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Politica

Altro che questione tecnica, il voto al referendum è una scelta politica per fermare il disegno populista della destra

Sabato 21 marzo 2026 ore 18:16 Fonte: Strisciarossa
Altro che questione tecnica, il voto al referendum è una scelta politica per fermare il disegno populista della destra
Strisciarossa

Ora dicono che bisogna guardare agli aspetti tecnici e tenersi lontani dallo scontro politico. Ma una riforma costituzionale è, per sua natura, quanto di più politico possa esistere, perché mette mano alla carta fondamentale della Repubblica che è l’atto costitutivo e lo statuto del nostro sistema democratico e della nostra convivenza civile.

Ora dicono che bisogna guardare agli aspetti tecnici mentre nel corso di una campagna referendaria piena di volgarità, la destra non ha fatto altro che usare argomenti politici tentando di convincerci che la magistratura è il male assoluto, un cancro da estirpare, un potere governato con sistemi paramafiosi, che pm e giudici sono come un plotone di esecuzione pronto a sparare contro inermi cittadini innocenti ingiustamente condannati dopo processi infiniti senza alcuna garanzia di terzietà. Hanno dipinto un mostro da abbattere.

Che cosa c’è di tecnico in questa violenta campagna di denigrazione contro un potere dello Stato che ha lambito anche il presidente della Repubblica, come è noto al vertice del Consiglio superiore della magistratura dipinto come un clan? L’obiettivo è indebolire e assogettare la magistratura È tutto, invece, un affare politico.

Perché delegittimare la magistratura significa produrre uno squilibrio nel nostro sistema costituzionale e provocare un vulnus nella separazione dei poteri che è alla base dei sistemi democratici. Perché questa riforma non c’entra assolutamente nulla con il funzionamento della giustizia che avrebbe bisogno di altri correttivi e, dietro il paravento della separazione delle carriere – che peraltro già oggi sono sostanzialmente separate – vuole colpire il principio della unicità della giurisdizione, punta a creare un corpo separato di pubblici ministeri che finiranno ben presto sotto il tallone del governo.

Nella sostanza vuole indebolire la magistratura impedendogli persino di scegliere i propri membri dei due Csm che verrebbero creati e dell’Alta corte disciplinare. Non esiste, infatti, in nessuna democrazia al mondo il sistema del sorteggio per un’elezione di un organismo istituzionale come è previsto da questa riforma.

Quando entreremo nella cabina per votare dovremo ricordarci le speculazioni usate dal governo per disorientare gli elettori e fare credere loro che se si separano le carriere tra giudici e pm, i giudici saranno più liberi di scegliere il meglio, che nessun magistrato potrà togliere i figli a una coppia scriteriata che li cresce come selvaggi, che la smetteranno di liberare gli immigrati deportati in Albania o di bloccare le scelte di governo ritenute illegittime. In questo violento attacco alla magistratura c’è tutto l’odio che discende da un’idea privatistica del potere che ha avuto origine trent’anni fa con la discesa in campo di Silvio Berlusconi.

Con questa riforma si porta alle estreme conseguenze la battaglia contro le cosiddette toghe rosse che ha caratterizzato l’epoca del Cavaliere. C’è, dentro questa logica da regolamento di conti contro gli organi di controllo, un’idea populista della politica: la convinzione che l’eletto dal popolo sia un Eletto, che chi comanda sia un Unto dal signore.

Intoccabile, al di sopra delle leggi e delle regole. È per questi motivi, tra gli altri, che la destra vuole che i magistrati stiano al posto loro.

Che non si occupino di chi governa. Che passino sopra i casi di corruzione che ancora avvengono.

Che non si occupino, per stare ai fatti incredibili di stretta attualità, di chi, pur avendo un delicato incarico di governo proprio nel campo della giustizia, ha pensato bene di entrare in affari con la figlia di chi riciclava soldi per conto della camorra. Che non mettano bocca nelle leggi anche se sbagliate, anche se non rispettano le norme costituzionali o quelle europee, anche se non rispettano i diritti umani delle persone.

C’è, in questo modo di ragionare, l’anticipazione di un sistema giurisdizionale del tutto succube, per nulla autonomo e indipendente. Non credete a quello che vi raccontano in questi ultimi scampoli di campagna referendaria.

Per noi cittadini questa riforma non cambierà nulla. I veri problemi della giustizia, a cominciare dai tempi lunghi dei processi, resteranno lì intatti, perché si è scelto di puntare ad un obiettivo propagandistico invece di intervenire per aumentare gli organici e sveltire le cause e consentire una giustizia rapida e giusta.

La riforma è il tassello di un disegno accentratore Ma il senso politico di questo referendum è anche altrove. Questa riforma è un tassello di un disegno populista che punta a concentrare il potere nel capo (o nella capa) che comanda, che si immagina al di sopra di tutti e di tutto e che non vuole intralci al proprio sterminato potere.

Guardate ai prossimi passaggi: il premierato che consegna a un presidente del consiglio direttamente eletto dal popolo un potere che fa a pezzi l’equilibrio costituzionale e degrada la figura del capo dello Stato, oggi perno del sistema democratico, e lo trasforma in una statuina passacarte; la legge elettorale che prevede un abnorme premio di maggioranza per chi vince e i parlamentari nominati dall’alto ed è pensata solo per contrastare un’eventuale vittoria dell’attuale opposizione. Tutto questo mentre il Parlamento, il luogo della rappresentanza, è stato ridotto a un bivacco di manipoli, in grado solo di votare con la fiducia leggi preconfezionate e al quale, per la prima volta, è stato impedito di discutere ed emendare una legge di riforma costituzionale.

Questo è il quadro. E dunque il voto del referendum è un voto profondamente politico.

Votare no significa fare una scelta politica contro la criminalizzazione della magistratura e contro il tentativo di trasformare la nostra democrazia in una capocrazia sovranista dove in alto c’è un grande capo e sotto dei vassalli di servizio. Se pensiamo alle scelte di politica internazionale compiute da Giorgia Meloni – la sintonia con il tecnocrate americano che sta conducendo il mondo alla disgregazione e in patria demolisce lo stato di diritto, la simpatia per il premier ungherese che sta picconando la democrazia e tenta di disarticolare l’Europa, il sostegno ai fasciopopulisti spagnoli di Vox – il senso politico di questo voto diventa ancora più chiaro.

Non ci sono mezzi termini: o di qua o di là. E noi, attraverso il nostro no al referendum, vogliamo dire in modo chiaro che vogliamo restare di qua, nel mondo delle libertà e dei diritti.

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