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Le elezioni in Ungheria: Orbán rischia grosso ma a sostenerlo c’è l’asse Washington – Mosca

Sabato 14 marzo 2026 ore 05:44 Fonte: Valigia Blu

Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "Le elezioni in Ungheria: Orbán rischia grosso ma a sostenerlo c’è l’asse Washington – Mosca" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

Il 12 aprile si svolgeranno le elezioni in Ungheria, dove Viktor Orbán potrebbe affrontare una sconfitta contro Péter Magyar e il partito Tisza. Orbán si trova in una situazione difficile, influenzata dalle interferenze del Cremlino, dalla crisi energetica legata all'Ucraina e da altre problematiche interne. Nonostante ciò, sembra avere il sostegno di un'alleanza tra Washington e Mosca.
Le elezioni in Ungheria: Orbán rischia grosso ma a sostenerlo c’è l’asse Washington – Mosca
Valigia Blu

Manca sempre meno all’appuntamento elettorale più importante dell’anno. Il 12 aprile gli ungheresi si recheranno alle urne per il rinnovo del parlamento, e per la prima volta dopo quattro mandati consecutivi di dominio incontrastato, Viktor Orbán e Fidesz, il suo partito, rischiano seriamente la sconfitta.

A sfidarli c’è Péter Magyar, ex membro del cerchio magico del premier, da cui è fuoriuscito in maniera un po’ rocambolesca giusto due anni fa. Nel 2024 ha preso il timone del partito Tisza (acronimo di Tisztelet és Szabadság, Rispetto e Libertà, ma che in ungherese corrisponde anche al nome del fiume Tibisco), un movimento fondato nel 2020 che fino a quel momento navigava nell’irrilevanza.

È riuscito da subito a intercettare quella parte di elettorato stanca del prolungato potere orbaniano, rivitalizzando un’opposizione tramortita da anni di batoste. Ungheria: storia di una democrazia sempre più illiberale (e della sua possibile fine) L’esito della tornata elettorale avrà ripercussioni che andranno al di là dei confini ungheresi.

A osservare con attenzione c’è l’Unione Europea, che da anni ha ingaggiato con Budapest una battaglia su più fronti, dal rispetto dello Stato di diritto al supporto all’Ucraina, passando per le politiche sull’immigrazione e sul clima. Non meno interessati sono la stessa Kyiv, il cui destino passa in un certa parte attraverso gli umori di Viktor Orbán, e l’asse Washington - Mosca.

Di cosa parliamo in questo articolo: Come si arriva al voto Un esito incerto Il bersaglio Zelensky Gli interessi di Washington L’ombra lunga del Cremlino Il fantasma del rinvio Come si arriva al voto L’Ungheria che si avvicina al voto è profondamente polarizzata, e già questo è un dato politico non da poco.

Non è più la liberale progressista Budapest contro il resto del paese, ma due modi diversi di vedere il futuro dell’Ungheria e dell’Europa. Da un parte ci sono ovviamente Fidesz, un partito-Stato che negli ultimi 16 anni è riuscito a costruire un apparato che controlla grande parte del sistema informativo e delle istituzioni.

Dall’altra, una società che mostra crescenti segni di insofferenza rispetto ai numerosi scandali che hanno investito il partito di Orbán, alimentati da un prolungato periodo di stagnazione economica. La campagna di Fidesz ha assunto toni inediti per aggressività.

Orbán ha identificato come principale bersaglio il presidente ucraino Zelensky e ha inquadrato il voto come una scelta tra la via della pace e quella della guerra. In questo scenario l’opposizione viene accusata di voler trascinare il paese nel conflitto ucraino, con la connivenza della Commissione Europea.

Qualche mese fa manifesti governativi che ritraggono Zelensky, Von Der Leyen, il leader del PPE Weber sono comparsi un po’ ovunque nel paese. “Non permettiamo che sia Zelensky a ridere per ultimi” oppure “Non lasciamoli decidere sopra le nostre teste” è il tenore degli slogan.

Un modello che ricalca quello di precedenti campagne contro George Soros. Gli istituti indipendenti e quelli vicini al governo producono risultati radicalmente divergenti, al punto che il politologo Gábor Török ha definito queste discrepanze "inspiegabili su basi metodologiche".

L’istituto Medián, tra i più accreditati del paese, dà Tisza al 55% tra gli elettori certi di andare a votare contro il 35% di Fidesz. Un risultato analogo viene fornito dal centro studi indipendente Kutatóközpont  mentre IDEA assegna a Magyar un viaggio più contenuto, nell’ordine dei dieci punti.

Al contrario, gli istituti vicino al governo prevedono una vittoria di Fidesz. Nézőpont Intézet assegna al partito Orbán un vantaggio di cinque punti su Tisza (45% - 40%).

Un risultato simile viene attribuito dal trumpiano - e non è un caso - McLaughlin & Associates, mentre il 23 gennaio Magyar Társadalomkutató identificava un vantaggio ancora maggiore (51 Fidesz - 41 Tisza). Un trend aggregato di PolitPro colloca Tisza al 44,8% e Fidesz al 41,1%, con una proiezione rispettiva di 99 e 88 seggi all'Assemblea Nazionale, dove ne servono 100 per la maggioranza.

Un esito incerto Da qualunque parte la si veda, la situazione per Fidesz è inedita. Il partito di Orbán ha vinto ogni elezione politica dal 2010 con la maggioranza dei due terzi del parlamento, l’ultima volta nel 2022 aggiudicandosi il 54% delle preferenze.

Questo scenario, ad oggi, appare altamente improbabile, a causa dell’erosione del consenso degli elettori moderati. Il sistema elettorale ungherese prevede l’elezione di 199 deputati scelti con un sistema misto: 93 vengono con il proporzionale, 106 con il maggioritario secco, in altrettanti collegi uninominali.

Nel corso degli anni Fidesz ha ritoccato più volte i distretti attraverso accurate operazioni di gerrymandering, in modo da partire sempre da una posizione di vantaggio. Per questo motivo si stima che Tisza dovrebbe vincere con un margine tra i 3 e i 5 punti per per ottenere la maggioranza.

Molti dei partiti di opposizione hanno rinunciato a presentarsi a queste elezioni proprio per permettere a Tisza di avere più possibilità. Fanno eccezione la Coalizione Democratica (Demokratikus Koalíció) e il partito satirico del Cane a due code (Magyar Kétfarkú Kutya Párt).

Stando ai sondaggi nessuno dei due dovrebbe superare la soglia di sbarramento del 5%, ma potrebbero portare via voti preziosi a Magyar, specialmente all’uninominale. Dall’altra parte rischia invece di risultare decisiva la formazione di estrema destra La Nostra Patria (Mi Hazánk) che si collocherebbe tra il 5 e il 6%.

Un governo di coalizione con Fidesz è uno degli scenari possibili che potrebbero configurarsi dopo il voto, in alternativa a quelli di una vittoria orbaniana di misura o al contrario, di una di Tisza, in proporzioni difficilmente quantificabili. Il bersaglio Zelensky In questo clima di incertezza si è inserita la crisi energetico-diplomatica con l’Ucraina, sfruttata ad arte da Viktor Orbán per ricompattare i suoi elettori contro il nemico esterno.

Il 27 gennaio un attacco di droni russi in territorio ucraino ha danneggiato una stazione di pompaggio dell’oleodotto dell’Amicizia (Druzhba), l’infrastruttura che attraverso l’Ucraina trasporta il greggio russo  verso l’Ungheria e la Slovacchia, gli unici paesi europei ancora dipendenti dal petrolio di Mosca. Budapest (insieme a Bratislava) accusa Kyiv di bloccare deliberatamente il transito per ragioni politiche; l'Ucraina sostiene che i danni sono reali e che le riparazioni richiedono tempo.

È risaputo che Orbán e Fico siano due spine nel fianco dell’Unione Europea sul piano della solidarietà all’Ucraina e allo stesso tempo siano i due leader più compiacenti verso il Cremlino. Ungheria, il cavallo di Troia di Putin nell’Unione Europea Secondo il primo ministro ungherese, Zelensky, con la connivenza di Bruxelles, vuole favorire un regime change in Ungheria e per questo cerca di creare una crisi energetica che possa avere ripercussioni in cabina elettorale a favore di Magyar.

Nel giro di poche settimane l’Ungheria ha bloccato il prestito UE da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, ha posto il veto sul ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia e ha dispiegato soldati a guardia delle infrastrutture energetiche. La crisi, già di per sé molto grave, ha rischiato di raggiungere il punto di non ritorno quando Zelensky, in un’uscita infelice, ha affermato che avrebbe dato l’indirizzo di Orbán ai soldati ucraini, scatenando le proteste di Budapest e il richiamo della Commissione Europea.

Nelle stesse ore la polizia ungherese fermava un convoglio della banca di Stato ucraina Oschadbank che trasportava 35 milioni di euro, 40 milioni di dollari e 9 kg d’oro attraverso il territorio nazionale. Secondo le speculazioni della stampa filogovernativa il denaro sarebbe servito per finanziare la campagna di Magyar.

Il piano di Orbán per sopravvivere alle prossime elezioni parlamentari In tutto questo la posizione dell’avversario di Orbán è volutamente sfumata. Contrario alla fornitura di armi e all’adesione accelerata dell’Ucraina all’UE, propone un referendum su quest’ultimo punto.

Di fronte alla provocazione di Zelensky ha risposto con fermezza, dichiarando che "nessuno, né la Russia né l'Ucraina, può ricattare un'Ungheria sovrana”. Il posizionamento di Magyar si spiega con la volontà di attrarre gli elettori di Orbán contrari alla guerra e a immischiarsi troppo nel conflitto russo-ucraino.

Un ragionamento simile è stato fatto nei mesi scorsi su un altro punto caldo, quello della legge anti-lgbtq+, sul quale Magyar non si è esposto particolarmente per non compromettere le sue possibilità di vittoria in aprile. Gli interessi di Washington La tornata elettorale del 12 aprile non si limita all’Ungheria, ed è quasi superfluo dirlo, visto il ruolo assunto da Orbán negli ultimi anni.

Dapprima da leader dei sovranisti europei, poi nei panni di cavaliere nero sulla questione Ucraina. Non solo gli occhi d’Europa saranno puntati su Budapest, ma quelli del mondo intero.

Il 16 febbraio il segretario di Stato statunitense Marco Rubio si è recato a Budapest (e a Bratislava) dopo la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. In quell’occasione ha rimarcato come una vittoria di Orbán sarebbe una vittoria americana (nella sua versione MAGA).

Il feeling tra il premier magiaro e Donald Trump. Più volte lo stesso presidente statunitense aveva dichiarato in passato la propria ammirazione personale per Orbán e il proprio sostegno alla sua rielezione.

Orbán, il messaggero di Trump contro l’Unione Europea Nella visione trumpiana l’Ungheria svolge un duplice ruolo, quello di cuneo nel fianco dell’Europa ma anche di ponte nei confronti della Russia di Putin. Una convergenza esplicitata nella National Security Strategy pubblicata nel 2025, che ha esplicitamente indicato nelle forze nazionaliste europee, di cui Fidesz è uno degli alfieri, un partner per contrastare quello che definisce il declino civile dell’occidente.

L’ombra lunga del Cremlino E proprio l’ombrello di Mosca allunga un’ombra inquietante su quello che sarà l’esito di queste elezioni. Secondo un’inchiesta pubblicata il 6 marzo dal progetto di giornalismo investigativo VSquare, basata su fonti di intelligence di diversi paesi, il Cremlino avrebbe incaricato un team di “tecnologi politici” di interferire nelle elezioni ungheresi per aiutare Orbán a restare al potere.

A supervisionare l’operazione sarebbe Sergei Kiriyenko, primo vice capo dell’amministrazione presidenziale russa e architetto principale dell’infrastruttura di influenza politica all’estero. Il piano prevederebbe l’inserimento di un team di tre specialisti nella manipolazione dei social media all’interno dell’ambasciata russa di Budapest, dotati di passaporti diplomatici per garantire loro l’immunità.

Secondo le fonti il team sarebbe collegato al GRU, l’intelligence militare russa. Putin ha già scatenato la ‘guerra’ contro l’Europa L’11 marzo il Financial Times ha rivelato un ulteriore livello dell’operazione ottenendo un documento progettuale della Social Design Agency (SDA), società legata al Cremlino e già sotto sanzioni occidentali per il suo ruolo nell'"Operazione Doppelgänger", campagna che dal 2022 ha clonato testate europee per diffondere narrative filorusse.

La SDA, come ricostruito dallo studioso Anton Shekhovtsov, opera come contractor privato dell'amministrazione presidenziale russa, vendendo servizi di manipolazione dell'informazione in un modello che ha preso il posto della Internet Research Agency di Prigozhin dopo la sua dissoluzione nel 2023. Secondo il documento ottenuto dal Financial Times, la strategia approvata dal Cremlino prevede di inondare i social media ungheresi con contenuti prodotti in Russia ma distribuiti attraverso influencer locali, presentando Orbán come un "leader forte con amici in tutto il mondo" e Magyar come una "marionetta di Bruxelles".

La SDA avrebbe identificato circa 50 account filogovernativi e 30 dell'opposizione da utilizzare per amplificare i contenuti. Il documento specifica che è necessario evitare paralleli diretti tra Orbán e Putin, concentrandosi invece sul rapporto privilegiato con Donald Trump come garanzia di sicurezza e stabilità economica per l’Ungheria.

I segnali concreti di questa operazione si stanno già manifestando. Politico ha documentato come video deepfake generati con l’intelligenza artificiale stiano inondando la campagna elettorale.

Un gruppo chiamato Movimento di Resistenza Nazionale, legato alla rete di influencer filogovernativi Megafon, ha prodotto ripetutamente video manipolati con tre Magyar. Il diretto interessato ha reagito alle rivelazioni di VSquare con un eloquente “Russi , andate a casa”.

Il governo ungherese ha respinto tutte le accuse, definendole “fake news”. Il fantasma del rinvio Ma c’è un altro fantasma che aleggia sulle prossime elezioni.

Nelle ultime settimane le speculazioni su un possibile rinvio del voto si sono moltiplicate. La Costituzione ungherese vieta le elezioni durante uno “stato di emergenza” (Szükségállapot), e i toni allarmisti di Orbán sulle presunte minacce ucraine hanno alimentato i timori che la vicenda Druzhba o una crisi analoga possano indurlo a compiere questo passo.

Il primo ministro ungherese ha liquidato queste ipotesi come assurdità ma i critici ricordano che da molti anni l’Ungheria viva nel cosiddetto “stato di pericolo” (Veszélyhelyzet), giustificato prima dall’emergenza Covid e poi dalla guerra in Ucraina. Questo particolare stato ha eroso progressivamente il ruolo del parlamento dando a Orbán la possibilità di governare per decreto.

Nello “stato di pericolo” non c’è alcun impedimento a svolgere le elezioni, mentre il passaggio a quello di emergenza sarebbe giustificato da eventi come un attacco terroristico o militare diretto all’Ungheria o un disastro nazionale di portata estrema. Questo scenario appare oggi improbabile, ma solo il fatto che chi si paventi questa possibilità dà l’idea di quale sia la tensione intorno a queste elezioni, senza dubbio le più importanti della storia recente del paese.   

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