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Politica

L’8 marzo e l’iperbole dei “diecimila anni”: quando la storia diventa retorica

Lunedì 9 marzo 2026 ore 18:40 Fonte: Strisciarossa

Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "L’8 marzo e l’iperbole dei “diecimila anni”: quando la storia diventa retorica" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

L'8 marzo, su La Stampa, Viola Ardone utilizza un'iperbole discutibile affermando che il caso Epstein rappresenti "uno scandalo lungo diecimila anni", evidenziando come talvolta la storia venga trattata in modo retorico e impreciso.
L’8 marzo e l’iperbole dei “diecimila anni”: quando la storia diventa retorica
Strisciarossa

Ogni anno, puntuale come una liturgia civile, l’8 marzo riapre lo stesso rituale retorico: fiumi di parole vengono spesi sulla Festa della donna con tutte le infinite e sempre più trite retoriche da minima moralia. Quest’anno La Stampa, fresca di cambio di proprietà e forse anche di taglio, sceglie l’iperbole cucita per l’occasione da Viola Ardone.

Il modello lo si coglie a partire dal titolo, cavallo di battaglia del momento sul fronte occidentale e non solo: “Gli Epstein files, uno scandalo lungo diecimila anni”.

L’immagine è potente ma proprio per questo merita di essere guardata con attenzione. L’articolo firmato da Ardone è un esempio quasi didattico degli slittamenti retorici ai quali ci stanno abituando giornalisti, ‘maitre à penser’ e professionisti della scrittura.

Ardone è una scrittrice piuttosto nota nell’ambiente culturale italiano. Proprio per questo sorprende la facilità con cui scivola in una sequenza di luoghi comuni e di formule standard: patriarcato millenario, guerra maschile, vittime femminili, diecimila anni di oppressione.

Tutte parole che oggi circolano con straordinaria facilità nel discorso pubblico e funzionano perché acchiappano subito la platea, offrendo una chiave interpretativa immediata e moralmente rassicurante. Ma proprio questa semplicità è il problema.

La storia reale è molto più irregolare, contraddittoria, difficile da comprimere dentro uno slogan. Ridurla a un racconto lineare di diecimila anni di dominio maschile come la Ardone significa trasformare un’indagine storica in una narrazione ideologica prêt-à-porter, mal confezionata e ancora peggio pensata.

Diecimila anni che non esistono Ardone riprende una celebre espressione di Elsa Morante, che nel romanzo La Storia parlava della violenza come di «uno scandalo che dura da diecimila anni». Ma Morante quando l’ha coniata non stava facendo una periodizzazione storica, stava usando una iperbole morale.

Se prendessimo quella cifra alla lettera entreremmo nel Neolitico, un’epoca in cui non esistevano stati, tanto meno città o fonti scritte. La Morante, a differenza di quel che accade oggi, era molto attenta a quel che diceva e scriveva.

Pensava e pesava ogni parola. Parlare di diecimila anni di patriarcato documentabile non è storia: è retorica.

Una retorica che ripete formule di successo più che interrogare davvero la complessità del passato. Omero trasformato in editorialista Per rafforzare la costruzione della sua iperbole, Ardone evoca addirittura Omero e il primo canto dell’Iliade.

Lì, secondo lei, la contesa per la schiava Briseide sarebbe la prima prova del legame strutturale tra guerra, misoginia e patriarcato e Omero il primo lucido accusatore di questa oscena triade. Per carità, tutto è lecito nel favoloso mondo dell’interpretazione, ma qui siamo di fronte a un chiaro caso di soggettiva proiezione contemporanea su un testo di 2800 anni fa.

Nel poema omerico però il centro della scena non è la subordinazione femminile: è il conflitto tra due aristocratici guerrieri, Achille e Agamennone, per una questione di onore e prestigio militare. Briseide è bottino di guerra perché così funzionava il mondo dell’età eroica, non perché Omero stesse elaborando una teoria del patriarcato.

Trasformare l’Iliade in un editoriale femminista ante litteram significa leggere il passato con le categorie ideologiche del presente. Guerre “volute dagli uomini”?

Il passaggio più discutibile dell’articolo è però un altro: «Il mondo è messo a soqquadro da guerre volute dagli uomini, combattute dagli uomini in cui muoiono però moltissimi bambini, bambine e donne». La formula funziona retoricamente e parla sicuramente alla pancia del pubblico femminile.

Ma descrive male la situazione. E soprattutto la semplifica.

È vero che per secoli il potere politico e militare è stato quasi esclusivamente maschile. Oggi però non è più così.

In Europa e in molte democrazie occidentali le donne occupano posizioni centrali nelle decisioni politiche e strategiche: dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen alla premier italiana Giorgia Meloni, passando per figure della politica estera europea come Kaja Kallas, Roberta Metsola, o Christine Lagarde nel campo della politica monetaria. Questo non significa che “le donne fanno la guerra”.

Significa però che ridurre la guerra a una questione biologica – gli uomini che decidono, le donne che subiscono – non regge più alla prova dei fatti. Negli Stati Uniti, per esempio, lo si è visto di recente nel caso dell’uccisione di Renée Nicole Good a Minneapolis, colpita a morte da un agente dell’ICE durante un’operazione federale.

La segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, finita al centro di settimane di polemiche e audizioni al Congresso, fino alla sua rimozione, ha difeso immediatamente l’operato degli agenti sostenendo che la donna avrebbe tentato di investire un ufficiale e arrivando addirittura a definire l’episodio «un atto di terrorismo interno». Una definizione pesantissima e oltretutto falsa.

Noem usa la parola “terrorismo” non per indicare una strategia politica organizzata, ma per giustificare l’uso della forza prima ancora che i fatti siano chiariti. Quando il linguaggio viene piegato in questo modo, la vittima smette di essere una persona e diventa una minaccia astratta e un bersaglio legittimo.

Questo è un esempio lampante di come le parole usate dal potere, senza distinzione di genere, vengano piegate fino a cambiare significato. Il vero problema: quando la storia diventa slogan È inoltre vero che nelle guerre contemporanee i civili pagano spesso il prezzo più alto.

La Seconda guerra mondiale ha segnato una svolta con i bombardamenti strategici e la distruzione sistematica delle città. Ma la storia dei conflitti è molto più complessa.

Per secoli molte guerre sono state combattute prevalentemente tra eserciti. I civili ne soffrivano le conseguenze — saccheggi, carestie, epidemie — ma non erano l’obiettivo principale.

La trasformazione della guerra moderna è legata alla tecnologia, alla mobilitazione totale delle società e alla guerra industriale, non a una presunta natura maschile della violenza. Il caso Epstein è già uno scandalo enorme di per sé.

Non ha bisogno di essere trasformato in una “teoria universale di diecimila anni di dominio maschile”. Ardone dovrebbe sapere che quando la storia viene ridotta a una formula — patriarcato, oppressione, diecimila anni — succede qualcosa di paradossale: la complessità dei fatti scompare e resta solo una narrazione moralmente rassicurante.

Ma la storia non è uno slogan. È un campo di tensioni, contraddizioni e trasformazioni continue.

E forse il vero rischio della retorica contemporanea, compresa quella di Ardone, non è dimenticare la violenza del passato, ma semplificarla al punto da far scomparire nei rivoli dell’indistinto anche la violenza di oggi. L'articolo L’8 marzo e l’iperbole dei “diecimila anni”: quando la storia diventa retorica proviene da Strisciarossa.

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