Politica
Il ruggito del leone, lo squittio del topo
Singolare – si potrebbe pensare – che Trump, fattosi largo nella politica americana grazie a una critica dell’interventismo militare statunitense, segnatamente in Medio Oriente, si sia imbarcato, nel giro di pochi mesi, in due aggressioni all’Iran. Invece no.
L’estrema destra è intrinsecamente guerrafondaia anche quando parla di pace; e Trump, oltre a essere già di per sé un assassino transnazionale (come hanno dimostrato, più ancora che i morti nell’operazione Maduro, i disgraziati, in numero di un centinaio e passa, colpiti e affondati nel Mar dei Caraibi), è spinto a emulare il suo amico Netanyahu, criminale di guerra di statura superiore alla sua. Stavolta, però, il rauco “ruggito del leone” (così è stata battezzata la nuova operazione contro l’Iran) potrebbe trasformarsi nell’acuto squittio del topo partorito dalla classica montagna.
Si accettano scommesse; per quanto ci riguarda, puntiamo sull’ipotesi che il regime non solo non cadrà sotto le bombe americano-israeliane, ma potrà uscirne addirittura rafforzato, nonostante l’eliminazione della “guida suprema”, l’ayatollah Khamenei. Le ragioni della nostra previsione sono note (vedi qui).
Il sistema teocratico iraniano ritiene di avere una missione messianico-sacrificale, e questa viene a essere corroborata dal concorso di quel riflesso nazionalistico che, nel caso di un qualsiasi attacco bellico, induce a stringersi intorno a una leadership. Inoltre, in Iran, una piattaforma comune di opposizione non c’è, e quelli che vorrebbero il ritorno della dinastia regnante prima della rivoluzione sono un’infima minoranza.
Soltanto con un’invasione di terra il regime potrebbe veramente cadere. Ma è un’opzione che implicherebbe un costo altissimo per gli invasori, e come risultato produrrebbe un caos simile a quello già visto in Iraq all’inizio di questo secolo.
Certo, il nuovo atto di guerra potrebbe incendiare l’intera area mediorientale. Le basi americane sono disseminate un po’ dappertutto, e se i missili e i droni iraniani dovessero cadere a pioggia sui Paesi che le ospitano, questi potrebbero essere indotti a prendere parte essi stessi alle operazioni belliche, senza contare le violente manifestazioni antiamericane e antisraeliane che si stanno già svolgendo, dal Pakistan all’Iraq, che potrebbero arrivare a destabilizzare quei Paesi.
Ma nell’insieme l’Iran, lo si è visto in passato, non ha forze sufficienti per reagire adeguatamente. Il suo atout sta piuttosto nella capacità di resistenza del sistema – il quale però, questo sì, dopo Khamenei potrebbe arrivare a dei cambiamenti.
Ma come in Russia un’uscita di scena di Putin, pure auspicabile, non implicherebbe ipso facto la fine del nazional-populismo che domina in quel Paese, allo stesso modo una relativa apertura, in Iran, non sarebbe di per sé la fine del sistema nato con la rivoluzione del 1979. L’abbiamo visto del resto in Venezuela (dove – bisogna dirlo – il bolivarismo si è palesato, alla fine, più una gradassata che altro): il rapimento di Maduro ha avuto un significato per il commercio del petrolio di quel Paese, ora sotto l’egida degli Stati Uniti, ma pressoché nessuno nei termini di una riconquista delle libertà fondamentali.
In Iran le cose sono più complicate di quanto possano credere coloro che sanno soltanto ripetere l’abituale condanna del “terrorismo” (termine buono a tutti gli usi), il rigetto dell’islamismo radicale, e l’esecrazione per le uccisioni di massa perpetrate dalle forze di sicurezza. Il regime gode ancora di una vasta base di consenso.
E bisognerà ora vedere come il consiglio provvisorio, il triumvirato insediatosi all’indomani della morte di Khamenei, saprà eventualmente consolidare questo consenso nella continuità o in una (relativa) discontinuità. Quello che però è certo è che, accrescendosi in Medio Oriente l’odio nei confronti degli occidentali, il rischio di attentati si fa più forte ovunque nel mondo.
Si chiama guerra asimmetrica. La stessa che potrebbe condurre a forme di guerriglia sul suolo dell’Iran, nel caso l’aggressione finisse con l’impantanarsi – gli dèi non vogliano – in un’azione di lunga durata.
Ma al momento è presto per dirlo. Post-scriptum – Per capire l’insensatezza di una certa opposizione al regime degli ayatollah, soprattutto da parte di chi vive fuori dal Paese, l’episodio avvenuto il primo marzo a Firenze è significativo: un’attivista iraniana ha fermato il piccolo corteo pacifista sui lungarni, organizzato dall’Arci e da altre associazioni, protestando a gran voce:
“Dov’eravate voi quando in Iran il regime faceva quarantamila morti? Il popolo iraniano ha chiesto aiuto e quindi ben vengano gli aerei (sottinteso, a bombardare, ndr)”.
Sarebbe appena il caso di rammentare a quell’attivista che tutti i sollevamenti popolari, susseguitisi in questi anni nel Paese degli ayatollah, hanno sempre ricevuto il pieno appoggio dell’opinione progressista italiana ed europea; ma che un’aggressione militare, con altre vittime civili (tra l’altro, anche magari tra coloro che sono scesi in piazza sfidando una sanguinaria repressione), non è una risposta adeguata alla circostanza (le armi non lo sono mai, a parte alcuni casi estremi, come quello della necessaria distruzione dei fascismi europei con una guerra mondiale); e che, inoltre, l’intera polveriera mediorientale, il cui principale nodo storico è dato dalla questione palestinese, ha già dimostrato – dall’Afghanistan all’Iraq – di diventare esplosiva in virtù degli interventi occidentali; senza contare infine che, come detto nell’articolo, le probabilità che il potere teocratico si rafforzi, per il riflesso nazionalistico indotto dall’attacco bellico, sono più alte di quelle di una sua caduta. Le forze dell’opposizione iraniana all’estero dovrebbero cominciare a mettersi intorno a un tavolo per proporre una prospettiva comune di uscita dalla crisi – a nostro parere, escludendo preliminarmente il ritorno della precedente dinastia (a sua volta una terribile dittatura) sotto lo scudo della megalomania di Trump.
L'articolo Il ruggito del leone, lo squittio del topo proviene da Terzogiornale.