Politica
Un mago e due procuratori per raccontare la Russia, ma il primo ha il sapore del Bagaglino
Ci saranno ancora in circolazione nostalgici dell’Unione Sovietica? La domanda è ovviamente retorica: certo che ci sono, persino Stalin ha ancora i suoi estimatori.
In questa epoca di ideologie liquide, o meglio liquidate – in questa notte della filosofia in cui tutte le vacche sono nere, per citare Hegel – russofobia e russofilia sono termini quasi svuotati di senso. È facilissimo sentirsi dare dei “putiniani” se solo si esprime anche il minimo dubbio sulla politica dei governanti ucraini – non naturalmente sul popolo ucraino e sul suo sacrosanto diritto di non essere invaso – così come è specularmente facilissimo cadere nella trappola di affibbiare a Putin e alla sua cricca di delinquenti tutte le colpe che circolano per questo sfortunato pianeta.
Dove vogliamo arrivare? Al fatto che maneggiare due “oggetti cinematografici” come Due procuratori e Il mago del Cremlino è assai complicato.
Già è singolare che i due film escano nei cinema italiani nello stesso weekend. Ancora più singolare che affrontino due nodi diversissimi ma altrettanto cruciali nella storia di quello sterminato paese.
Una scena di “Due procuratori” Nessuno dei due film è propriamente russo Attenzione: non si tratta di due film russi! Al contrario: a rigor di logica, nessuno dei due lo è.
Due procuratori è una coproduzione internazionale tra Francia, Germania, Paesi Bassi, Lettonia e Romania. Il mago del Cremlino è un film francese, e tale definizione – strettamente produttiva – dovrebbe semplificare le cose; peccato però che si tratti di un film girato in inglese, con un attore britannico (Jude Law), uno americano (Paul Dano) e un’attrice svedese (Alicia Vikander); e che sia tratto da un libro italiano di Giuliano Da Empoli sceneggiato per lo schermo da due francesi, il regista Olivier Assayas e il famoso scrittore Emmanuel Carrère.
Insomma, è lecito affermare che non ci sia un grammo di Russia nel film, il che dovrebbe indurre come minimo a prenderlo cum grano salis. Il sottotitolo del film parla chiaro:
“Le origini di Putin”, e questo vorrebbe raccontare Il mago del Cremlino. Ma lo fa con ampio uso della fantasia, come è già dichiarato nel romanzo d’origine.
Nonostante la totale assenza di rubli dal budget, è infinitamente più “russo” Due procuratori: sulla nazionalità del regista – il grande documentarista Sergej Loznica – tra poco vi intratterremmo, ma in questo caso è russa la storia, è russo il racconto a cui ci si ispira (omonimo al film, e scritto nel 1969 dal fisico Georgij Demidov), sono russi gli attori e soprattutto è il russo la lingua che tutti parlano. Certo, vedendo il film capirete facilmente perché una storia del genere non sia gradita nella Russia di oggi.
Demidov scrisse il racconto, come detto, negli anni ’60 raccontando le proprie tragiche vicende di scienziato incarcerato nei gulag sovietici dal 1938 al 1952. Il racconto però rimase inedito fino a dopo la sua morte, nonostante Demidov fosse stato liberato.
È stato pubblicato solo nel 2009. In quanto a Loznica, mettetevi seduti: è un regista di quasi 62 anni nato in Bielorussia; trasferitosi con la famiglia a Kiev, in Ucraina; laureatosi in ingegneria e successivamente, già grandicello, affascinato dal cinema e quindi iscrittosi alla celebre scuola del VGIK (l’accademia di cinema di Mosca fondata subito dopo la Rivoluzione) quando aveva già 27 anni.
La sua maestra al VGIK è stata una grande cineasta georgiana, Nana Džordžadze. Loznica – cognome che, a voler fare i pignoli, si pronuncia “lasnìzza”, con l’accento sulla “i” – è un perfetto esempio, se mai ne è esistito uno, di melting pot sovietico.
Avendolo conosciuto bene possiamo assicurarvi che parla il russo di Tolstoj e Puškin, pur conoscendo e capendo anche l’ucraino. La ricerca della giustizia e la buona fede tradita Loznica ha realizzato soprattutto documentari.
Alcuni sono autentici capolavori. Due procuratori è il suo quinto film di finzione.
Come si evince dal titolo, ha una struttura lineare e semplicissima. Il giovane procuratore Korneev, idealista come solo i giovani possono esserlo nell’URSS del 1937, riceve una lettera che è sfuggita alle maglie della censura.
L’ha scritta un vecchio bolscevico detenuto “per crimini politici” in una prigione, che si appella alla giustizia del proletariato giurando di essere innocente. Korneev si prende a cuore il caso.
Si reca alla prigione e, superando ostacoli burocratici di ogni tipo, riesce a incontrare il detenuto. Si convince della sua buona fede.
E quindi si reca a Mosca, sicuro che i suoi superiori capiranno e libereranno l’uomo. Qui avviene l’incontro con il secondo procuratore, che tecnicamente è il capo di Korneev: si tratta, nientemeno, di Andrej Vyšinskij, la longa manus di Stalin nello sterminio di tutti gli oppositori reali o presunti che furono vittima delle grandi purghe di fine anni ’30.
Ora, voi penserete che appena Korneev apre bocca Vyšinskij lo farà immediatamente arrestare. Nossignori.
Non funzionava così. Quella era gente a suo modo raffinata.
Vyšinskij lo sta a sentire. Quasi si commuove.
Gli dà ragione. Gli dice di tornare alla sua cittadina: andrà tutto bene, la giustizia trionferà.
Ma quando Korneev ritorna al paesello con il treno da Mosca, trova in stazione due “compagni” che sono lì per accompagnarlo a casa, lo caricano in macchina e imboccano una strada che non porta affatto alla casa di Korneev… Due procuratori è un film persino banale nella sua narrazione, perché racconta proprio un’altra banalità del male, diversa e speculare rispetto a quella nazista. E soprattutto mette in scena un tratto sociale e psicologico che ben conoscono tutti coloro che hanno letto i classici sul tema, da Solženicyn a Šalamov ad Arthur Koestler: il fatto che in molti, vittime delle purghe o in questo caso testimoni indiretti come un giovane procuratore di provincia, fossero sinceramente convinti che tutto sarebbe cessato, che giustizia sarebbe stata fatta “se solo Stalin fosse stato informato”!
Impossibile che il Piccolo Padre permettesse simili soprusi: la colpa era sicuramente dei quadri intermedi, dei corrotti traditori della causa. Il modo in cui Vyšinskij manipola e inganna il giovane collega è agghiacciante.
Ed è sempre una questione di manipolazione, di gestione delle informazioni: negli anni ’30 come negli anni ’90. Una scena de “Il mago del Cremlino” Una versione di Putin molto british In fondo anche Il mago del Cremlino racconta una storia di fake news (ai tempi di Stalin non si chiamavano così).
Per raccontare l’ascesa di Putin Giuliano Da Empoli inventa il personaggio di un “burattinaio”, un genio della truffa che nel libro e nel film si chiama Vadim Baranov (il cognome è volutamente ironico: è un cognome che in russo esiste ma “baran” vuol dire “montone”, il maschio della capra, e il tutto a orecchie russe suona un po’ comico). In realtà Da Empoli si è ispirato a Vladislav Surkov, uno strano personaggio (cantante rap, regista teatrale, scrittore, affarista) considerato uno degli spin doctors di Putin, uno degli uomini che lo hanno aiutato a costruire il suo potere.
Per la cronaca Surkov (a differenza del Baranov del film) è ancora vivo ma Putin lo ha “rimosso” dal suo entourage nel 2020, sinceramente non sappiamo cosa faccia oggi e come se la passi. Non è strano che un personaggio simile abbia incuriosito Carrère, che a un tizio non molto diverso – il famoso e famigerato Eduard Limonov – ha dedicato un libro e di recente un film.
Il film Limonov era se non altro diretto da un russo dissidente ed esule, Kirill Serebrennikov, lo stesso che ha poi girato il notevole La scomparsa di Josef Mengele anch’esso attualmente nei cinema. Ma Il mago del Cremlino ha lo stesso difetto di Limonov: non si possono vedere al cinema simili storie, così visceralmente russe, interpretate da attori che parlano in inglese.
Jude Law è bravissimo nel fingersi Putin, ma anche con dieci chili di trucco in faccia rimane troppo bello (Putin ne sarà lusingato) e troppo british. Anche Il mago del Cremlino, come Due procuratori, mette in scena un meccanismo psicologico elementare:
Baranov “crea” Putin sicuro di poterlo controllare e viene distrutto dalla sua creatura. Ma se Due procuratori ci trascina letteralmente nell’URSS degli anni ’30, ricostruita in Lettonia con una cura del dettaglio straordinaria da gente che sa il fatto suo (scenografie di Jurij Grigorovič e Aldis Meinerts: segnatevi questi nomi, un giorno vinceranno un Oscar), Il mago del Cremlino ci porta in un teatro di marionette, in una versione “nobile” del Bagaglino.
Con il primo film capirete molte cose dell’URSS di Stalin, con il secondo crederete di aver capito la Russia di Putin e non sarete nemmeno a pagina 1 di una storia terribile e terribilmente complessa. L'articolo Un mago e due procuratori per raccontare la Russia, ma il primo ha il sapore del Bagaglino proviene da Strisciarossa.