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Politica

Si scrive “Donroe” si legge imperialismo, ma la Ue resta ambigua sull’avventura venezuelana di Trump

Domenica 4 gennaio 2026 ore 19:22 Fonte: Strisciarossa

Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Si scrive “Donroe” si legge imperialismo, ma la Ue resta ambigua sull’avventura venezuelana di Trump generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

Il titolo suggerisce che il nome "Donroe" sia stato scelto per riferirsi all'imperialismo, ma la Ue rimane ambigua riguardo all'azione venezuelana di Trump, mentre la presidente della Commissione Ue non commenta la violazione della sovranità di Caracas, riconoscendo invece l'interpretazione di Meloni che vede in Maduro un leader che ha condotto una guerra ibrida.
Si scrive “Donroe” si legge imperialismo, ma la Ue resta ambigua sull’avventura venezuelana di Trump
Strisciarossa

Perché Donald Trump ha deciso la sua avventura in Venezuela? È la risposta a questa domanda, per niente semplice come appare a prima vista, che permette di valutare le risposte dell’Europa a quanto è accaduto nella notte di Caracas.

Come in un gioco di bambole russe il presidente americano ha presentato le ragioni della sua iniziativa su tre livelli, ognuno dei quali è contenuto in qualche modo negli altri. Il più superficiale, l’involucro esterno per così dire della matrioska, è la lotta al “terrorismo del narcotraffico”.

Il fatto che nessuno lo abbia preso sul serio (salvo l’eccezione che vedremo) non toglie che proprio questa sia stata l’unica autoproclamata base di legittimità dell’operazione. Era necessaria per la forma e anche per la sostanza della salvaguardia di un minimo di rispetto della prassi costituzionale nel rapporto con la Camera dei Rappresentanti e il Senato.

Non di guerra, che avrebbe avuto bisogno di un voto parlamentare, si trattava ma di un'”operazione speciale” (vi ricorda qualcosa?) di giustizia criminale. Vedremo nel prossimo futuro se la sottigliezza sarà bastata per evitare una crisi istituzionale.

A questo livello di mera facciata solo uno dei leader europei, tra Bruxelles e le capitali dell’Unione, è stato all’ipocrisia del gioco. Giorgia Meloni è l’unica che abbia avvalorato la tesi secondo cui il raid sarebbe stato ideato e attuato come risposta alla “guerra ibrida” che Maduro e il suo regime avrebbero messo in opera contro gli Stati Uniti con l’arma della cocaina e del Fentanyl.

Poiché non è così ingenua e non può esserle sfuggita la mole di argomenti e prove sull’inconsistenza di questa versione dei fatti, agitata da Trump solo a beneficio dei più sprovveduti dei suoi sostenitori, la dichiarazione di Meloni va giudicata per quello che è stata: un’ennesima, sgradevole prova di servaggio verso il padrone di Washington. Messa agli atti la finzione della “giustizia” che ha colpito un bandito, lo stesso Trump nella chilometrica conferenza stampa di Mar-a-Lago ha provveduto a illuminare la realtà concretissima del secondo involucro della bambola russa: il petrolio.

Con uno sconcertante linguaggio da potenza coloniale d’antan il capo della Casa Bianca ha chiarito che la messa fuori gioco del “criminale narcotrafficante” Maduro apre nel Venezuela l’era d’oro per le compagnie petrolifere americane che andranno a riprendersi ciò che era stato loro “rubato” con le nazionalizzazioni degli anni passati. Proprio come le colonie dei paesi occidentali prima della decolonizzazione, il paese liberato dalla dittatura e avviato verso un futuro prospero e “giusto” (mai l’americano ha usato le parole “democratico” e “democrazia”) beneficerà della ricchezza prodotta dai signori americani del petrolio che sapranno, loro sì, far fruttare il gigantesco lago di oro nero, il più ricco del mondo, che giace sotto il Venezuela, e sotto magari le terre rare che forse non mancano neppure qui, e aspetta solo di essere pompato e venduto.

Russi, cinesi, indiani e chi altri (magari gli iraniani no) non debbono preoccuparsi: quello che ricevevano per affinità politica e ideale con l’aborrito regime continueranno ad averlo pagando il giusto e senza doversi preoccupare di chi saranno le tasche in cui i loro denari, in dollari ovviamente, andranno a finire. Donald Trump e Giorgia Meloni alla Casa Bianca.

Foto di Hu Yousong, CHINE NOUVELLE/SFotogramma A questo secondo livello della narrazione di Trump possiamo ascrivere il grosso delle reazioni venute dagli europei, molto condizionate da una visione del futuro del Venezuela tutta economico-commerciale così come è stata prospettata dal tycoon americano. Esemplare quella della presidente della Commissione europea, la quale non ha speso una parola sul bombardamento di Caracas in piena notte con la morte di almeno quaranta civili e neppure sul rapimento di un uomo che, magari in virtù di illegalità ed elezioni contraffatte, era pur sempre il presidente del paese riconosciuto da gran parte della comunità internazionale, nonché di sua moglie.

Gli scrupoli di Ursula von der Leyen riguardano non quel che è accaduto ma quello che accadrà: il processo di normalizzazione – dice – dovrà assicurare una tranquilla transizione democratica. Trascurando lo stigma del suo parto violento, come se fosse possibile.

E qui veniamo al terzo livello del problema che l’avventura militare ordinata da Trump pone, o meglio: dovrebbe porre, alla comunità internazionale e all’opinione pubblica dei paesi del mondo, massimamente in Europa. Nelle reazioni almeno di questi primi giorni sembra mancare quasi del tutto la consapevolezza della gravità del vulnus che l’aggressione a freddo di un paese da parte di un altro rappresenta per l’ordine pacifico della comunità internazionale.

Una insensibilità che, solo per fare due esempi, ha caratterizzato le reazioni di due politici italiani come Matteo Renzi e Carlo Calenda (ma in altri paesi molti come loro): la scomparsa di scena di Maduro – hanno commentato – è un fatto positivo per i venezuelani e per il mondo intero a prescindere dal modo, sbagliato, in cui è stata orchestrata da Washington. Come se fosse possibile separare l’effetto dalla causa.

Si tratta di una insensibilità incomprensibile in un mondo politico che, soprattutto in Europa, è straordinariamente attento alla questione di principio della non violabilità dei confini e della sovranità degli stati e che proprio su queste basi ha fondato la sua forte solidarietà con l’Ucraina aggredita dalla Russia. La dottrina “Donroe” Eppure non si può proprio dire che Donald Trump abbia fatto mistero della sua volontà di considerare la sovranità (degli altri) in relazione subordinata agli interessi degli Stati Uniti, si tratti del Venezuela di Maduro, ma anche di Panama e del suo canale, della Groenlandia o persino del Canada.

Si tratti, insomma, del dominio su quell’emisfero occidentale (di cui la Groenlandia è la propaggine artica) che in modo ancora più aperto e arrogante del solito ha reclamato nelle sue esternazioni post-Caracas: una sorta di tutela imperiale, un “droit de regard” si sarebbe detto nel linguaggio diplomatico dei tempi coloniali. Un “diritto” che può essere esercitato, se necessario, con la violenza delle armi, ma anche con quella dell’intimidazione di stampo un po’ mafioso, esercizio che Trump non si è risparmiato inviando volgari minacce a “guardarsi il didietro” al presidente della Colombia e ai dirigenti di Cuba.

Qualcuno, anche nel seno dell’amministrazione di Washington e Trump stesso ricorrendo a un gioco di parole nella sua conferenza a Mar-a-Lago, ha parlato di resurrezione della dottrina Monroe. Con una grossa differenza, però: la dottrina proclamata nel 1823 dal quinto presidente degli Stati Uniti era volta a tutelare una reale indipendenza dagli stati europei, soprattutto dalla Spagna, dei paesi che andavano formandosi nell’America del sud, il “giardino di casa” degli americani di Washington mentre obiettivo della “Donroe”, crasi tra Monroe e Donald inventata dalla stampa amica del presidente, è l’esercizio di una mera egemonia del Grande Vicino del nord su tutte e due le Americhe.

Un tempo si chiamava in un modo più semplice e diretto: imperialismo. È qui la grande differenza tra l’America e l’Europa.

Molti sostengono che non è nata con l’avvento di Trump, né il primo né il secondo, alla Casa Bianca. Ma è certo che il cosiddetto decoupling delle posizioni e degli interessi tra le due sponde dell’Atlantico non è mai stato tanto chiaro e potenzialmente destabilizzante come adesso.

Anche se la subordinazione del principio della inviolabilità dei confini e della sovranità degli stati esistenti ad altri princìpi è un vizio nel quale anche gli europei si sono talvolta esercitati insieme con gli Stati Uniti come, nell’ambito della NATO, con la creazione del Kosovo indipendente, in nome della (sacrosanta) difesa dei diritti umani o nella lotta al terrorismo in Iraq o in Afghanistan. È un motivo in più per condannare con la necessaria fermezza l’avventurismo di Trump che rischia di riportare il mondo alla stagione delle sfere d’influenza, d’intesa con gli attuali dirigenti di Mosca e, verosimilmente, di Pechino.

L’Europa ha un’altra storia e dovrebbe esserle fedele senza opportunismi. L'articolo Si scrive “Donroe” si legge imperialismo, ma la Ue resta ambigua sull’avventura venezuelana di Trump proviene da Strisciarossa.

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