Politica
Cambi climatici, disastri economici e sociali, guerre: le minacce alla terra di qualche decina di pazzi
Il supplemento di “Repubblica” del 4 marzo, Green e Blue, ha un titolo e un tema che, per condurre un viaggio tra le aree a rischio ambientale in Italia, ricordano il maggiore disastro ecologico del Paese: “Come stiamo a 50 anni da Seveso”.
Era il 19 luglio del 1976 quando una nube tossica sprigionatasi, a Meda al confine con Seveso, dallo stabilimento della azienda svizzera Icmesa immise nell’atmosfera lombarda una nube ricca di diossina TCDD che si depositò sui tetti, sull’orticoltura, nei polmoni degli abitanti di Meda, Seveso, Cesano Maderno, Limbiate e Desi. Tanto grave fu il disastro, considerato come ottavo tra i più gravi della storia, che portò alla creazione della direttiva 82/501/CEE, nota anche come direttiva Seveso.
Sono passati 50 anni ed è bene chiedersi come stiamo oggi. E non solo in Italia e non solo come effetto di produzioni industriali.
Per esempio mi è capitato contemporaneamente tra le mani un articolo uscito sul numero 48 (agosto 1972) di “Le Scienze”. Intitolato “I crateri dell’Indocina” nel quale gli autori A. H. Westing e E.W. Pfweiffer calcolavano in circa 26 milioni i crateri lasciati da bombe e granate su tutta la penisola indocinese.
Scrivendo che “tra il 1965 e il 1971 le forze armate statunitensi hanno impiegato nella penisola indocinese tredici milioni di tonnellate di esplosivo… un dato strabiliante, di un’energia pari a quella sviluppata da 450 bombe atomiche tipo Hiroshima”. E si chiedevano ”Quali saranno, a lungo termine, gli effetti ecologici di una così massiccia alterazione del territorio?”.
Parliamo di sessanta e poco meno anni fa. E oggi fra Russa, Ucraina, Stati Uniti, Israele, Iran..? come stiamo?
Mai come oggi il pianeta ha corso più rischi Ci vuol poco a rispondere: Male.
Siamo messi molto male. Perché alla incalzante preoccupazione sulle conseguenze del mutamento climatico si aggiungono i disastri sociali, economici e ambientali delle guerre in atto che, peraltro, danno un’ulteriore scossa in avanti alla pandemia climatica.
E non solo climatica. Il numero 1654 (27 febbraio 2026) di “Internazionale” riporta un lungo articolo di Lou Stoppard:
“Li salvi chi può”. In esso la scrittrice britannica pone un altro problema: in presenza di alluvioni, incendi, terremoti, eventi climatici estremi che “sempre più spesso i musei devono affrontare.
Come scegliere quali opere d’arte mettere in sicurezza per prime?”. È abbastanza noto che durante la seconda guerra mondiale moltissime opere d’arte furono salvate dalla distruzione bellica grazie ai coraggiosi interventi di persone che riuscirono a metterle in salvo.
E oggi? Oggi quando gli eventi estremi sono sempre più numerosi e non dipendono più “solo” da rischi naturali, ma, ancor più, da follie umane?
E, direi soprattutto, se invece di cosa salvare il problema fosse chi salvare? Forse, più correttamente, togliamo “invece” e poniamoci il problema sotto altra forma: se in aggiunta a cosa salvare ci chiedessimo chi salvare?
Un problema che certamente non si sono posti gli assassini delle 57 studentesse e dei loro insegnanti uccise in Iran in un raid israelo-statunitense. Ma noi esseri umani ce lo dobbiamo chiedere.
Che cosa? La Gioconda, la Venere di Milo, i templi di Paestum… e chi? chi? tutti deve essere la risposta.
Otto miliardi di persone in balia di un gruppo di assassini E come? Siamo oltre otto miliardi, ma rischiamo di essere schiacciati dalla sopraffazione di poche decine di pazzi assassini.
Allora? Fermate il mondo, voglio scendere… lo dice, fra gli altri, la saggi Mafalda di Quino manifestando il disagio profondo di chi si sente fuori posto in un mondo che gira troppo in fretta e, troppo spesso, nella direzione sbagliata.
Oppure, come sostiene Jeremy Rifkin nella intervista a Luca Fraioli (Repubblica.it 3 marzo 2026) “Stiamo assistendo all’inizio della fine di una vecchia visione del mondo”. Per cui “va radicalmente ripensato il nostro rapporto con il Pianeta che ci ospita, a cominciare dalla sua ridenominazione ufficiale come Pianeta Acqua”.
Con tutto il rispetto, questa non è una grande intuizione perché, come molti di noi hanno ripetutamente detto e scritto specialmente il 22 marzo di ogni anno, “giornata mondiale dell’acqua”, il nostro pianeta si chiama Terra ma si dovrebbe chiamare Pianeta acqua dal momento che questo fondamentale elemento ne costituisce il 75per cento della superficie. Ma tant’è Rifkin con Pianeta Acqua ha dato anche il titolo ad un suo libri (2024) e la cosa ha avuto particolare rilevanza mediatica.
Ma, soprattutto, Rifkin dà anche un senso particolare a questa ridenominazione partendo dalla constatazione che oggi “Siamo già nel mezzo di un’estinzione di massa in tempo reale: gli scienziati ci dicono che potremmo perdere metà delle specie viventi sul Pianeta nel corso della vita di un bambino”. Tuttavia, aggiunge, “ora si sta facendo largo un approccio completamente diverso, secondo il quale il Pianeta non è sostanza ma processo, un Tutto vivente che interagisce con ogni cosa, in ogni momento.
E l’acqua è la chiave, è lei che determina tutto questo”. Di conseguenza “se tutte le città del mondo, nei loro statuti e regolamenti, lo chiameranno Acqua, invece che Terra, saranno poi obbligate a seguire una nuova agenda, che darà la priorità alle risorse idriche e alla vita”.
Se, uscissimo sopravvissuti dalle uccisioni e dalle distruzioni delle guerre in corso evitando la estinzione di massa nostra e della metà delle altre specie viventi, e riuscissimo a portare sul banco degli accusati in una nuova Norimberga quelle decine di delinquenti che ci stano facendo correre questo rischio condannandoli alla loro estinzione in galera; se accadesse tutto questo in tempi necessariamente brevi potremmo anche prendere in considerazione la opportunità di ridenominare il Pianeta Terra dando all’acqua il ruolo che le spetta. Al momento sarà già importante evitare il passaggio dal “Li salvi chi può” dell’articolo di Lou Stoppard al si salvi chi può che tristemente caratterizza il quotidiano di milioni di nostri concittadini terrestri.
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