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Storia

Le 7 basiliche di Roma che i pellegrini dovevano visitare

Sabato 20 dicembre 2025 ore 20:27 Fonte: Storica National Geographic
Le 7 basiliche di Roma che i pellegrini dovevano visitare
Storica National Geographic

Nella sua bolla Antiquorum habet fida relatio (C’è adesione degna di fede da parte degli antichi) emanata il 22 febbraio 1300, papa Bonifacio VIII indisse il primo giubileo della Chiesa cattolica. In essa concedeva la remissione completa dei peccati a coloro che avessero visitato le basiliche di San Pietro e San Paolo fuori le mura, costruite sulle tombe dei due apostoli.

Nel giubileo del 1350, papa Clemente VI aggiunse a questi due templi la basilica di San Giovanni in Laterano (cattedrale della diocesi di Roma) e, nel giubileo del 1390, Urbano VI incluse anche la basilica di Santa Maria maggiore, la più antica chiesa dedicata alla vergine Maria. Queste quattro sono le basiliche dette maggiori, patriarcali o papali.

Accanto a queste ci sono altre tre basiliche giubilari minori: quelle di Santa croce in Gerusalemme, San Sebastiano fuori le mura e San Lorenzo fuori le mura. Il termine extramuros indica che i templi che si trovavano fuori dalle mura aureliane, chiamate così dall’imperatore Aureliano, che ne avviò la costruzione tra il 270 e il 275 per difendere Roma da possibili attacchi dei barbari.

La visita dei fedeli a questi templi, tutti dotati di una porta santa o porta giubilare, diede origine al percorso delle sette chiese, un itinerario di circa 25 chilometri che san Filippo Neri, dalla metà del XVI secolo, trasformò in una pratica processionale. San Giovanni in Laterano, la prima chiesa La discesa nei sotterranei di San Giovanni in Laterano trasporta i visitatori alle origini della basilica, costruita su terreni che erano appartenuti ai Plantii Laterani, un'antica famiglia patrizia che diede il nome al Laterano, la regione di Roma dove sorge il tempio.

Sotto di essa sono visibili i resti di abitazioni dell'epoca imperiale, demolite nel 193 per costruire la caserma degli equites singulares - le guardie del corpo imperiali - che erano al servizio di Massenzio. Dopo averlo sconfitto sul ponte Milvio, Costantino abolì quel corpo militare e cedette alla Chiesa i terreni dove si trovava.

Lì l'imperatore fece erigere la prima chiesa cristiana di nuova costruzione, motivo per cui la basilica del Laterano è definita «capo e madre di tutte le chiese della Città [Roma] e del mondo». Il tempio, a cinque navate e dedicato al Salvatore, fu consacrato nel 324.

Al suo interno, Costantino collocò le enormi porte di bronzo della Curia (l'edificio che aveva ospitato il Senato nel Foro Romano), che si trovano ancora nello stesso luogo. Fin dall'inizio, la basilica fu la cattedrale della diocesi di Roma, anche se la sua struttura originale è stata oggetto di successive ricostruzioni a seguito dei danni causati da un terremoto nel IX secolo -dopo il quale fu dedicata a San Giovanni Battista (e nel XII secolo anche a San Giovanni Evangelista) - e da due devastanti incendi nel XIV secolo.

Quando Francesco Borromini ne rifacque l'interno tra il 1646 e il 1650, conferendogli l'aspetto attuale, della basilica costantiniana non era rimasto quasi nulla; forse alcune figure nei mosaici dell'abside, davanti alla quale si trova l'altare, ricoperto da un ciborio gotico con due reliquiari d'argento che, secondo la tradizione, contengono le teste di San Pietro e San Paolo. Nel XVI secolo, Sisto V demolì il vicino palazzo del Laterano, dove avevano risieduto i pontefici fino al trasferimento del papato ad Avignone, e incaricò Domenico Fontana di costruire l'attuale palazzo.

Dall'antico palazzo, in pessime condizioni, Fontana trasferì in un nuovo edificio il Sancta Sanctorum, la cappella papale, e la Scala Santa, che era stata la principale scala cerimoniale del palazzo, ma che verso l'VIII-IX secolo iniziò ad essere identificata popolarmente come quella del palazzo di Ponzio Pilato, su cui salì Gesù e che sant'Elena, madre di Costantino, avrebbe portato da Gerusalemme. Accanto alla basilica, Costantino fece costruire un battistero che in origine conteneva una piscina, poiché il battesimo avveniva per immersione e non per aspersione, come avviene oggi nella Chiesa cattolica; forse adattò a questo scopo le terme della Casa di Fausta, la residenza di sua moglie, che si trovava in quel luogo.

L'attuale edificio ottagonale fu costruito da papa Sisto III (432-440), solo la cappella di San Giovanni Evangelista conserva la forma originale e i mosaici del V secolo. Santa Maria Maggiore, la grande chiesa dedicata alla Vergine La leggenda narra che, nell'anno 358, il patrizio Giovanni e sua moglie, così come il papa Liberio, ebbero una visione: la Vergine disse loro che dovevano costruire una chiesa nel luogo in cui avrebbe nevicato la notte del 5 agosto.

Quel giorno il colle dell'Esquilino si svegliò ricoperto da una nevicata e Liberio tracciò sulla neve, con il suo bastone, il perimetro del futuro tempio. Da qui deriva la dedicazione ad nives della chiesa:

Santa Maria della Neve, come è anche conosciuta Santa Maria Maggiore, che deve questo nome al fatto di essere la più grande delle ottanta chiese romane dedicate alla Vergine. È probabile che la leggenda del miracolo sia il riflesso della cristianizzazione da parte di Liberio di una basilica profana che sorgeva sul monte Esquilino.

In ogni caso, il tempio attuale risale al V secolo ed è dovuto a papa Sisto III, che lo dedicò alla Vergine. Santa Maria Maggiore fu fondata subito dopo il concilio di Efeso del 431, che confermò la credenza che Maria fosse veramente la madre di Dio (non solo la madre di Gesù come essere umano, ma anche quella di Cristo nella sua dimensione divina).

La basilica fu quindi la prima grande chiesa mariana di Roma. Risalgono al periodo della sua fondazione gli eccezionali pannelli musivi sotto le finestre della navata centrale, con scene dell'Antico Testamento, così come i mosaici del fastoso arco trionfale che precede l'altare maggiore, con scene della vita della Vergine e di Gesù Bambino.

Nel XIII secolo fu aggiunta alla chiesa una nuova abside, anch'essa decorata con mosaici: una spettacolare rappresentazione della Vergine Maria incoronata da Gesù, opera di Jacopo Torriti. La facciata attuale risale al XVIII secolo, ma fu costruita rispettando altri mosaici: quelli di Filipo Rusutti, del XIV secolo, che raffiguravano la miracolosa nevicata.

Sebbene nei suoi quasi 1.600 anni di storia la basilica abbia subito diversi cambiamenti, ha mantenuto intatta la sua struttura originale, con tre navate separate da 40 colonne di marmo cipollino o di Caristo provenienti da antichi edifici pagani. Secondo la tradizione, il fastoso soffitto a cassettoni rinascimentale, progettato da Giuliano e Antonio da Sangallo, fu dorato con il primo oro portato da Colombo dall'America e donato dai Re Cattolici a papa Alessandro VI.

Le cappelle gemelle alle estremità del transetto, di epoca moderna, furono costruite per ospitare le reliquie più importanti custodite dalla basilica. A destra si trova la Cappella Sistina, del XVI secolo, costruita da Sisto V per ospitare la Sacra Culla, che alla fine sarebbe stata collocata nella cripta.

A sinistra si trova la Cappella Paolina o Borghese, del XVII secolo, costruita da Paolo V per ospitare la più famosa e venerata icona mariana: la Salus populi romani, “Protettrice del popolo romano”. La tradizione attribuisce questa immagine a San Luca, evangelista e patrono dei pittori.

In realtà, si tratta di un'icona bizantina su tavola che raffigura la Vergine con il Bambino. Sarebbe giunta a Roma al tempo di Gregorio I, che nel 590 la depositò nella basilica al termine di una processione di tre giorni per invocare la protezione divina contro un'epidemia di peste.

L'altra grande reliquia della basilica è la Sacra Culla: consiste in cinque frammenti di legno che, secondo la leggenda, facevano parte della mangiatoia dove fu deposto Gesù alla nascita e che sono conservati in un reliquiario di cristallo di rocca, argento e oro. La tradizione fa risalire l'arrivo della reliquia all'epoca di papa Teodoro I (originario di Gerusalemme), nel VII secolo.

Durante la costruzione della basilica, papa Sisto III fece costruire una grotta della Natività simile a quella di Betlemme, il che rese la basilica nota come Sancta Maria ad Praesepem (Santa Maria del Presepe), e lì doveva essere conservata la reliquia in un primo momento. Oggi è conservata nella confessio, uno spazio di culto situato sotto l'altare maggiore che fu ricostruito nel XIX secolo da papa Pio IX, così devoto a questa reliquia che il suo successore Leone XIII lo fece raffigurare inginocchiato, in preghiera davanti ad essa.

San Paolo fuori le Mura, costruita sulla tomba di Paolo di Tarso Paolo di Tarso conobbe Gesù solo attraverso le sue visioni, ma si considerava uno dei suoi apostoli; infatti, la sua predicazione portò all'espansione del cristianesimo al di là dell'ambito ebraico. Secondo testimonianze attendibili, ai tempi di Nerone morì decapitato a Roma (non poteva essere crocifisso, dato che era cittadino romano) e fu sepolto vicino alla via Ostiense.

La sua tomba fu oggetto di culto, il che - come nel caso della tomba di San Pietro - avrebbe favorito la diffusione della sua ubicazione. Su quella tomba Costantino fece costruire la basilica di San Paolo fuori le Mura, a tre navate, consacrata nel 324 da papa Silvestro I; le spoglie di San Paolo furono collocate sotto l'altare, in un'urna di rame.

Data la continua affluenza di pellegrini alla tomba, nel IV secolo gli imperatori Teodosio I, Arcadio e Valentiniano II ampliarono la basilica, che cambiò orientamento e passò ad avere 5 navate. Nel luglio 1823, un terribile incendio lasciò in piedi ben poco della basilica (si salvò in gran parte lo straordinario ciborio di Arnolfo di Cambio, del XIII secolo).

Il tempio attuale, consacrato nel 1854, è una ricostruzione; sulle sue pareti furono disposti medaglioni con l'effigie di tutti i papi, lasciando spazio per i futuri pontefici. Nel 2006, sotto una lastra con la scritta Paulo apostolo mart[yri], è stato trovato un sarcofago di marmo che forse era quello di Paolo, sul quale erano stati costruiti i successivi altari.

La sonda introdotta al suo interno ha rivelato resti ossei e vestiti di una persona vissuta tra il I e il II secolo. Per lasciarlo in vista, fu aperta una finestra sotto l'altare maggiore.

San Lorenzo fuori le Mura Secondo la tradizione, il diacono di origine spagnola Lorenzo (terzo patrono della città di Roma, insieme a San Pietro e San Paolo) fu bruciato vivo su una graticola nel 258, durante la persecuzione scatenata dall'imperatore Valeriano. Nel IV secolo, Costantino fece costruire un martyrium (un santuario dedicato ai martiri) sul luogo della sua sepoltura, sulla via Tiburtina.

Nel V secolo, papa Sisto III (che fece costruire Santa Maria Maggiore) fece costruire una basilica intorno alla tomba, e parte di questo tempio fu integrato in una nuova chiesa eretta da papa Pelagio II nel VI secolo, quando portò a Roma da Costantinopoli il corpo di Santo Stefano, che fu sepolto insieme a San Lorenzo nella confessio (la cripta sotto l'altare maggiore), dove fu trasferito anche il corpo di San Giustino martire. Nel XIII secolo, la basilica fu ampliata e rinnovata da papa Onorio III, e rimase tale fino a quando una bomba alleata distrusse nel 1943 la sua parte frontale, che dovette essere ricostruita.

Santa Croce a Gerusalemme Verso il 326, la madre di Costantino, Elena, si recò in pellegrinaggio a Gerusalemme, dove presumibilmente individuò diversi luoghi della passione di Cristo, compresa la sua tomba. Qui trovò la Vera Croce, i cui frammenti portò a Roma insieme ad altre reliquie della Passione.

Elena (che sarebbe stata beatificata) trasformò parte della sua residenza imperiale romana in una cappella destinata ad ospitare la Vera Croce e le altre reliquie. Morì intorno al 328 e Costantino fece erigere una basilica nel luogo in cui si trovava la cappella; in essa sarebbe stata depositata la terra del Calvario portata insieme alle reliquie, il che avrebbe dato origine al nome “in Gerusalemme” della nuova basilica.

La cappella di Elena, incorporata nella nuova costruzione, si trova sotto l'attuale pavimentazione. Il tempio fu restaurato nell'VIII, XII (quando fu ampliato in stile romanico e fu costruito il campanile) e XV secolo.

Fu allora, nel 1492, che fu trovata una piastrella con l'iscrizione Titulus crucis (Titolo della croce). Questo è il nome del testo che fu posto sulla croce di Gesù con la causa della condanna a morte: «Gesù Nazareno, re dei Giudei» (il che implicava la ribellione contro Roma).

Secondo il Vangelo di Giovanni, era scritto in ebraico, greco e latino. Dietro la tegola c'era una nicchia e, al suo interno, una scatola di piombo con un pezzo di legno che conteneva parte del Titulus crucis in quelle tre lingue, la cui autenticità è stata (e continua ad essere) oggetto di dibattito.

San Sebastiano fuori le mura La leggenda narra che San Sebastiano fosse un ufficiale pretoriano convertitosi al cristianesimo, che fu trafitto da frecce e poi flagellato a morte; il suo corpo, gettato in una fogna, fu recuperato e poi sepolto in alcune catacombe lungo la via Appia che avrebbero poi preso il suo nome. In realtà, si sa poco di lui.

Fu martirizzato sotto l'imperatore Diocleziano (284-305) e le sue spoglie furono deposte in alcune catacombe sulle quali fu costruita una chiesa nel IV secolo. All'inizio, questa non portava il suo nome: era chiamata Basilica Apostolorum, la basilica degli apostoli, perché, secondo la tradizione, i corpi di San Pietro e San Paolo erano stati portati in quelle catacombe nel III secolo, per evitare la loro profanazione in un'epoca di persecuzioni.

A loro volta, le reliquie di San Sebastiano sarebbero state trasferite in Vaticano nel IX secolo per paura di una razzia musulmana. La chiesa attuale sostituì quella originale nel XVII secolo.

Nella cappella delle Reliquie sono conservate le impronte di Gesù sulla pietra su cui apparve a Pietro quando questi abbandonò Roma per paura delle persecuzioni, così come una delle frecce che ferirono San Sebastiano e la colonna a cui il santo fu legato durante il supplizio. Ma forse il tesoro più notevole della basilica è il busto del Salvatore scolpito dal Bernini - la sua ultima opera - e salvato dall'oblio nel 2001.

Questo articolo appartiene al numero 203 della rivista Storica National Geographic.

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