforzare “la base industriale della difesa europea”, che vuol dire pure “cybersecurity e spazio”.

In parte, i prestiti europei andranno a coprire spese già messe a bilancio, in parte saranno utili per quello sforzo aggiuntivo che è richiesto a tutti i Paesi nell’ambito del piano Readiness 2030 (compresi gli impegni già sottoscritti con la Nato). La lista della spesa L’elenco dei prodotti da comprare o finanziare, messo a punto dal ministro della Difesa Crosetto, si allunga continuamente.

Si comincia con la principale delle criticità: la difesa dal cielo contro aerei, droni e missili, terreno su cui l’Italia sarebbe sguarnita. La società Leonardo (la più grossa impresa della difesa partecipata dallo Stato, ma con quote consistenti di fondi di investimento americani come BlackRock) ha annunciato un programma, a cui è stato dato un titolo altisonante – Michelangelo Security Dome –, una combinazione tra radar, osservazione satellitare, software per elaborare i dati, e armi pronte ad abbattere le minacce in arrivo.

Dalle notizie circolate sulla stampa, abbiamo appreso che uno dei pilastri saranno i sistemi italo-francesi Samp/t di seconda generazione. Il ministero della Difesa ha ordinato due nuove batterie, e il sistema pare sia stato già testato.

Il nuovo sistema ha bisogno dei satelliti, ed è per questo che la legge di Bilancio ha riservato, per quest’anno, 426 milioni alla sola componente spaziale militare. Un satellite da osservazione Cosmo-Skymed è stato lanciato di recente, un altro sarà pronto per il 2027.

Il governo Meloni ha fatto poi sapere che all’Italia occorrono specialisti nelle operazioni cibernetiche: si prevede la costituzione di un’Arma apposita, che inizialmente sarà composta di millecinquecento specialisti, e che a regime dovrebbero diventare cinquemila. Parallelamente si investe sulle difese più convenzionali.

Dei venticinque nuovi caccia F-35 e dei ventiquattro Eurofighter, già si sapeva. Proseguono a ritmo serrato anche i lavori per nuove navi e per l’ammodernamento dei sommergibili.

L’esercito era rimasto molto indietro quanto a dotazioni. Così, solo per i mezzi corazzati e blindati, si spenderanno 3,5 miliardi di euro.

Leonardo e la società tedesca Rheinmetall produrranno mille veicoli Lince. La stessa joint-venture ammodernerà novanta esemplari di carro armato Ariete, in attesa di 270 nuovi carri Panther.

In più, un consorzio Iveco-Oto Melara produrrà 630 veicoli blindati Freccia e centocinquanta Centauro. Un’Europa hard power?

Nel commentare l’avvio della seconda tranche, il commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius, ha sottolineato la portata finanziaria dell’iniziativa. “Con questa seconda tranche di investimenti Safe, l’Europa sostiene finalmente le proprie ambizioni di sicurezza con un adeguato peso finanziario”, ha dichiarato Kubilius, sottolineando che “non ci limitiamo più a elaborare strategie: stiamo costruendo una realtà di hard power.

È un segnale chiaro all’industria europea e ai nostri avversari: l’Europa fa sul serio quando si parla di forza e sovranità, e le nostre forze armate hanno bisogno del meglio, nei tempi giusti”. Un’altra mole di finanziamenti si dovrebbe decidere oggi (11 febbraio) a Bruxelles, durante il Consiglio degli Affari esteri.

Dietro le dichiarazioni di facciata, l’Unione resta però divisa, e neppure la pioggia di finanziamenti legata al riarmo sembra indirizzata verso una reale costruzione comune del sistema di difesa. Intorno alla guerra in Ucraina, si è creato un consenso diffuso sulla necessità di riarmare l’Europa, ma non ci si mette d’accordo sugli obiettivi e i metodi.

Lo scontro continua a ruotare intorno alle modalità di finanziamento della guerra: c’è chi propone un nuovo debito comune europeo, e chi teme la sospensione del Patto di stabilità. Ma lo scontro è soprattutto sui progetti.

Con la crisi ormai conclamata dell’asse Parigi-Berlino, il cuore dell’industria della difesa europea è in crisi, in particolare con il progetto del caccia di sesta generazione (Fcas), che vede Francia e Germania su posizioni opposte. Macron l’antiamericano Le divisioni politiche, come abbiamo visto, riguardano poi il problema dell’emancipazione dal dominio Nato a conduzione statunitense.

Ci sono Paesi che spingono per un’autonomia strategica europea (maggiore indipendenza militare dagli Usa) e chi invece continua a puntare solo sulla Nato come vera garante della sicurezza europea. Per cercare di capire il ruolo particolare della Francia rispetto alle politiche di Italia e Germania, è utile l’intervista al presidente Macron sul “Sole 24 ore” del 10 febbraio.

Per capire invece l’evoluzione storica della Nato, molti spunti li abbiamo trovati nel libro La Nato in guerra, scritto dal generale di corpo d’armata, Fabio Mini. Quello che è certo, comunque, è che l’Europa è ancora molto lontana dall’autonomia dagli Stati Uniti, sia dal punto di vista degli assetti militari sia, soprattutto, dal punto di vista dell’autosufficienza industriale: tra il 2022 e il 2023, il 63% degli ordinativi di difesa è stato assegnato ad aziende statunitensi.

“Il Pentagono d’Europa” Dal punto di vista della strategia militare, e dei rapporti tra Unione europea e Usa, ricorriamo a una rivista autorevole nel campo, “Foreign Affairs”. Nel numero del 9 febbraio, parla Max Bergmann, direttore del Programma Europa, Russia ed Eurasia e del Centro Stuart di studi euro-atlantici e nordeuropei presso il Centro per gli studi strategici e internazionali:

“I singoli governi in tutta Europa vogliono mantenere la sovranità sui propri eserciti e sono riluttanti a europeizzare i propri sforzi di difesa – spiega Bergmann –. Ma questa attenzione alla sovranità nazionale trascura una realtà più profonda: i Paesi europei non sono e non sono mai stati sovrani nella difesa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Hanno fatto affidamento sugli Stati Uniti, una potenza straniera, per proteggerli. Ora, con la potenza straniera che li ha abbandonati, il modo più efficace con cui gli Stati europei possono difendersi senza il sostegno di Washington è integrare i loro sforzi di difesa.

Devono fare cosa farebbero in qualsiasi altra crisi: attivare l’Unione europea. È tempo che l’Unione diventi il Pentagono dell’Europa”.

Il riarmo tedesco fa paura Ma sempre sulle pagine di “Foreign Affairs” si sviluppa parallelamente un altro dibattito, quello intorno alle paure politiche che vengono suscitate dal riarmo tedesco. L’Europa potrebbe avere più timore di una Germania troppo forte che della Russia, sostiene l’analista Liana Fix del Council on Foreign Relations.

Fix ricorda che, per decenni, i leader europei hanno chiesto più impegno militare alla Germania. Ora le promesse del 2022 stanno diventando realtà: entro il 2029 la spesa militare tedesca raggiungerà 189 miliardi di dollari l’anno, il triplo del 2022, diventando la quarta al mondo dopo quella russa.

Fix teme che un dominio militare tedesco incontrollato possa dividere l’Europa. Francia e Polonia guardano con molto sospetto.

Il peggiore degli scenari prevede l’ascesa dell’Alternative für Deutschland, ormai primo partito nei sondaggi, che potrebbe trasformare la Germania in una potenza nazionalista e revanscista. Il risultato sarebbe una grave frammentazione e la paralisi di Unione europea e Nato.

Corsi e ricorsi? Ci sarà anche un prestito forzoso?

Passò alla storia come la campagna “dell’oro alla Patria”. Il 18 dicembre 1935, fu celebrata in tutta l’Italia la “giornata della fede”.

Era necessario finanziare la guerra di Etiopia appena dichiarata da Mussolini, che non aveva però a disposizione le risorse pubbliche necessarie all’immenso sforzo. Lo storico Emilio Gentile, nella sua Storia del fascismo, racconta quel giorno a Roma.

In piazza Venezia, davanti all’Altare della patria, si celebrò la cerimonia ufficiale alla quale prese parte anche la regina, Elena del Montenegro, nata Jelena Petrović-Njegoš, moglie del re Vittorio Emanuele III di Savoia. “Per ore – scrive Gentile – sotto una pioggia incostante ma torrenziale, una lunga fila di donne in nero, la maggior parte vestita poveramente, sfilò per deporre le fedi nuziali nell’urna, mentre nuvole d’incenso si levavano da grandi torce al suono di una musica lenta e cadenzata simile a una marcia funebre”.

La storia non si ripete uguale a se stessa. Questa volta l’oro (oltre all’oro reale che diventa sempre più bene rifugio) è l’oro dei risparmi delle famiglie.

Come abbiamo già ricordato, sono in molti a indicare lì la vera cassaforte per riarmare l’Europa. Dopo l’innalzamento della quota di Pil destinata alle armi, sarà il prossimo passo.

Ma per ora non è urgente, ci spiega Francesco Vignarca, esponente della Rete pace e disarmo, e grande esperto di industria bellica. Per ora non c’è urgenza di lanciare campagne tra i risparmiatori, dice Vignarca, perché in questo momento piovono sugli Stati tanti soldi pubblici elargiti dall’Unione sotto forma di prestiti.

E anche il progetto della banca specializzata in investimenti bellici, ideata in ambito Nato, è per ora rallentato. Una banca specializzata figlia della Nato In ambito europeo circola infatti, da qualche tempo, un progetto per la creazione di una nuova banca, la Defence, Security, and Resilience Bank (Dsr), una banca pensata per colmare il divario finanziario che ostacola la difesa collettiva in Europa, garantendo liquidità ai produttori di armamenti.

Ne ha esplicitato il senso politico Rob Murray, ex capo dell’innovazione della Nato: “Nonostante l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e le crescenti tensioni geopolitiche con la Cina – ha spiegato Murray – l’opinione pubblica, in molte nazioni europee e in Canada, continua a dare priorità alla spesa per sanità, istruzione e infrastrutture pubbliche rispetto alla difesa.

Ed è improbabile aspettarsi cambiamenti. Quindi una soluzione praticabile a questa sfida viene proposta attraverso la creazione di un istituto di prestito multilaterale per la difesa, la sicurezza e la resilienza, appunto la Banca per la difesa, la sicurezza e la resilienza”.

Torna l’incubo bomba Il 5 febbraio scorso, è scaduto il trattato New Start tra Stati Uniti e Russia, ponendo fine all’ultimo accordo bilaterale di controllo sulle armi nucleari strategiche. Senza un nuovo patto, i due Paesi, che detengono quasi il 90% delle testate nucleari mondiali, sono ora liberi da vincoli, aumentando il rischio di una nuova corsa agli armamenti.

Lo ha spiegato bene, in una intervista a “Rai News.it”, Danilo Secci, studioso di geopolitica e sicurezza: “A questo punto – dice Secci – il timore è che la Russia, oltre a produrre e schierare queste nuove armi, in assenza del trattato New Start riprenda con lo sviluppo, qualitativo e quantitativo, dei vettori e testate regolamentate da quest’ultimo.

E che, a seguire, altre potenze nucleari (penso soprattutto a Stati Uniti e Cina ma, per un possibile effetto domino regionale, anche India e Pakistan) seguano questo trend”. Stiamo parlando, spiega ancora l’esperto, di armi concepite per essere impiegate in un ipotetico conflitto nucleare su vasta scala, i cui effetti distruttivi non graverebbero sui soli territori colpiti dalle esplosioni atomiche.

Tanta è la potenza delle testate caricate sui vettori strategici (missili e bombardieri) che le conseguenze delle loro esplosioni sarebbero catastrofiche per tutto il mondo. “Pensiamo all’estensione del fallout radioattivo, che andrebbe ben oltre i confini dei Paesi belligeranti, o ai rischi connessi a un ipotetico inverno nucleare.

Riarmo atomico, fallout e inverno nucleare, sono tutti termini che pensavamo di avere sepolto con la guerra fredda, ma che ora, anche a causa del mancato rinnovo del New Start, potrebbero tornare comuni nel linguaggio politico, mediatico e popolare”. Dei nuovi rischi, legati alla fine degli accordi, ha parlato anche Francesco Vignarca sul sito “Sbilanciamoci.info” (vedi qui ).

Ma come si può rendere accettabile tutto ciò? Come si “vendono” oggi le guerre e chi si arricchisce davvero sulla morte potenziale?

Lo vedremo nella prossima puntata. (Fine della seconda puntata) L'articolo Pioggia di soldi per la corsa agli armamenti (2) proviene da Terzogiornale.

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