Martedì 17 febbraio 2026 ore 18:01

Politica

Consonni, dalla poesia all’urbanistica alla ricerca di una dimensione sociale

Sabato 14 febbraio 2026 ore 18:47 Fonte: Strisciarossa
Consonni, dalla poesia all’urbanistica alla ricerca di una dimensione sociale
Strisciarossa

Ha percorso in vita molte strade: intellettuale infaticabile e curioso, sospinto dal desiderio di sperimentare e di sperimentarsi, Giancarlo Consonni, morto venerdì 13 febbraio, ha sempre tentato nuove prove, nuovi linguaggi, una ricerca continua guidata dal rigore e dalla passione. Urbanista, docente universitario (era professore emerito al Politecnico di Milano), studioso e custode della memoria di un altro grande architetto e urbanista milanese, spesso dimenticato, Piero Bottoni (l’inventore del Monte Stella, la montagnetta di Milano eretta nel dopoguerra con le macerie dei bombardamenti, autore di tanti innovativi progetti di edilizia popolare), cui sicuramente lo legava il senso di una professione come misura di responsabilità civile, Giancarlo Consonni è stato anche poeta, artista visivo, saggista (nel campo proprio dell’urbanistica, ma anche in quello della letteratura), profondo analizzatore di Milano nel suo sviluppo storico fino all’attualità, critico nei confronti di una certa, mitizzata, modernità, negatrice di valori sociali ed estetici.

Polemista senza indulgenze, ma sempre pacato: nella scuola, nei convegni, sui giornali (anche sull’Unità, sulle riviste di Goffredo Fofi, nel sito di Arcipelago Milano, diretto da Luca Beltrami Gadola). Era nato a Merate, paese della Brianza lecchese, nel 1943.

A Merate e al dialetto di Merate si richiama una sua raccolta poetica, forse la più bella, di brevi composizioni, tratti di paesaggio e di vita. “Vus” è il titolo, come “Voce”, e come la poesia che il volumetto (pubblicato da Einaudi) reca in copertina:

“Pulver sulfer fén/ tèra tèpa légn…”. Lasciamo il dialetto:

“Polvere zolfo fieno/ terra muschio legno./ Dal pozzo dei corpi/ escono gli odori./ Un guscio di lumaca/ corre già/ sull’acqua del sentiero…”. Qui è la campagna collinare, di prati verdi, popolata di gelsi, di uccelli, di rane, colta nei momenti della sua trasformazione, che appare spesso come una dolorosa perdita.

Più in là compare la città (rinuncio ancora al dialetto): “Se mi piace/ fare il gruista?/ Rinascessi uccello/ voglio tornare qui./ Quegli omìni là in basso/ scalpitanti/ e io che bestemmio/ vicino a Dio”.

Lo sguardo sulla città, uno sguardo per leggerne la grandezza, la dimensione, e un altro per cogliere il sacrificio della gente, con un tratto di sdegno (la bestemmia) di fronte al tradimento di quello che riteneva un valore imprescindibile, la bellezza, e di fronte ai meccanismi, che da sempre contribuiscono ad offendere quel valore, come denunciava con impeccabile ironia. Siamo nell’ultima Milano, quella dell’anno appena chiuso:

“Orfani di ogni comunanza/ i grattacieli,/ come belle statuine,/ per darsi un contegno/ si aggrappano alla stravaganza” (citata da “Il verso di Milano”, fotografie di Lorenzo De Simone e poesie di diversi autori, a cura di Gino Cervi e dello stesso Giancarlo Consonni). Così affermava l’estraneità di tanta architettura di successo rispetto al contesto storico (ricordiamo la sua battaglia contro l’abbattimento di alcuni padiglioni della vecchia Fiera Campionaria) e così ne spiegava, in una dura lettura sociologica, il peccato originale: la rendita immobiliare “come impedimento… alla riconquista da parte dei cittadini del potere di decidere la città, come problema di giustizia sociale, a cominciare dalla necessità che ritorni alla società quella parte della rendita che non è il portato di attività imprenditoriale, ma che si configura come appropriazione di plusvalori economici frutto di investimenti pubblici e apporti collettivi” (“Non si salva il pianeta se non si salvano le città”, edito da Quodlibet).

Una lunga secolare storia, occasione di dibattiti, di progetti, di conflitti, che sembra ormai immersa nella nebbia di questi tempi, una lezione per chi vorrebbe definirsi riformista. Sono molti gli scritti che ci restano di Giancarlo Copnsonni, molte le raccolte poetiche.

La prima si intitola “Lumbardia” (editore Dispari), una rivelazione dell’attenzione o dell’amore per una terra di monti e di pianure, di laghi e di fiumi, cui ha dedicato anche un fondamentale saggio, scritto con la moglie, Graziella Tonon, per il volume einaudiano dedicato appunto alla Lombardia (nella collana Le Regioni). In quelle pagine ricorrono, tra i molti, i nomi di Carlo Cattaneo e di Carlo Emilio Gadda, che cito giusto a prova dell’ampiezza e della versatilità della sua cultura e di una concezione dell’urbanistica come momento d’equilibrio tra saperi diversi e sensibilità diverse, tra bisogni e speranze, sentimenti ai quali solo la letteratura può dare parola.

In questo senso una concezione radicalmente politica, come vorrebbe la nobiltà ideale della politica. Ancora andrebbe ricordato il suo gusto per la “pittura”: collage, disegni, tempere, geometrie, impressioni, segni grafici che potevano evocare la musica di Satie, Stravinskij, Bach, l’andare delle stagioni, il mutare di paesaggi e oggetti, i profili della Liguria.

Amava andare a Laigueglia e in alcune di quelle immagini, risultato di larghe fasce di colore, si ritrova quella natura tra mare e montagne, che forse Giancarlo aveva conosciuto ancora intatta. Di Giancarlo Consonni si potrebbe ricordare molto altro.

Si dovrebbe sempre ricordare il sorriso gentile. L'articolo Consonni, dalla poesia all’urbanistica alla ricerca di una dimensione sociale proviene da Strisciarossa.

Articoli simili