Politica
Il Medioevo e le radici della nostra ansia ecologica
Anche in Italia sui mass media e nel discorso pubblico, ogni passo indietro, vero o presunto, rispetto a scelte considerate in linea con il progresso viene accusato di “ritorno al Medioevo”, in senso denigratorio. È un luogo comune tanto consolidato quanto privo di fondamento.
Così non di rado anche la scarsa sensibilità nei confronti della tutela dell’ambiente viene etichettata come una tendenza a retrocedere verso i presunti “secoli bui” dell’Età di mezzo. Tuttavia i fan dello stereotipo negativo “medievale” dovrebbero riflettere prima di affibbiarlo alle odierne politiche che snobbano l’ambientalismo.
Perché in realtà le radici della nostra coscienza e incoscienza ecologista affondano proprio in quei dieci secoli. Un libro di Michele Campopiano È una a circostanza cui si è dedicato Michele Campopiano, professore di storia medievale all’Università di Catania, che studia, tra l’altro, il rapporto tra esseri umani e natura nel Medioevo.
La sua riflessione è diventata un libro, Storia dell’ambiente nel Medioevo. Natura, società, cultura, edito da Carocci.
In particolare, lo storico si dedica al modo in cui gli esseri umani hanno trasformato l’ecosistema nel corso degli oltre mille anni (476-1492) che, convenzionalmente, racchiudono la periodizzazione dell’Evo di mezzo. Inoltre si chiede se è stata creata una coscienza ecologica nel Medioevo, intesa come la comprensione del fatto che l’essere umano ha responsabilità verso l’ambiente e che le sue azioni possono causare reazioni anche catastrofiche.
Infine si domanda se sono state cercate risposte ai disastri ambientali attraverso strumenti concettuali, politici e amministrativi. Ebbene, la risposta che Campopiano dà a tutti questi quesiti è “Sì”.
Il Medioevo offre esempi molto interessanti del modo in cui questa consapevolezza si sia generata molto precocemente. Anche perché c’era già una notevole capacità di trasformare il mondo circostante.
Per esempio, pur non avendo la tecnologia di oggi, le società medievali riuscivano, attraverso il lavoro associato, a deviare fiumi, bonificare paludi, disboscare intere foreste. In parallelo, nel corso dei secoli, si comprese che disboscare, dissodare e bonificare non aveva solo lati positivi, poteva pure creare squilibri idrogeologici.
Per tale motivo, per esempio, gli statuti delle città italiane cercarono di gestire queste trasformazioni per rispondere ai rischi dovuti alle catastrofi naturali e ai disastri causati anche dall’azione umana. I rischi per l’inquinamento già presenti nelle Costituzioni melfitane di Federico II Non per caso, c’era persino consapevolezza dei rischi legati a quello che oggi chiameremmo inquinamento.
Ad esempio, nelle Costituzioni melfitane (1231) volute da Federico II di Svevia si trovano richiami alla necessità di mantenere l’aria pulita, allontanando la macerazione e la lavorazione della canapa dai centri abitati. Questo dimostra come già allora si stessero capendo la complessità del rapporto tra essere umano e ambiente e la necessità di gestirlo con cautela, iniziando a porsi il problema del modo con cui evitare che le trasformazioni umane si ritorcessero contro le persone.
Tutto ciò rivela una sensibilità che, suggerisce Campopiano, oggi bisognerebbe riprendere. Siamo in grado di recuperare quella sensibilità?
In effetti, nel XXI secolo, il dibattito pubblico da un lato è attento alla nostra precaria relazione con l’ambiente; dall’altro, risente del negazionismo nei confronti delle emergenze ecologiche (basti pensare alla posizioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che nega il surriscaldamento globale). Viviamo in un’epoca in cui la consapevolezza della nostra precarietà ecologica è resa evidente da innumerevoli dati scientificamente inequivocabili.
Eppure questa consapevolezza sembra paralizzata di fronte all’inerzia politica, agli interessi economici e alla difficoltà di tradurre la conoscenza scientifica in azioni efficaci; come dimostrano i deludenti risultati della recente Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2025 (COP 30), svolta in Brasile. Questo stato di crisi permanente è un dato storico consolidato.
Tanto che ha spinto gli storici – in questo caso Campopiano – a cercare anche le radici della nostra mentalità ecologica. Una domanda è questa: quando abbiamo iniziato a considerarci separati dalla natura e autorizzati a sfruttarla?
Nella storiografia contemporanea per oltre mezzo secolo il dibattito è stato dominato da una risposta potente e controversa: quella del medievista statunitense Lynn White (1907-1987). Già nel 1967 ha sostenuto che le radici storiche della nostra crisi ecologica non andavano cercate nella Rivoluzione industriale, ma nel Medioevo.
Secondo lui, è stato l’antropocentrismo dell’eredità giudaico-cristiana, formalizzato nel comando biblico della Genesi (1,26) – l’uomo “domini” su tutti gli animali – a fornire la licenza ideologica per un atteggiamento che resiste ancora oggi: quello di “sfruttamento e dominio” nei confronti dell’ambiente. Le menti medievali esprimevano una grande diversità di idee Ebbene, Campopiano col suo libro interviene per superare la tesi monolitica di White.
Il libro si inserisce nel dibattito sulla crisi ecologica in una prospettiva di “lunga durata”. L’obiettivo non è assolvere il Medioevo, né negare l’esistenza di una spinta al dominio.
Consiste, piuttosto, nel dimostrare che la realtà era assai più complessa, contraddittoria e dinamica. L’autore si allontana dalla «retorica trionfalista della ”conquista della natura”», che per decenni ha interpretato disboscamenti e bonifiche unicamente come segni di progresso economico.
Al contrario, Campopiano indaga la diversità di idee che animava le menti medievali. Emerge una dialettica costante, una «relazione complessa e delicata tra cura e dominio» nel corso del millennio medievale.
Citando la geografa e storica dell’ambiente statunitense Clarence Glacken (1909-1989), l’autore ricorda che il pensiero cristiano non fu solo “dominio”, ma anche “custodia”: l’essere umano come collaboratore delle potenze creative della natura. Nella stessa Regola di San Benedetto, e ancor più nella sua ripresa cistercense, le «migliorie apportate in terre deserte diventavano per i monaci strumento di perfezione spirituale».
In questa ambivalenza, la cura diventa dominio; la perfezione spirituale si traduce in colonizzazione. Attraverso un approccio interdisciplinare che fonde la storia ambientale con la storia della filosofia e delle mentalità, Campopiano offre un ritratto sfaccettato di un millennio in cui l’Europa ha trasformato radicalmente il proprio paesaggio e, nel farlo, ha dovuto inventare il concetto stesso di “Natura”.
Se i primi capitoli definiscono la base di riferimento concettuale, il capitolo 3, “La trasformazione dell’ambiente”, è il perno del libro. È qui che Campopiano descrive ciò che potremmo definire, con un anacronismo consapevole, il primo “Antropocene” medievale.
È l’epoca della “conquista del suolo”, dei grandi disboscamenti, delle bonifiche e della canalizzazione su vasta scala. Lo storico individua il motore primario nel cambiamento dei rapporti sociali, con l’affermazione della “signoria territoriale” a partire dal X secolo.
La trasformazione dell’ambiente è, prima di tutto, una manifestazione di potere, di «dominio su terre, animali ed esseri umani». La capacità di imporre corvée per la costruzione di canali o di esigere nuovi fitti spingeva i contadini a mettere a coltura nuove terre.
Questa trasformazione fisica richiese una potente sovrastruttura ideologica. Campopiano la riassume nella triade “Colonizzazione, conversione e ‘civilizzazione'”.
L’incolto (foreste, paludi, brughiere), che per le comunità altomedievali era una fonte vitale di risorse condivise, viene poi ridefinito ideologicamente come «luogo di terrore e di vasto deserto!. L’incolto è un “deserto” morale e fisico che deve essere “migliorato” (melioratio terrae).
L’esempio cistercense è emblematico: la bonifica come opera di redenzione spirituale. Però, proprio mentre l’azione umana iniziava a trasformare fisicamente il paesaggio su una scala senza precedenti, il pensiero intellettuale, attraverso il “nuovo sapere”, inventava il concetto di “Natura” in quanto sistema unitario e autonomo.
Come noi oggi, nel pieno dell’Antropocene, abbiamo “scoperto” l’ecologia e le scienze della Terra per comprendere ciò che stiamo alterando, così l’uomo medievale, nel pieno della sua grande trasformazione, dovette elaborare un nuovo apparato concettuale per dare un senso a ciò che stava facendo. Nel quarto capitolo, “La Natura personificata”, si descrive quest’ultima rivoluzione intellettuale.
Dall’XI secolo in poi la massiccia ondata di traduzioni dall’arabo e dal greco (Avicenna, Averroè e l’Aristotele “perduto”) fornì gli strumenti per concettualizzare la Natura: non più come un insieme di fenomeni indistinti dal soprannaturale, ma come una «entità distinta, dotata di proprie logiche e leggi». Per gestire intellettualmente questa nuova entità, i pensatori del XII secolo ricorsero alla personificazione.
La Natura diventa un personaggio letterario e filosofico, una «vicaria della Provvidenza divina» che agisce nel mondo; questo è uno strumento filosofico essenziale, perché solo definendo la Natura come qualcosa di separato, l’uomo poteva porsi l’obiettivo di «agire con la natura, dominare la natura». Già nel XIV secolo fu chiaro che le catastrofi sono un intreccio di svariate cause Tutto ciò cos’ha a che fare con il periodo in cui viviamo oggi?
Il parallelo con la nostra epoca si completa nel capitolo finale, “Secoli di crisi?”. Il Tardo Medioevo, come la nostra epoca, è stato un tempo di ansia e catastrofi.
Campopiano descrive le crisi del XIV secolo – carestie, inondazioni, peste nera – come un tragico intreccio di cause. Da un lato, pesò un fattore naturale; dall’altro, contarono le conseguenze a lungo termine dell’azione umana.
Di fronte al disastro, la cultura medievale cercò di “Capire le catastrofi”. Le risposte, ancora una volta, ci appaiono sinistramente familiari.
C’è la causa morale, dove la catastrofe è intesa come punizione divina per i peccati dell’umanità (ricorda le narrazioni contemporanee più apocalittiche sulla “vendetta di Gaia”, cioè Madre Terra). C’è la causa naturale, che presuppone la ricerca di spiegazioni ritenute razionali (nel XIV secolo è stato il caso della teoria del “miasma” – le esalazioni velenose dalla terra – proposta dal tedesco Konrad di Megenberg per spiegare la peste ed escludere vendette divine).
Cosicché Campopiano porta alla luce la nascita, in questo periodo, dell’idea della Natura, ormai concettualizzata come un’entità capace di reagire agli abusi umani. Nel capitolo 5 lo storico cita due esempi straordinari.
Il primo è quello del notaio piacentino Gabriele de’ Mussi, che nel XIV secolo, descrivendo la peste del 1348, immagina Dio che si rivolge alla Terra: “Perché non esigi vendetta dal sangue umano? […] Preparati affinché tu possa esigere vendetta”.
E la Terra risponde, promettendo di farsi trovare pronta. L’altro, ancora più moderno, è il Iudicium Iovis (1490) dell’umanista tedesco Paulus Niavis.
Qui, la Terra intenta un vero e proprio processo legale contro l’Uomo davanti a Giove. La Storia dell’ambiente nel Medioevo di Michele Campopiano è, in definitiva, più di un’eccellente sintesi storiografica.
Ci dimostra che la nostra ansia ecologica ha radici profonde. Il Medioevo non ci ha lasciato in eredità solo il monolitico imperativo del “dominio”, come sosteneva White, ma pure un pacchetto ideologico e pratico molto più complesso: la “cura” che si rovescia in “dominio”, la “manipolazione” tecnica che nasce assieme alla “comprensione” filosofica, e, soprattutto, la terribile consapevolezza che l’ambiente non è uno sfondo passivo per le vicende umane.
Oggi come nel Medioevo, il grande abbaglio in cui possono incorrere uomini e donne è quello di ragionare con una logica legata solo al presente, al giorno per giorno. Invece la Natura, che nel corso di 4,5 miliardi di anni ha partorito il sedicente Homo sapiens soltanto negli ultimi 300.000, ha a disposizione altre decine di milioni di anni per rimediare agli squilibri provocati dagli umani e, se guardiamo alla questione in modo ancor più ansiogeno, per consumare la propria vendetta.
Noi invece abbiamo pochissimo tempo per riuscire a rimediare, nei limiti del possibile, ai nostri disastri. E per chiedere scusa.
Michele Campopiano, Storia dell’ambiente nel Medioevo. Natura, società, cultura, Carocci, Roma, 2025 L'articolo Il Medioevo e le radici della nostra ansia ecologica proviene da Strisciarossa.