Politica
Renee Nicole Good assassinata due volte: la prima dagli sbirri dell’ICE e la seconda da Trump
Una cosa è certa: dovesse Stanley Kubrick tornare miracolosamente in vita e, di nuovo tra noi, desiderasse, oggi, ai tempi di Donald Trump, riprendere il filo della sua satira contro un potere intrinsecamente violento, sceglierebbe stavolta, non la strada della “fiction” – quella che, nel suo primo passaggio su questa terra, lo consacrò come uno dei più grandi registi di tutti i tempi – ma quella, molto più diretta, del documentario. Nessun bisogno di sceneggiature.
Niente “Dr Strangelove”. Nessuna necessità di reclutare grandi attori come Peter Sellers (multiplo e magnifico protagonista del film), Sterling Hayden, James Earl Jones o Slim Pickens (quello che nell’ultima, memorabile ultima scena, nei panni del maggiore King (detto “King Kong”) entusiasticamente “cavalca”, come un cowboy in un rodeo, la bomba atomica in caduta verso l’apocalisse nucleare.
E, soprattutto, nessun bisogno di metafore, nessuna necessità, di scavare, analizzare, scoprire, smascherare, inventare o satireggiare forzando la realtà. Nell’America di Donald Trump la violenza del potere è, non solo alla luce del sole, ma pubblicamente esibita come una virtù – anzi, come la più americana delle virtù – in una lugubre, caricaturale aura di patriottico eroismo.
Nemmeno d’un classico “Ciack, si gira!” Kubrick avrebbe bisogno. Perché, per cogliere l’essenza dell’America di Donald Trump, basta, in effetti, schiacciare il bottone della cinepresa.
Basta, anzi, avere a portata di mano un cellulare. Basta leggere quel che Trump scrive.
Basta ascoltare quel che Trump dice e quel che i suoi cortigiani pedissequamente ripetono. E, ancor più, basta osservare come lo dicono.
Questo – in quella che, a conti fatti, non è che una definitiva conferma – è ciò che ci racconta la nuda cronaca di quanto è accaduto mercoledì 14 gennaio a Minneapolis, dove una donna di 37 anni, madre di tre bambini, è stata assassinata – di fatto a sangue freddo – da un agente del ICE (Immigration and Custom Enforcement), la polizia di frontiera da Trump trasformata, nella prospettiva d’una generalizzata “caccia all’immigrato”, nella più numerosa e meglio finanziata forza d’ordine (o di disordine) d’America. (Giusto per rinfrescare la memoria: il famoso e mastodontico BBBA, il Big Beautifull Biil Act da Trump lanciato la scorsa estate, ha previsto stanziamenti extra in favore del ICE, per una somma pari a qualcosa come 150 miliardi di dollari). La polizia ICE ha fondi infiniti e agenti incoraggiati a violare la Costituzione Ricchissima, elefantiaca, rigonfiata da forme di reclutamento che, a quanto pare, non vanno molto per il sottile (i nuovi agenti non passano per il filtro d’alcun tipo di addestramento) e, soprattutto, libera d’agire – sguinzagliando ovunque, nel nome d’una “emergenza” che non esiste, agenti mascherati come banditi ed autorizzati, anzi, incoraggiati a violare a piacimento il famoso articolo 4 della Costituzione (quello che proibisce, in assenza di un motivato mandato del potere giudiziario, “perquisizioni e sequestri irragionevoli”).
Questa è l’ICE, ormai da mesi impegnata, armi alla mano e volto coperto, in eroiche azioni ovunque vi sia la sospetta presenza di imbianchini, manovali agricoli, idraulici, muratori illegalmente (o anche legalmente, poco importa se hanno “nomi stranieri” e la pelle non bianca) presenti negli Stati Uniti d’America. Tutta gente pericolosa.
Gente che, giusto per citare una molto reiterata espressione di Donald Trump, va “avvelenando il sangue della Nazione”. La donna assassinata a Minneapolis – ad appena un paio di chilometri dal luogo dove, molti lo ricorderanno, il 25 maggio del 2020 George Floyd venne strangolato da un agente di polizia – non era, in realtà, né un imbianchino né un muratore.
Era, dalla nascita, una cittadina americana. E non era neppure di pelle nera – cosa di per sé fonte del peggior sospetto – come George Floyd.
Le cronache ci dicono che si chiamava Renee Nicole Good, era vedova d’un veterano militare e come detto, era madre di tre figli. S’era da poco trasferita a Minneapolis dove viveva – dopo aver scoperto, o “liberato”, la sua omosessualità – insieme ad una compagna e a uno dei suoi figli, Roger di sei anni – giusto nel quartiere dove è stata assassinata.
E, per quel che si sa, forse neppure stava partecipando alla indignata, ma del tutto pacifica protesta con la quale – in sintonia con quanto accade quasi ovunque, a Minneapolis ed in tutte le metropoli dove l’ICE va esercitando la sua caccia all’uomo – i locali avevano ricevuto gli agenti mascherati di quella che, con ben più d’una buona ragione, molti chiamano la “Gestapo di Trump”. Ecco chi era la vittima Renee Nicole Good Chi era dunque, Renee Nicole Good?
Nei suoi profili social, Renee descrive se stessa come “una poetessa, una scrittrice, una mamma ed una moglie”. E i suoi post, quando non sono dedicati, con tanto di foto, all’amore per i suoi figli, parlano di tatuaggi, pettinature e decorazioni casalinghe.
A Renee, piaceva scrivere e, pare, lo facesse piuttosto bene, con stile e delicatezza. Giusto ieri, Brian O. Hempill, il rettore della Old Dominion University dove, in Virginia, Renee s’era anni fa laureata in “creative writing”, l’ha ricordata con queste parole:
“Per noi, Renee resta il simbolo di quel che ci unisce: libertà, amore e pace”. Questa era, in vita, Renee Nicole Good.
Ed una serie di video ci raccontano con inequivocabile chiarezza, e dalle più diverse angolature, come è morta. Renee era nella sua auto, ferma, di traverso sulla strada innevata.
Quando è sopraggiunta una camionetta dell’ICE, alcuni agenti mascherati sono scesi ed hanno cominciato, senza identificarsi, ad impartire ordini contradditori, invitandola, armi alla mano, prima a sgomberare il cammino e, al tempo stesso, a scendere dall’auto. Uno degli agenti si è quindi avvicinato all’auto cercando di aprire la portiera.
Ed è a questo punto che Renee si è mossa per allontanarsi. Lo ha fatto – i video sono chiarissimi – con l’ovvia di intenzione di andarsene (la direzione del veicolo e la posizione delle ruote anteriori non lasciano dubbi in proposito).
L’idea che stesse cercando di investire uno degli agenti è, alla luce delle immagini, semplicemente ridicola. E più che evidente è il fatto che in nessun momento la incolumità degli agenti è stata in pericolo.
Il che non ha impedito che uno di loro sparasse contro di lei a bruciapelo, ammazzandola, almeno due colpi di pistola. Dopodiché l’auto, rimasta senza guida, è andata a sbattere contro un altro veicolo in sosta poco distante.
Questo dicono le immagini. Ed ecco quello che ha invece detto l’attuale segretaria del U.S. Department of Homeland Security (l’equivalente del nostro Ministero degli Interni) che dell’ICE è di fatto la comandante in capo.
Stiamo parlando di Kristi Noem. Sì, sempre lei, la stessa Kristi Noem che, solo qualche mese fa, al termine di una missione aerea in Salvador a spese del contribuente, s’è orgogliosamente messa in posa, per una splendida foto ricordo, di fronte alle sovraffollate gabbie (veri e propri pollai) del CECOT – un carcere dal quale, come ama ripetere il suo creatore, il presidente del Salvador Nayib Bukele, “non si esce vivi” – dove l’ICE aveva giusto spedito alcune centinaia di immigrati venezuelani.
Didascalia della foto: “Se entrate illegalmente negli Usa è qui che finirete i vostri giorni”.
Ed è,ovviamente, anche la stessa Kristi Noem che nella sua autobiografia si è tempo fa vantata d’avere “giustiziato”, in una cava di ghiaia vicino a casa, un cucciolo di spinone tedesco, Crikhet, colpevole d’averle, per “indisciplina”, rovinato una battuta di caccia (stessa sorte sarebbe toccata, poco più tardi, anche ad una capretta, la cui colpa era quella di “puzzare come una capra”). La malvagità di Kristi Noem, ministra degli Interni Kristi Noem, Segretaria della sicurezza interna del governo Usa Non si scherza con Kristi Noem.
E, senza scherzare, solo poche ore dopo gli avvenimenti, Kristi ha tenuto una conferenza stampa in Texas – ove si trovava, presumibilmente, per dirigere altri raid armati e mascherati – nella quale ha sentenziato che Renee Nicole Good, era colpevole di un atto di “terrorismo domestico”, e che aveva tentato di assassinare, investendolo con la sua auto, l’agente dell’ICE che, per salvar la sua vita, s’è visto costretto a spararle, uccidendola. Per l’occasione Kristi, circondata da miliziani in tuta mimetica e dal feroce sguardo, indossava, calcato fino alle sopracciglia, un enorme cappello da cowboy.
Dettaglio questo che – già lo avrete capito – ha risvegliato la memoria di Kubrick, di Strangelove e della finale cavalcata del maggiore King (Kong). Subito dopo ha detto la sua anche il gran capo del culto.
E vale la pena – per coglierne appieno l’infamia – riportare per intero, nella sua parte essenziale, il testo del post da lui pubblicato su TruthSocial, il suo social personale. “Ho appena visto il video dell’evento che ha avuto luogo a Minneapolis – ha scritto il 47esimo presidente degli Stati Uniti d’America –.
La donna che gridava era, ovviamente, una agitatrice professionale e la donna che guidava l’auto era molto disordinatamente, ostruendo e resistendo (traduzione letterale della prosa trumpiana che, notoriamente, vanta un molto problematico rapporto con la sintassi n.d.r), la quale ha quindi violentemente, volontariamente e viziosamente investito un agente che sembra averle sparato per autodifesa. Stando al video è difficile credere che sia ancora vivo (frottole, nel video l’agente in questione si vede, assolutamente illeso, camminare agilmente sulle sue gambe n.d.r.), ma adesso sta recuperando in ospedale… La ragione per la quale questi fatti accadono è perché la sinistra radicale sta minacciando, aggredendo e mettendo nel mirino le forze dell’ordine e gli agenti dell’ICE…”.
Trump al NYT: “La mia visione del potere limitata solo dalla mia moralità” Questo ha scritto Donald Trump sul suo social.
E questo il presidente ha ripetuto ieri, parlando dell’accaduto, in una lunga intervista (due ore di dialogo con quattro giornalisti) che, pubblicata oggi dal New York Times, affrontava ovviamente – dal Venezuela, all’Ucraina, al Medio Oriente – molti altri argomenti (particolarmente interessante quello relativo alla corruzione, ovvero, agli “affari di famiglia” che Trump, in tutta tranquillità mescola con la politica presidenziale e che nell’intervista rivendica come un suo divino diritto). Un ampio excursus, il cui senso ultimo il quotidiano della Grande Mela ha poi riassunto in un titolo significativo ed inquietante:
“Trump Lays Out a Vision of Power Restrained Only by ‘My Own Morality”. Trump – recita quel titolo – definisce una visione del potere limitata solo dalla ‘mia moralità’.
Lui è il Bene e lui decide quel che è il Male. Lui è la Verità.
Ed è partendo da qui che, ieri, Donald ha assassinato per la seconda volta, descrivendola come una terrorista assassina, Renee Nicole Good, “poetessa, scrittrice, mamma e moglie”, nella cui vita nessuno è fin qui riuscito trovare, non solo una traccia di violenza o un pensiero sovversivo, ma anche soltanto una cattiva parola, un gesto di stizza. E lo ha fatto, Donald J. Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, non al buio, ma dopo aver esaminato diversi video che dimostravano, senza possibilità d’equivoco, l’esatto contrario.
Che dire? Non è ovviamente la prima volta che, negli Usa o in qualsivoglia altro angolo del mondo, un innocente viene assassinato dalle forze dell’ordine.
Ma è probabilmente la prima volta che il presidente di una Nazione infierisce con una tanto grossolana sfacciataggine, esibendo prove che in realtà lo smentiscono in ogni dettaglio, sul cadavere della vittima. La prima cosa, il primo ricordo, che balza alla mente, leggendo Donald Trump, è la celeberrima visione del potere – di fatto lo slogan del partito al governo in Oceania – riportata nel “1984” di George Orwell:
“War is peace, slavery is freedom, ignorance is strenght”. La guerra è pace, la schiavitù è libertà, l’ignoranza è forza.
E, verrebbe da aggiungere, l’omicidio è vita. Ma forse non è il caso, trattandosi di Donald Trump, di far ricorso a memorie letterarie.
Meglio tornare a ricordare, scendendo a livelli più consoni al personaggio, le parole con le quali, in una delle email recentemente rese pubbliche (e da StrisciaRossa già riportate) uno dei “grandi cattivi” delle cronache politiche degli ultimi decenni, il pedofilo e trafficante sessuale Jeffrey Epstein, morto suicida (o suicidato) in carcere nell’agosto del 2019, descrive Donald Trump (che pure fu, per molto tempo, un suo intimo amico): “Nella mia vita – scrive Epstein – ho conosciuto molta gente malvagia.
Ma nessuno malvagio come Donald Trump. Donald Trump non ha, nel suo corpo, una sola cellula di decenza”.
Questo è l’uomo che, ieri, ha assassinato per la seconda volta Renee Nicole Good. Questo è l’uomo che oggi, limitato sollo dalla “sua moralità”, siede sul più alto e poderoso scranno del pianeta Terra.
E questo – tornando a Kubrick – è quello che stiamo tutti guardando: non una metafora, non la trasfigurazione d’un genio del cinema e della satira, ma un documentario. O – più semplicemente e senza filtri – la realtà.
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