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“Inumana Canicola Padana”. L’etnografia digitale di Banadisa tra i fantasmi della pianura
Diego Franchini, nome d'arte "Banadisa", è un esploratore di confini. Il suo progetto musicale si muove sul sottile crinale tra biologico e digitale, tra le radici profonde del Nord-Est e le ritmiche dell'elettronica.
Il suo disco, “Inumana Canicola Padana”, è un'opera che dà voce a un corpo che vaga nelle campagne deserte. Ma Banadisa è anche un lavoro sulla lingua: un intreccio di idiomi dove il dialetto riacquista la sua potenza narrativa, diventando strumento per leggere la nostra storia.
Di questo cammino, e di come la musica -in questo caso peculiare tra folk e bit- possa diventare un'etnografia immaginaria, abbiamo parlato direttamente con lui. Il titolo del tuo album è tratto da una frase tratta dallo scritto “Racconti ritrovati del Po” dell’etnografo Roberto Roda, che parla di una terra che "pesa sul corpo e sullo spirito".
Quanto l'"Inumana Canicola Padana" è una metafora esistenziale e quanto invece è un commento critico sulla trasformazione e la fatica di vivere nella Pianura Padana contemporanea, con il suo sprawl e la sua "Terra Nullius" (come citato in "No tengo lugar y no tengo paisaje")? DF La domanda è molto interessante e sta facendo riflettere anche me.
Onestamente non mi sento di affermare che nelle scelte vi fosse un chiaro intento a muovere delle critiche dirette ad un certo modello di sviluppo urbanistico, verso cui ho certamente una posizione fortemente critica. Nel momento in cui ho deciso di scegliere "Inumana Canicola Padana" come titolo dell'album, nonché come titolo del brano di apertura, tale scelta è stata dettata esclusivamente dalla forza comunicativa che questa "frase manifesto" mi restituiva in senso esistenzialista: il focus concettuale dell'album è infatti la fatica esistenziale, la resistenza e il tentativo di vincerla o semplicemente di accoglierla; d'altro canto è pur vero che nei miei testi utilizzo il paesaggio e i suoi mutamenti come elemento narrativo.
Tutto ciò che influisce sulla natura, sui nostri ambienti, sul nostro clima finisce in un certo senso, indirettamente, quasi inconsciamente, nella mia scrittura, e dunque, seppur non esplicitamente, credo che le scelte che opero, ben consapevoli e ben calibrate, di immagini e parole veicolino indirettamente anche una riflessione su delle tematiche connesse al territorio. Non a caso il Polesine che tanto mi ispira è esattamente quello che si contrappone alla "capannopoli" del Nord-Est.
L'incipit del tuo lavoro parla di un animo provato dal "continuo stato di incertezza, in sospeso, che non ha un posto". In un momento storico di grandi crisi (climatiche, economiche, sociali), quanto si sente che questa incertezza personale riflette una più ampia crisi collettiva?
DF Contrariamente a quanto dovrebbe suggerirmi la mia forma mentis, avendo fatto studi sociologici durante il mio percorso universitario (sorride), faccio sempre un po' fatica ad esprimermi in senso generale. E non è per forza un bene.
La domanda che poni non ha una risposta facile, ma credo di non sbagliare nel dire che sì, la crisi collettiva è connessa alla crisi individuale e viceversa. È ormai un dato assodato che la crisi dei paradigmi sociali, politici, economici e lavorativi che hanno guidato, fino a non tanti anni fa, gli "schemi" attraverso cui gli individui (grossomodo) si muovevano e si adattavano, ha fatto saltare dei punti di riferimento fondamentali: qualcosa andrebbe sicuramente ridefinito, qualcos'altro andrebbe recuperato.
Con tutte le cautele del caso, in conclusione, mi sento di risponderti che sì, questo stato psico-emotivo di incertezza e smarrimento, di cui le canzoni parlano, credo possa trovare un suo sbocco anche in un ambito di riflessione più collettiva. Ci sarebbe davvero tanto da dire rispetto a questa società sempre più frammentata e individualista.
Mi limito in questo frangente ad augurarmi che le canzoni dell'album possano essere, anche in minima parte, veicolo di "empatia", un sentimento, a proposito di crisi collettiva, a cui dovremmo tutti essere educati o rieducati come antidoto all'indifferenza (in tal senso il genocidio palestinese in corso è sempre lì che ci parla). L'album giustappone lingue remote e lingue di casa (italiano, inglese, spagnolo, dialetto).
Questa "spinta al viaggio" nell'entroterra è un modo per superare la chiusura e l'isolamento del Polesine, o è un tentativo di rivelare che anche in un luogo apparentemente statico convivono storie cosmopolite? DF Credo che il Polesine sia molto meno chiuso "culturalmente" di come viene narrato.
E credo che l'isolamento paesaggistico di alcune sue parti sia anche la sua forza e il suo fascino più profondo. Rispetto al plurilinguismo presente nell'album: è un tentativo di affermarsi, di scampare all'omologazione e all'appiattimento dei gusti, degli stili, dei trend verso cui ci spinge questa globalizzazione.
È un tentativo di riscoprire le proprie origini, di tenerle vive, di tramandarle, ma di metterle anche in comunicazione con altri linguaggi, di contaminarle, di far coesistere la propria identità con altre identità. Brani come "Amòr" e "Quando cà te tornerè chì in Veneto da mi" usano il dialetto per esprimere l'abbandono e il calore incondizionato.
Perché, secondo te, il dialetto è la lingua più efficace? DF Il dialetto per me è innanzi tutto casa: è la lingua che ho imparato nella mia casa di campagna in Polesine, in mezzo ai genitori, nonni, zii, cugini e parenti, quindi in qualche modo è una lingua che mi ha fatto da "insegnante".
In dialetto si scherza, si litiga, si impartiscono istruzioni sul posto di lavoro. È schietto e immediato.
La forza sta nella sua espressività, che risulta essere così tanto evocativa, anche in semplici battute, perché porta con sé tutte quelle immagini che sono la nostra storia, le nostre esperienze, calate nei nostri ambienti, nei nostri territori, quelli che riconosciamo come domestici e quotidiani. È una comunicazione che passa dritta da anima ad anima. [caption id="attachment_233493" align="aligncenter" width="300"] La copertina dell'album[/caption] Il disco mescola "elettronica minimale fatta di beat, texture, field recordings" con "percussioni incessanti, colpi di calabash, floor tom e dun dun".
Qual è il significato di questo incontro tra "biologico e digitale"? DF Direi che la sintesi migliore potrebbe essere il rapporto tra "radici" e "futuro": il cuore della sperimentazione del mio atto compositivo credo stia tutta qui, ovvero nel tentativo di esplorare le proprie radici pur affacciandosi ad esplorare altre culture, e tentare delle coesistenze; spesso c'è bisogno di un lungo lavoro di produzione, per creare un insieme che abbia la sua armonia, la sua coerenza, ma alla fine è un processo che mi appaga.
Il tuo lavoro accoglie collaborazioni importanti (Anna Bassy, So Beast, C+C=Maxigross). La traccia "Letter to" parla di sostenersi a vicenda e di "curarsi".
Le collaborazioni in questo disco riflettono la necessità, in un contesto di solitudine e incertezza ("In principio, fuochi fatui"), di creare una rete di supporto e una comunità artistica e umana? DF Assolutamente sì.
La produzione dell'album è durata circa da gennaio 2022 fino a giugno 2025: in tutto questo lungo tempo il processo di produzione ha vissuto momenti difficili, legati più a delle mie difficoltà personali, che artistiche; includere tante persone e musicisti/e in questo percorso è stato terapeutico; indubbiamente ha portato valore artistico alle tracce, ma soprattutto tanto valore umano, che è la cosa che personalmente più mi porto dentro. © riproduzione riservata L'articolo “Inumana Canicola Padana”. L’etnografia digitale di Banadisa tra i fantasmi della pianura proviene da Altreconomia.